Catastrofisti vs Eco-ottimisti

novembre 29, 2006

Attualmente la comunicazione ambientale si divide in due grandi filoni che possiamo denominare ‘catastrofista’ ed ‘eco-ottimista’.Il primo individua nell’uomo l’ospite indesiderato del pianeta terra. Secondo tale teoria l’inquinamento di origine antropica e lo sviluppo demografico stanno provocando una rottura dell’equilibrio climatico e una scarsità delle risorse energetiche e alimentari. In cronachecatastrofe.jpgquesto filone si inserisce “Cronache da una catastrofe” il cui sottotitolo recita: “Viaggio in un pianeta in pericolo: dal cambiamento climatico alla mutazione della specie”.  L’autrice, Elizabeth Kolbert, giornalista statunitense, partendo dall’assunto che “i modelli del clima terrestre elaborati al computer suggeriscono che ci stiamo avvicinando a una soglia critica”, racconta i segnali di pericolo che la natura sta inviando raccolti viaggiando personalmente in giro per il mondo.Annalisa Cicerchia nel suo “Leggeri sulla terra”, sottotitolato “L’impronta ecologica della vita quotidiana”, dimostra come il capitale naturale sia sottoposto ad un tasso di sfruttamento delle risorse e di generazione dei rifiuti ormai insostenibile. Se l’impronta ecologica corrisponde a quanta natura ci serve per soddisfare le nostre necessità, il cittadino terrestre medio ha una impronta di 2,8 ettari globali. “Purtroppo – scrive la Cicerchia – di ettari globali ne sono disponibili solo 2 a persona e anche le altre specie hanno bisogno di risorse”.19_leggeri.jpgIn questo scenario che fa del catastrofismo il gusto corrente un libro fuori dal coro è “Le bugie degli ambientalisti 2”. A due anni dalla pubblicazione del primo capitolo dell’inchiesta, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, si pongono l’obiettivo di smontare tutti “i falsi allarmismi dei movimenti ecologisti” diffusi in questi ultimi decenni.  I due autori, basandosi sul dato scientifico, mettono in dubbio la fondatezza delle teorie adottate da chi prefigura prossime catastrofi. Riguardo l’attendibilità dei modelli matematici per la previsione del clima viene opposta la considerazione che: “è difficile non essere scettici quando si nota che i maggiori propugnatori della tesi del riscaldamento globale sono gli stessi che non molto tempo fa agitavano lo spettro del raffreddamento globale”.tornaimmagine.jpgFra le altre verità poco conosciute che il libro intende svelare c’è quella riguardante il concetto di impronta ecologica, alla cui origine vi sarebbe il pregiudizio ideologico verso lo sviluppo economico ed il terrore da parte di alcuni guru ambientalisti no global che altri paesi, come la Cina, possano svilupparsi adottando il tanto vituperato modello occidentale. Gli altri temi affrontati, l’eco-imperialismo, il nucleare possibile, il problema dei rifiuti, la necessità di recuperare una antropologia cristiana, introducono ulteriori spunti di riflessione e discussione in questa infinita disputa fra i propugnatori del fare e quelli del non fare.

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Può esistere un diritto di morire?

novembre 24, 2006

“In caso di  malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante o di malattia che mi costringa a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico né a idratazione e alimentazione forzate e artificiali in caso di impossibilità ad alimentarmi autonomamente.” veronesi.jpg

Questo è il testo del testamento biologico concepito dal noto oncologo Umberto Veronesi  e promosso attraverso il Consiglio Nazionale del Notariato che si è impegnato a richiedere solo 25 euro per la registrazione dell’atto.La proposta del Prof. Veronesi, che ha dato l’avvio ad un movimento di opinione concretizzatosi nella presentazione da parte del centro-sinistra del ddl 687, del 27 giugno 2006, è stata accusata di essere figlia di una visione scientista incapace di percepire la vita se non come mero processo biologico. Nel nome del moderno efficientismo, quindi, all’uomo basterebbe a perdere la capacità di una “normale vita di relazione” per perdere la propria dignità. Meglio quindi andarsene prima possibile, togliere il disturbo a parenti e amici e non caricare di ulteriori costi assistenziali lo Stato. Un esempio di come la vita e la malattia umana possano essere intesi diversamente è la poesia tratta da “Crudele dolcissimo amore”, autrice Chiara M.: Non te ne andare./Quando chiara-m.jpgnon avrò più forza,/quando non avrò più voce,/ quando non avrò più sorriso,/ quando potrò solo guardarti negli occhi,/per favore,/non aver paura,/stringi la mia mano,/ma non te ne andare.In questo caso, quindi, non viene promosso il diritto di morire, ma il diritto di essere amati sino alla fine.Due visioni della vita e dell’uomo continuano dunque a contrapporsi: dalla nascita, con la questione delle staminali, fino al momento della morte, con il dilemma malattia-eutanasia.Come ben spiegato a Zenit da Claudia Navarini, docente alla Facoltà di bioetica dell’Università Europea di Roma “I due fronti della questione sono stati bene illustrati nel documento del Comitato Nazionale di Bioetica sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, in cui si segnalava che alcuni membri del Comitato intendevano far rientrare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali nel diritto di autodeterminazione del paziente, mentre altri lo ritenevano uno spazio sottratto alla decisione del singolo in virtù del principio etico e giuridico di indisponibilità della vita umana.”“È chiaro tuttavia – continua la Navarini – che l’omissione, al pari dell’azione, è nell’uomo un atto di volontà e dunque comporta una responsabilità etica. Un’omissione perpetrata allo scopo di provocare la morte, sia pure per eliminare il dolore, equivale in tutto e per tutto ad un atto eutanasico omicida. Si potrà poi valutare soggettivamente il grado di gravità, ma il giudizio globale sull’atto non ne viene inficiato.”navarini.jpgIl Prof. Veronesi, nel sostenere l’adozione del testamento biologico ha dichiarato che questo  rappresenterebbe il primo passo verso il riconoscimento del diritto di ogni uomo all’autodeterminazione, e quindi, del diritto di morire con dignità. Ma è concepibile un diritto di morire? Ne parliamo con Don
Massimo Pelliconi, autore di “Diventerete come Dio” , un vibrato campanello di allarme sullo strapotere biotecnologico. “Il cosiddetto “Testamento Biologico” o “Testamento di Vita” o documento di “Direttive Anticipate” o di “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento” nasce con l’intento di far dichiarare anticipatamente ad un soggetto in buona salute quali terapie desidererebbe ricevere o non ricevere nel caso in cui si trovasse in una situazione di patologia invalidante grave, nella quale non avesse possibilità di comunicare verbalmente con i propri curanti.” “La forma di testamento di vita proposta dal Prof. Veronesi – continua Don Pelliconi – è l’ennesima pratica di burocratizzazione del rapporto tra medico e paziente che spinge la medicina verso una deriva contrattualistica che non porta alcun beneficio a nessuno.”Quindi, in realtà, la proposta di Veronesi sembrerebbe far parte di una strategia che ha un chiaro,  come del resto egli stesso ha recentemente dichiarato: «Io mi batto anche per l’eutanasia. Ma una cosa per volta…» (Corriere della Sera 01/03/06). “Sì – afferma Don Pelliconi – per il prof. Veronesi esiste il diritto di chiedere la morte e di essere accontentati, perché egli, come molti convinti fautori dell’eutanasia, non trovano altro significato alla vita se non quello della salute, dell’efficienza, dell’integrità fisica. Per loro conta solo (o quasi) l’esperienza sensibile, biologica, animale. E quando questa viene irrimediabilmente compromessa, non intendono altra soluzione che quella di chiedere la morte, anticipatamente, coraggiosamente. Questa è la penosa posizione di chi riduce l’uomo a puro evento biologico, estromesso dai rapporti di affezione e amorevole cura da cui è costituito. Parlare di diritto alla morte significa concepire l’uomo solo, tristemente isolato, che non conosce la potenza vivificante della relazione, della condivisione, della prossimità. Parlare di diritto a morire è un assurdo antropologico, perché la morte in se stessa ripugna, sempre. Si dovrebbe invece parlare di diritto a non essere lasciati soli, mai. Diritto di trovare qualcuno che sappia esserti vicino nel momento del bisogno più acuto, della malattia più terribile, qualcuno che possa continuare a prendersi cura di te anche quando la medicina non può più curarti. Una presenza amica, la comunione con l’altro rappresentano davvero il bisogno primario dell’essere umano, l’antidoto alla tentazione di chiedere la morte. “diventerete-come-dio_11.jpgSembra che il dilemma sia eliminare la sofferenza o eliminare i sofferenti. Su questo punto
Massimo Pelliconi non ha dubbi: “
La risposta è ovvia. A ben guardare però, nella nostra condizione umana, segnata dalla fragilità, dalla malattia e dall’inevitabile vecchiaia, la sofferenza non è mai totalmente eliminabile. È importante però renderla tollerabile, accettabile: il dolore, se non può essere totalmente eliminato, può, deve essere alleviato. E questo è possibile non solo attraverso l’utilizzo delle cure palliative, certamente da sviluppare e da incrementare, ma anche attraverso l’umanizzazione della medicina, il recupero della relazione medico-paziente, dell’ascolto, dell’amorosa dedizione verso il malato.”Sulla correttezza dell’impostazione della relazione medico-paziente abbiamo chiesto un parere Dr.
Carlo Bellieni, Dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena.
“Il medico – afferma Bellieni – deve tornare a capire che il rapporto col paziente se è a senso unico è inevitabilmente falso. Anche il paziente è una risorsa per il medico, sia per bellieni.jpgciò che impara umanamente da chi soffre sia per ciò che scopre clinicamente dall’ascolto attento. Lo scienziato riscopre già in una piccola cellula embrionaria un mondo da venerare, mentre l’ideologo vede solo del materiale biologico da usare. Il medico allora non può essere, come si pretende oggi, un “fornitore di servizio” ad un’”utenza” attraverso un “mansionario”. Per questo non ci interessa che l’etica ci proponga una “buona mediazione” tra le novità tecniche e l’ansia che nasce dai rischi del tecnicismo onnipotente; ci serve un’àncora per resistere contro la riduzione del loro lavoro: una riduzione che subisce chi vuol stare da uomo vicino all’uomo che soffre, mentre tutto insegna che dalla sofferenza, una volta somministrato il farmaco, si può solo fuggire. E il medico rischia di diventare preda del sentimentalismo o del cinismo che in comune hanno la paura della realtà e che giungono a giustificare l’eliminazione del “diverso” quando la medicina si mostri inefficace.
Carlo Bellieni ha recentemente dato alle stampe un piccolo manuale per destreggiarsi nel mondo della bioetica intitolato “Padroni della vita? Piccolo vademecum di bioetica “  in cui scrive che quando si parla di etica oggi si intende un’etica dei recinti e non dell’ io. “Infatti – spiega Bellieni – una delle frasi più note e più vuote di senso è  “la mia libertà è quella che finisce dove inizia la libertà altrui”, che non dice cosa è la libertà, ma dice che gli altri sono un limite ad essa. Da questa frase nasce anche l’idea di salute oggi in voga secondo cui gli altri possono essere un ostacolo ad essa, basti pensare alla legge 194, che permette l’aborto perché la nascita del figlio non desiderato può essere una patologia per la madre.”  “Dunque – continua Bellieni – l’etica di moda è quella che “tiene a bada gli altri”, cercando di evitare un reciproco disturbo. Un’etica “dell’io” invece è quella che afferma che la bellieni-libro.gifpersona ha una specie di DNA etico da rispettare inscritto in sé. Questo non vuol dire che non ci possano essere diverse opinioni, ma che quando si fanno scelte, prima ci si deve domandare se queste corrispondono al desiderio di bellezza, giustizia, verità, libertà comuni a tutti che ho dentro di me. Le scelte non sono tutte come scegliere il colore della macchina: ci sono alcune buone, altre cattive e altre che ricordano quelle dei bambini che potendo mangiare un bel gelato, per ripicca preferiscono stare in un angolo a mangiarsi le unghie. Invece l’etica moderna dice, per esempio, che se stai aspettando un bambino puoi tenerlo, abortirlo, oppure farlo nascere e darlo in adozione a seconda di come è il tuo umore o il tuo patrimonio, come se la prima scelta non fosse più sana delle altre e dunque preferibile.”Al diritto di morire sostenuto da più parti,
Carlo Bellieni contrappone quindi un diritto ad essere ben assistiti: “
Finché non esisterà un diritto ad esser curati bene – afferma – a riconoscere che il primo bisogno di chi soffre è una compagnia e che il dolore deve essere combattuto, non esisterà un diritto a morire. Altrimenti è una scorciatoia per fare di meno. L’etica che esalta l’autodeterminazione rientra poi nella già citata etica “degli steccati” o “della solitudine”: io decido da me, gli altri sono un ostacolo, mai un aiuto. Ci stanno educando a vivere isolati e morire soli: almeno ci lasciassero delle alternative. Sa che molte delle persone che chiedono l’eutanasia lo fanno perché sono depresse, dunque con una patologia della libertà di scelta? E che quando vengono valorizzati o curati possono cambiare idea? 


Mezze stagioni, intere bugie

novembre 22, 2006

0.jpg“La storia passata delle convinzioni umane dovrebbe metterci in guardia. Abbiamo ucciso migliaia di nostri simili perché credevamo che avessero firmato un patto col diavolo e fossero diventati streghe… Dal mio punto di vista c’è un’unica speranza perché l’umanità emerga da quello che Carl Sagan chiamava “il mondo infestato dai demoni” del nostro passato.Quella speranza è la scienza”. Con questo messaggio Michael Crichton chiude il suo ultimo romanzo “Stato di paura”. Lo stato di paura è quella condizione di vita in cui certe associazioni ambientaliste vorrebbero farci vivere.Teorie sempre più catastrofistiche date in pasto ai media da pseudo-scienziati predicono per esempio che il surriscaldamento globale, oltre a modificare la rotazione terrestre, porterà ad una diminuzione della durata delle giornate, oppure che lo scioglimento della Groenlandia causerà l’innalzamento del livello dei mari di circa sei metri, per non parlare della “bomba demografica” che nei prossimi anni provocherà una immane carestia. Potremmo riempire della pagine di simili congetture.A proposito della tesi sul riscaldamento globale occorre fare innanzitutto due precisazioni. È vero che in una piccola parte dell’Antartide stiamo greenhouse.jpgassistendo ad uno scioglimento del ghiaccio, ma è pur vero che la superficie di questo continente è grande una volta e mezzal’Europa e lo spessore del ghiaccio è in aumento, raggiungendo in alcuni punti un’altezza di 10 km.Peraltro, lo stesso dato registrato sullo scioglimento è il frutto di misurazioni riguardanti ben seimila anni. Al riguardo,
Teodoro Georgiadis, fisico dell’atmosfera all’Istituto Ibimet – Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna – è molto chiaro: «Chiariamo che gli allarmi
lanciati su isole prima ricoperte dai ghiacci che ora vedono il loro scioglimento non hanno ragione di essere utilizzati a dimostrazione degli effetti del riscaldamento globale dovuto all’azione antropica. Nel corso dei secoli le temperature sono sempre variate e i ghiacci si sono sempre modificati: basti pensare alla Groenlandia (Grün land, terra verde) così chiamata dai tempi di Erik il Rosso per i suoi verdi pascoli e oggi, ripeto oggi, coperta daighiacci». Le nuove teorie sui cambiamenti climatici sembrano inoltre sconfessare quei modelli che prevedono il clima come un’entità statica, con dei trend di lungo periodo, dimostrando come invece il nostro continente si sia alternativamente raffreddato e riscaldato in modoanche brusco e repentino.4_georgiadis2.jpg«I record storici – precisa Georgiadis – ci permettono però di evidenziare in modo molto preciso l’esistenza di un effetto di “carico-scarico” della massa glaciale. Si riesce, infatti, a dimostrare molto chiaramente che i trend di aumento e diminuzione delle temperature siripetono con frequenze cicliche. Questi fenomeni sono evidentissimi se si considerano gli ultimi 450mila anni di vita del nostro pianeta. Il record di temperatura ottenuto dalle carote glaciali di Vostok mostra infatti un continuo susseguirsi di bruschi aumenti e lente discese della temperatura».Il cosiddetto fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai, andrebbe quindi considerato in una ottica allargata che consideri anche l’eco-sistema i cui tali fenomeni assumono consistenza.«Infatti – prosegue
Teodoro Georgiadis – per quanto riguarda i ghiacciai continentali, troppo spesso si fa riferimento diretto al “riscaldamento globale” senza tenere conto che altri effetti possono avere enorme importanza sul loro arretramento. Ad esempio, come suggerito
da Kaser e altri autori nel 2004, l’arretramento del Kilimangiaro non sarebbe dovuto a un aumento di temperature ma a una rapida diminuzione del contenuto di umidità atmosferica avvenuto attorno al 1880. I regimi dei ghiacciai rispondono, infatti con una estrema lentezza ai cambiamenti dell’ambiente circostante. I ghiacciai alpini, che hanno subito profondi global-warming.jpgarretramenti, risentono direttamente dell’influenza delle isole di calore delle zone a loro prospicienti caratterizzate ormai da una elevatissima urbanizzazione: questo effetto però ha molto poco a che spartire con l’aumento della C02».I catastrofisti, a supporto della loro teoria, riportano dati comprovanti un aumento negli ultimi trent’anni delle temperature, mettendo in relazione questo fenomeno con una tendenza alla crescita dell’anidride carbonica.Da questo assunto parte la teoria dei gas serra che ha dato vita al Protocollo di Kyoto, condizionando la produttività industriale di alcuni fra i paesi più industrializzati del mondo.Ma quello dello scioglimento delle calotte polari è uno degli aspetti più controversi del riscaldamento globale.Secondo molti ricercatori sarebbe evidente un progressivo riscaldamento dei poli e ancora più evidente sarebbe il sempre più marcato assottigliamento dello spessore del ghiaccio al Polo nord: sarebbe variato, secondo le stime più citate, di un valore compreso tra il 10 ed il20% negli ultimi anni. Questo pilastro del cambiamento globale viene però oggi messo in forte discussione dalla  revisione delle misure condotte da satellite. Sembra, infatti, che queste misure soffrano di un sistematico errore di sovrastima della diminuzione dei ghiacci non riuscendo a “penetrare”in modo efficacie il pack. Se questo fosse accertato, sarebbe un altro piccolo tassello diretto alla revisione delle stime dei cambiamenti globali che prevedono per il 2100 una variazione della temperatura media superficiale fino a 8°C. I dati sperimentali rappresenterebberoquindi l’unica possibilità di valutare correttamente l’operato dei modelli che fino ad oggi non hanno dimostrato di potere offrire degli scenari persuasivi per il futuro generando altresì del panico immotivato. In particolare, nelle aree polari caratterizzate da una forte suscettibilità ambientale le misure sono importanti proprio perché lì le eventuali variazioni dovrebbero essere particolarmente amplificate. È quindi necessario garantire un continuo monitoraggio e continuità a questo tipo di ricerche che ci permettono di testare i modelli chevengono poi utilizzati alle nostre latitudini. L’Italia partecipa alle ricerche polari con il proprio programma Pnra (piano nazionale di ricerche antartiche) mediante gli Enti di ricerca più accreditati a livello internazionale Cnr, Enea ed Università.E come i modelli climatici possano condizionare la vita economica di un paese lo spiega Federica Rossi, ecofisiologa, primo ricercatore e responsabile di Ibimet-Cnr Bologna: federica.jpg«Negli anni ’60 i vantaggi competitivi dell’Italia nel settore ortofrutticolo risiedevano fondamentalmente proprio nella spiccata vocazionalità climatica. In questo contesto – continua Rossi – è molto chiaro come l’impatto di cambiamenti climatici potrebbe portare aconseguenze molto forti su buona parte dell’economia nazionale, in particolare per il settoreortofrutticolo. Sono numerosi gli esempi che mostrano come la corretta gestione di un territorio e del microcosmo sociale a esso collegato esaltano la vitalità di entrambi, proprio grazie al legame indissolubile che si crea tra territorio stesso e la sua attitudinealla produzione di una tipicità.Per creare a mantenere l’eccellenza agro-alimentare, e favorire le strategie di ri-qualificazionedel prodotto nazionale, le previsioni basate sui modelli climatici devono essere quindi fornite con un alto livello di precisione. Altrimenti si rischia di fornire scenari climatici incompatibili con la fisiologia della vegetazione che, oltre a produrre allarmi potenzialmente immotivati, possono portare a scelte tecniche dequalificanti e a pianificazioni di pratiche colturali scorrette, che potrebbero mettere in pericolo quantità ma soprattutto qualitàdei prodotti in un mercato estremamente aggressivo».E se i presupposti ipotizzati fossero errati? Se l’aumento della temperatura non fosse legato a quello della C02? E chi l’ha detto che più anidride carbonica porti un danno al pianeta?In base a tali presupposti, gli eco-pessimisti divulgano modelli climatici che illustrano comesarà la temperatura da qui a mille anni.Viene da chiedere se tali modello non abbiano la stessa affidabilità di un oroscopo,dato che, attualmente, è quasi impossibile prevedere se tra dieci giorni pioverà certamente.Luigi mariani.jpgMariani, docente all’Università degli Studi di Milano – Dipartimento Produzione Vegetale, sulle cause del riscaldamento globale avanza una tesi alternativa:«A tale riguardo esiste anzitutto la necessità di districarsi nell’enorme groviglio di cause ed effetti che regge il clima del pianeta, anche valutando in modo sereno le diverse ipotesi in campo e che cercano di fornire spiegazioni in merito alla variabilità del clima. A tale riguardodevo dire che quella dei gas serra è solo una delle ipotesi in gioco, fra le altre ricordo quella solare o quella dei raggi cosmici proposta dal fisico israeliano Shaviv.Concordo con quegli studi che mostrano come il mutamento del clima non è di solito graduale ma si manifesta invece con brusche transizioni (salti) da una fase climatica all’altra. Uno dei salti che è più familiare a noi europei è quello nel regime delle correnti occidentali, quelgrande fiume d’aria che scorrendo da ovest verso est alle medie latitudini determina gran parte dei caratteri del clima europeo e mediterraneo. Infatti all’ultimo di tali “salti”, verificatosi intorno alla fine degli anni 70, è da attribuire la lamentela secondo cui non nevica più comeuna volta». «È a questi cambiamenti di fase – prosegue Mariani – di cui, il più spettacolare e cruciale per la stessa sopravvivenza della nostra civiltà è senza alcun dubbio la transizioneda regime interglaciale a regime glaciale, che abbiamo l’assoluta necessità di prestare più attenzione cercando modelli in grado di descriverli e se possibile di prevederli».Mai come in questi ultimi tempi, però, gli scienziati e i ricercatori rivendicano l’indipendenza della scienza dalla politica. «A tale proposito – afferma Mariani – voglio precisare che non è tanto in discussione la necessità di mitigare l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi, in quantosolo un cieco può non cogliere l’importanza di ciò.Spaventa invece vedere che anziché richiamarsi ad indicatori di impatto oggettivi(esempio l’urbanizzazione, la desertificazione, la massiccia riduzione della biodiversità) sifaccia invece ricorso all’indicatore più difficile ed aperto al dubbio, quello climatico. Viene allora il sospetto che sia molto più facile e demagogico concentrarsi su un tema come quello del clima, in cui le responsabilità precise sono difficilmente individuabili se non in termini di “civiltà occidentale” o “governo americano” o “Stato imperialista delle multinazionali”che non porre l’attenzione su aspetti molto più concreti e che dietro alle responsabilitàhanno nomi e cognomi. Da questo punto di vista a mio parere la responsabilità dei movimentiecologisti è veramente enorme. Alla luce di ciò la vulgata alla “professor Sartori” (politologocon velleità di climatologo, come attestano alcune infelici sortite dal fondo del “Corrieredella Sera”) secondo cui un clima per sua natura stabile sarebbe stato instabilizzato dalla perfida azione dell’uomo, appare francamente un po’ debole. Proprio perciò – conclude LuigiMariani – un ricercatore onesto non può a mio parere piegarsi a questo che io considero un gioco al massacro e deve viceversa mantenere quell’indipendenza di giudizio che tuttavia oggi deve pagare pesantemente in termini di finanziamenti alla proprie ricerche». 


Giovanni Paolo II e l’Ambiente

novembre 22, 2006

senza-nome.jpgLa passione di Giovanni Paolo II per la natura e l’ambiente rappresenta uno di quei temi portanti del suo pontificato che probabilmente necessitano ancora di essere divulgati ed approfonditi da parte dei media per comprenderne appieno il significato e la forza.La passione per la montagna e la contemplazione della bellezza del creato rappresentano il desiderio del Santo Padre di trasmettere il suo amore per il creato, donato da Dio per amore dell’uomo.

Giovanni Paolo II definisce l’ecologia come lo “studio della relazione tra gli organismi viventi e il loro ambiente, in particolare tra l’uomo e quanto lo circonda” e la natura come una realtà, bella e ordinata, dono di Dio all’uomo, imprescindibile per il suo sviluppo individuale e sociale.

L’uomo, quindi viene “chiamato a coltivare e custodire il giardino del mondo, l’essere umano ha una specifica responsabilità circa l’ambiente vitale, in rapporto non solo al presente, ma anche alle generazioni future”.

La grande intuizione di Giovanni Paolo II consiste nell’aver saputo fornire una definizione chiara e pienamente fruibile dell’ambiente, inteso come “casa” e nello stesso “risorsa” dell’uomo.

In un discorso tenuto nel 1997 al Convegno su “Ambiente e Salute”, organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Papa ha invitato gli uomini a resistere alle tentazioni di una conoscenza non più intesa come sapienza e contemplazione che consente di penetrare il mistero della creazione, ma come potere sulla natura, vista come un insieme di risorse non animate da sfruttare in nome del profitto. Su tale visione deve vincere quella di una natura vista nell’accezione francescana, come la casa di un uomo che rispetta ed ama le creature con cui vive.

L’uomo, posto da Dio “nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi 2,15) deve esercitare la custodia del creato osservando quelle leggi morali, compendiate nella proibizione  di “mangiare il frutto dell’albero” (Gen. 2,16),  che impediscono l’uso e l’abuso.

La fiducia che la Chiesa pone nell’uomo, nella sua responsabilità superiore, costituisce altresì un invito a prendere le distanze da quelle ideologie ambientaliste che, teorizzando l’esaurimento imminente delle risorse ambientali, invocano,  come soluzione finale, la repressione nella natalità nei paesi poveri ed in via di sviluppo.

 Giovanni Paolo II  affermando che “non sarebbe accettabile una considerazione egualitaria della ‘dignità’ di tutti i viventi” rileva come un eco-pessimismo di ispirazione ecocentrica, limitandosi ad una visione della biosfera intesa come un’unità biotica di valore indifferenziato, viene ad eliminare ogni differenza ontologica e assiologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi.

“L’equilibrio dell’ecosistema e la difesa della salubrità dell’ambiente hanno bisogno proprio della responsabilità dell’uomo – ha affermato il Santo Padre – e di una responsabilità che deve essere aperta alle nuove forme di solidarietà. Occorre una solidarietà aperta e comprensiva verso tutti gli uomini e tutti i popoli, una solidarietà fondata sul rispetto della vita e sulla promozione di risorse sufficienti per i più poveri e per le generazioni future.”

L’auspicio è, quindi, di non confondersi con facili ritorni alla natura, opponendo ad una venerazione neo-pagane della Madre Terra, una visione unica del creato,  dove risalti la responsabilità superiore dell’uomo verso le altre forme del creato. La difesa dell’ambiente, quindi, si concretizza in un impegno etico volto a difesa della vita e della salute, specialmente nelle popolazioni più povere e in via di sviluppo e non deve servire a pretesto per riproporre politiche neo-malthusiane di controllo delle nascite e dello sviluppo.

Le parole del Papa suonano forti e chiare: “L’umanità di oggi se riuscirà a congiungere le nuove capacità scientifiche con una forte dimensione etica, sarà certamente in grado di promuovere l’ambiente come casa e come risorsa a favore dell’uomo e di tutti gli uomini, sarà in grado di eliminare i fattori d’inquinamento, di assicurare condizioni di igiene e di salute adeguate per piccoli gruppi come per vasti insediamenti umani. La tecnologia che inquina può anche disinquinare, la produzione che accumula può distribuire equamente, a condizione che prevalga l’etica del rispetto per la vita e la dignità dell’uomo, per i diritti delle generazioni umane presenti e di quelle che verranno.”.

La strada percorribile è, quindi, quella di uno sviluppo sostenibile ispirato da una concezione dell’ambiente come “risorsa” ma anche “casa”, che miri a salvaguardare l’ospitalità ambientale per l’uomo di oggi e di domani. 


Le bugie degli ambientalisti

novembre 19, 2006

Il catastrofismo è ormai il gusto corrente. Lo scienziato americano Gregory D. Foster in un articolo pubblicato sul World Watch Institute Magazine, rivista edita dall’omonima “multinazionale” ambientalista, dichiara che  «i disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici minacciano il futuro dell’ umanità in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo.  Dal 1968 i gruppi eversivi hanno ucciso 24 mila persone, ogni anno invece ne muoiono 240 mila per i danni del clima».

E la catastrofe è dietro l’angolo.

Secondo Foster, l’attuale surriscaldamento del nostro pianeta sta provocando dei cambiamenti climatici che provocheranno, in una sorta di tragico effetto domino, «un mondo futuro di Stati in guerra tra loro per la sopravvivenza», una sorta di guerra planetaria che vedrà l’umanità scontrarsi militarmente per aver accesso alle derrate alimentari.

E non finisce qui, se proprio qualcuno fosse sopravvissuto a tale babele, dovrà fare i conti con il riscaldamento della massa terrestre, che darà luogo a catastrofi ambientali sempre più frequenti e che saranno l’anticamera di una nuova era glaciale.Chi inizia ad aver dubbi sulla fondatezza degli allarmi lanciati dalle major ambientaliste, può leggere un libro molto interessante, fuori dal coro, che parla di eco-ottimismo: “Le bugie degli ambientalisti 2”.tornaimmagine.jpg

I due autori, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, smontano, pezzo per pezzo, tutti i falsi allarmi a cui abbiamo dovuto dar ascolto in questi ultimi decenni.  Tanto per gradire: è stato detto che la popolazione mondiale sta per raddoppiare e questo condurrà gran parte di noi ad una morte sicura per fame. In realtà non è possibile prevedere un contemporaneo aumento della popolazione e della mortalità. Tale concetto nasce da due processi contrari che non possono coesistere: aumento della  popolazione non significa aumento della mortalità.  La popolazione riesce a svilupparsi solo se le condizioni di vita e l’alimentazione lo permettono.

E’ stato detto che ogni giorni scompaiono dalla faccia della terra 30 km di boschi, ma nel libro si legge che le rilevazioni satellitari hanno mostrato che dal 1982 al 1999 le aree boschive sono aumentate del 6%.E’ stato detto che questo benedetto riscaldamento della terra è causato dalle crescenti emissioni di CO2 prodotte dalle industrie, mentre è stato scientificamente dimostrato che l’uomo incide solo per il 4% sul totale delle emissioni.Il dato più importante che emerge dalla lettura del libro è quello rappresentato dallo stretto collegamento fra alcune associazioni ambientaliste e le società di eugenetica inglesi ed americane, finanziate da ricchi magnati, che cercano, in sostanza, di combattere la povertà eliminando (fisicamente) i poveri.

A conferma di quanto detto ci sono tutte le battaglie finora promosse dalle più potenti associazioni ambientaliste del pianeta. L’opposizione agli OGM, i messaggi terroristici sul riscaldamento globale, la presunta sparizione delle foreste, la promozione delle “domeniche ecologiche” e delle targhe alterne, hanno come denominatore comune il voler dimostrare che la sovrappopolazione della terra mette a rischio la natura e quindi è necessario ricorrere a tecniche di riduzione delle nascite (da attuare, naturalmente, nei paesi poveri).

L’ecologismo dunque diventa esso stesso una religione in cui viene eliminata ogni differenza ontologica tra uomini e altri esseri viventi. La stessa natura diventa una divinità: Gaia. Ed in nome di Gaia sacrificheremo l’uomo celebrando il trionfo del matrimonio di interessi fra Eugenetica ed Ecologismo sul modello di Sparta: loro rincorrevano la perfezione della razza eliminando i più deboli, noi proteggiamo la nostra terra eliminando le popolazioni povere.


Piccoli obesi crescono. Il ruolo dell’educazione alimentare

novembre 19, 2006

obesi_page_1_image_0001.jpgQuello di una corretta alimentazione è oggi uno dei temi più dibattuti. La consapevolezza che una corretto stile di vita possa tradursi in un miglioramento della qualità della vita ha fatto crescere il desiderio di una conoscenza sempre più approfondita di cosa e come mangiamo. 

I ritmi stressanti della vita quotidiana e una disponibilità alimentare sempre maggiore hanno portato degli inevitabili squilibri nelle abitudini alimentari che è bene non sottovalutare. 

Le fasce economicamente più deboli risultano quelle più colpite da patologie dovute non più a scarsa ma a cattiva alimentazione. 

Occorre quindi fornire all’opinione pubblica una informazione puntuale e corretta che insegni a mangiare bene non ricorrendo alle illusorie scorciatoie di diete miracolose o adottando modelli nutrizionali squilibrati proposti da pubblicità che esibiscono giovani dai fisici anoressici. 

A tal proposito Michele Carruba – farmacologo e presidente della Società Italiana sull’Obesità – mette in guardia dai rischi connessi all’uso dei farmaci perdi-peso: “C’è un abuso di questi prodotti e a utilizzarli in modo sbagliato sono soprattutto le persone che devono perdere pochi chili prima di andare in spiaggia”. “Questo – aggiunge Carrubba – è il risultato di una cultura che propone il dimagrimento come un risultato estetico e non di salute”. Un altro pericolo estivo è cadere spesso in tentazioni gastronomiche non sempre salutari: “Purtroppo una buona parte degli italiani – continua Michele Carruba -  parte già con l’idea di mangiare parecchio e di sperimentare tutte le prelibatezze che la buona tavola offre durante la stagione estiva. Ma se non esiste alcuna controindicazione nell’assaggiare i prodotti locali dei paesi in cui si soggiorna è altamente sconsigliato programmare una vacanza orientata esclusivamente verso la buona tavola”. 

Un esempio di come una cattiva alimentazione conduca ad vere patologie è quello dell’obesità adulta e infantile, da considerare ormai come una vera e propria malattia. 

Per il dr. Gianvincenzo Barba, ricercatore dell’Istituto di Scienze dell’ Alimentazione del CNR, la cause dell’aumentare dei casi registrati di obesità sono dovuti ai mutamenti dello stile di vita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. “Tali mutamenti – spiega Barba – hanno avuto un enorme impatto sulla comparsa di quella che oggi è definita come ‘l’epidemia di obesità’. Parliamo di stile di vita in senso generale perché se, indubbiamente, si ingrassa perché si mangia troppo, d’altro canto dobbiamo riconoscere che conduciamo una vita sempre più sedentaria: disegno urbano inadeguato, televisione, computer. Hanno avuto ragione Battle e Brownell nel dire che viviamo oggi in un ‘toxic environment’ un ambiente tossico che è il più adatto per lo sviluppo di obesità.”  

L’obesità ora non risparmia nemmeno il mondo dei piccoli. Ci si pone quindi il problema se è possibile intervenire in tenera età.  

“Non solo si può, ma si deve! – continua Barba – Curare l’obesità dell’adulto è spesso difficile e gravato da frequenti insuccessi. Prevenire precocemente ci permette di modificare questo circolo virtuoso e migliorare lo stato di salute della popolazione non solo relativamente al presente ma soprattutto in prospettiva futura. Se oggi circa il 40% dei bambini del nostro paese sono in sovrappeso potremmo aspettarci in un futuro prossimo di avere adulti un numero uguale o maggiore di adulti in sovrappeso  con costi sociali e sanitari difficilmente sopportabili. Prevenzione quindi, prevenzione precoce, e prevenzione a livello di popolazione in età infantile, l’unica risorse per affrontare il problema in maniera ‘causale’.” 

Spesso si parla del ruolo che devono avere i mass media e le istituzioni in una corretta informazione e prevenzione dei disturbi alimentari ma è il ruolo della famiglia ad essere centrale e prioritario. La famiglia gioca certamente un ruolo fondamentale nella prevenzione dell’obesità infantile a livello di popolazione.  

“E’ infatti in famiglia – spiega il ricercatore del CNR – che le cattive abitudini alimentari nascono e si consolidano ed è spesso in questo contesto che si manifestano i segni di ‘disagio’ della crescita del bambino di cui spesso l’obesità è l’espressione conclamata. La diminuzione del contatto tra genitori e figli facilita inoltre l’assunzione di stili di vita inadeguati: quale genitore, almeno una volta nella vita, non ha invitato il proprio figlio a ‘guardare la televisione’ perché preso da altri impegni ? E’ un esempio, naturalmente, ma penso sia un fenomeno di riscontro abbastanza comune nella storia di bambini con problemi di peso corporeo.”  obesi_page_3_image_0001.jpg

Nel dopo guerra ci si arrangiava mangiando quello di cui di volta in volta si disponeva, oggi, invece,  alimentarsi non significa più sopravvivere e una corretta educazione alimentare è indispensabile per prevenire le cosiddette “malattie del benessere”.  Mentre qualche decennio si moriva per mancanza di cibo, oggi si muore per eccesso di cibo. Quindi è necessario disporre di una cultura della nutrizione  che si sviluppi di pari passo con il livello culturale che fa da cornice al proprio
ambiente di vita. 

Sul problema dell’obesità è intervenuto con studi dedicati anche l’Osservatorio Grana Padano che nasce nel 2004, grazie all’impegno del Consorzio tutela Grana Padano in collaborazione con FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) e SIMG (Società Italiana di Medicina Generale).  

Il Dr. Domenico Tiso, coordinatore scientifico, spiega che l’obiettivo dell’Osservatorio è: “Ottenere una stima qualitativa delle abitudini alimentari e degli errori nutrizionali degli italiani, fornire al medico uno strumento operativo per agevolare un’anamnesi nutrizionale più sensibile, nel rispetto e a completamento dell’attività clinica svolta in ambulatorio ed iniziare a diffondere la cultura della corretta nutrizione come condizione sempre più necessaria alla diminuzione delle patologie croniche.” 

L’Osservatorio dall’inizio del 2005 sta fotografando gli stili alimentari della popolazione italiana attraverso il contributo attivo dei Medici di Medicina Generale e i Pediatri di famiglia.  

La ricerca condotta ha evidenziato che il 14 per cento della popolazione studiata, sia nell’età pediatrica che in quella adulta, è obesa.  

“La fascia più colpita dall’obesità, in età pediatrica – afferma Tiso – è quella compresa tra i 7 e i 10 anni con un 17 per cento della popolazione italiana. Tutte le regioni del Sud si posizionano sopra la media nazionale e in Sicilia, si registra quasi un 19 per cento di obesi tra
la popolazione. Il Trentino Alto Adige vince la targa di Regione più ‘magra’ d’Italia con il 5,3 per cento di obesi sulla popolazione.” 

Va sottolineato che sovrappeso e obesità, una volta consolidati, sono difficili da correggere e, se compaiono durante l’infanzia, tendono a persistere nell’adolescenza e in età adulta. 

Il problema principale è la scarsa educazione alimentare che dimostrano gli italiani quando siedono a tavola. 

“Solo un italiano su dieci – spiega Domenico Tiso – rispetta la raccomandazione dei nutrizionisti: 5 porzioni al giorno di frutta e verdura. Mediamente si arriva a superare di poco le 3 porzioni.” 

La situazione poi varia decisamente da regione a regione: “Al Lazio – continua Tiso – spetta la maglia rosa con 4,4 porzioni al giorno, è questo il risultato che più si avvicina alla regola del five a day. Nel Sud il consumo di vegetali risulta, paradossalmente, sotto la media nazionale. È importante ricordare che consumando 5 porzioni al giorno di frutta e verdura, quest’ultima meglio cruda o cotta a vapore, e scegliendo 5 prodotti di colore diverso, si garantisce all’organismo un’assunzione variegata dei nutrienti. Va ricordato, inoltre, che per beneficiare al meglio dei vantaggi che i vegetali offrono, è necessario consumarli freschi e in stagione in quanto in queste condizioni forniscono il massimo delle proprietà nutritive.”


Italia e Iraq unite nel segno della cultura

novembre 17, 2006

Grande soddisfazione è stata espressa dalla delegazione irachena in visita in Italia per lo sforzo che il nostro paese sta facendo per la ricostruzione culturale in Iraq. Dony G. Youkhanna, presidente del Consiglio di stato per il patrimonio culturale e le antichità,  Amira Idn. Helihl, direttore generale dei Musei iracheni e Bahaa Mayah, consigliere del ministro per il Turismo e le antichità hanno fatto visita al Consiglio Nazionale delle Ricerche per fare il punto sul progetto di ricostruzione virtuale del Museo di Bagdad. Youkhanna, nel confermare il grande interesse per il progetto da parte del governo iracheno, ha espresso “la gratitudine per il contributo del governo italiano alla liberazione del Paese dalla dittatura. L’Italia è diventata un alleato importante per la ricostruzione”. Il progetto, nato grazie al sostegno finanziario del Ministero degli Affari Esteri ed il coordinamento scientifico è stato affidato al Consiglio Nazionale delle Ricerche. «La realizzazione del museo virtuale rappresenta un significativo gesto di amicizia e di considerazione dell’Italia nei confronti dell’Iraq e della sua cultura, un gesto concreto per rafforzare la cooperazione e la collaborazione tra i due Paesi» ha detto il vicepresidente del Cnr, Roberto de Mattei. de-mattei.jpgNe parliamo con Bahar Mayah, consigliere del premier Ibrahim Jaafari e del Ministero del turismo e delle antichità.  

Siamo interessati anzitutto ad una sua valutazione della situazione attuale in Iraq, giacché attraverso i media si ha la sensazione di una imminente guerra civile nel paese. 

In realtà la situazione non è molto diversa rispetto a quella dei mesi precedenti, tuttavia quanto è avvenuto nel corso di questi ultimi giorni, ossia l’attacco contro uno dei luoghi sacri dell’Islam, il Mausoleo dell’Imam Alì al-Hadi Al-Askari, luogo sacro per tutti i mussulmani e in modo particolare per gli sciiti, è in realtà un crimine contro l’umanità.  Quanto all’immagine che i media tendono a dare, ovvero che l’Iraq sia sull’orlo della guerra civile, mi trova in completo disaccordo. Le dico sinceramente che mi sento molto orgoglioso di appartenere ad un popolo che resiste in questo modo così tenace dinanzi a simili crimini conservando la propria unità nazionale. Le guide politiche e religiose hanno invitato tutti senza esitazione alla calma e alla salvaguardia della pace sociale e a non consentire ai nemici dell’Iraq, ossia ai takfiristi di al-Qaeda ed ai seguaci di Saddam Hussain, di lacerare l’unità nazionale in Iraq. Purtroppo, e questo dispiace molto, i media, come ho potuto constatare seguendo le notizie questi ultimi giorni qui a Roma, danno un’immagine diversa della realtà irachena e scaturiscono impressioni che poco aderenti alla realtà. Per dare quindi una risposta chiara alla sua domanda, mi sento di escludere la possibilità di una guerra civile nel futuro dell’Iraq.  

Chi può essere dietro l’attentato di Samaraa? E a quale scopo? 

Vi sono forze islamiche takfiriste dietro l’attentato, contrarie all’esistenza di questi mausolei, che sono le tombe dei discendenti del Profeta Muhammad. Non si tratta di elementi estranei all’Islam imposti da qualcuno. Tutti questi mausolei venerati che si trovano in Iraq sono le tombe della famiglia del Profeta. Escludo che un iracheno, a prescindere dalla confessione alla quale appartiene, possa commettere siffatta azione. Tutti gli indizi portano a individuare il responsabile nelle stesse organizzazioni che hanno tentato di colpire
la venerata Najaf,
  Kerbalaa e che da tempo hanno nel mirino le moschee sciite.  

Quale è la sua valutazione della presenza straniera in Iraq? 

Anche qui troviamo non poca confusione nel modo di presentare la realtà nei media. Anche se in base al diritto internazionale e le risoluzioni dell’ONU, si tratta di una occupazione, tuttavia non possiamo ignorare il fatto che sono state queste forze a contribuire alla cancellazione della peggiore dittatura che l’umanità abbia mai conosciuto. Il popolo iracheno sente una viva gratitudine alla presenza di queste forze, che assicurano la pace e la sicurezza in Iraq. Noto che questa questione viene spesso discussa nei media, specialmente in Europa. Capisco che alcuni possono essere contrari all’intervento straniero in Iraq e questi tendono a definirlo una guerra contro l’Iraq. Vorrei chiarire le cose, se me lo consentiste, ancora una volta e attraverso il vostro giornale, non si tratta di una guerra contro l’Iraq. Se così fosse, non sarei qui a parlare con Lei qui, oggi, ma sarei in Iraq a combattere l’occupazione. Queste truppe hanno liberato gli iracheni. Grazie a loro ed ai governi alleati si sono svolte due elezioni nel corso di  un anno ed oggi abbiamo una costituzione permanente in Iraq. Sappiamo tutti che il Medio Oriente è una giungla di dittature, ma oggi vediamo gli effetti dei cambiamenti democratici in Iraq in Libano e in Egitto, in occasione delle elezioni presidenziali. Nel vicino Kuwait, la donna ha finalmente ottenuto il diritto al voto. È chiaro che noi speriamo che gli altri popoli della regione non vivano prove simili a quelle che il popolo iracheno ha dovuto supportare. A questi popoli lancio un appello affinché non contribuiscano ad alimentare il terrorismo in Iraq. Noi li consideriamo dei fratelli e siamo legati a loro dal legame del sangue.  

L’Italia ha manifestato il desiderio di contribuire al restauro della cupola di Samarraa. Come valuta questa proposta? 

L’Italia è un grande paese amico e alleato dell’Iraq. Nell’arte e nell’architettura l’Italia occupa un posto di primissimo piano. È evidente quindi che il contributo italiano sarà sempre il benvenuto. Speriamo che altri stati europei possano seguire l’Italia in questo. Perché questa è la risposta concreta a coloro che propagandano lo scontro tra le civiltà: contrastare tale scontro con la cooperazione tra le civiltà. Nella sua storia plurimillenaria, l’Iraq ha costruito una forte tradizione di tolleranza, che ha consentito a sunniti, sciiti, cristiani, ebrei, arabi, armeni, curdi e tukmeni di convivere in pace. Ed è questo che prevarrà.  

Qual è il posto che occupa la questione della conservazione dei beni archeologici nella scala delle priorità del Governo Iracheno, tra le altre questioni di ordine economico? 

La salvaguardia del patrimonio storico e archeologico dell’Iraq è una priorità assoluta. Trascurarlo significherebbe consentire la vittoria del terrorismo. Anche in questo settore prioritario, l’aiuto dell’Italia ci è indispensabile. In modo particolare abbiamo apprezzato molto il lavoro svolto dal CNR. Il progetto del museo virtuale ci ha particolarmente impressionato positivamente. Abbiamo visto il prototipo realizzato dagli amici italiani, che rappresenta davvero il frutto scaturito dall’interazione tra competenze di eccellenza nei settori dell’arte, il sapere scientifico e la tecnologia.  Qual è l’importanza del patrimonio archeologico e culturale iracheno, per l’Iraq e per il resto del mondo? E quale sostegno vi aspettate dall’Occidente su questo versante? 

Dall’Occidente, auspichiamo posizioni simili a quelle assunte dall’Italia, che non risparmia fatica nell’aiutarci a conservare questo patrimonio. Dopo il 9 aprile 2003 per il museo di Baghdad iniziò una stagione di saccheggio di reperti archeologici in altri siti, che è tuttora in corso. Auspichiamo un’azione da parte dell’Italia, nei confronti dei paesi dell’UE per il recupero dei reperti trafugati. Abbiamo la certezza che in alcuni paesi confinanti vi sono reperti trafugati, tuttavia i loro governi non rispondono ai nostri appelli, violando così i principi del diritto internazionale e le convenzioni internazionali che regolano la questione. 

Come procede la democrazia in Iraq? E quale valutazione dà della fase attuale? 

È un compito davvero arduo cercare di dare una valutazione sintetica della situazione irachena. L’Iraq è un paese vissuto senza pace per circa 50 anni, ha conosciuto diverse dittature, la peggiore delle quali è stata quella di Saddam Hussain, che ha condotto il paese in guerre devastanti e ha dissipato la ricchezza del paese in ricerche su armi di distruzione di massa. L’Iraq, culla della civiltà umana, ha vissuto un periodo nero di persecuzioni, torture e guerre. Da tre anni invece, la democrazia procede nella giusta direzione. Esistono forze politiche, che nel passato erano escluse dalla vita politica, e che oggi partecipano alla nuova dialettica democratica. È vero che la fase attuale ha visto la formazioni di poli politici su basi etniche o confessionali, tuttavia crediamo che il riferimento politico sarà più determinante di  quello confessionale o etnico.  

Come valuta il progetto del museo virtuale dell’Iraq?  

È un progetto davvero formidabile. Prima di venire a Roma non avevo un’idea chiara di ciò che avremmo visto. Esso è il frutto di un eccellente lavoro del CNR, realizzato da un gruppo di lavoro che rappresenta una perfetta sinergia tra diverse competenze, sotto la guida del Vice Presidente Roberto De Mattei. Si tratta di un gruppo di lavoro di altissimo livello, che nutre ottimi sentimenti nei confronti dell’Iraq. L’Italia, inoltre, ci ha promesso il suo aiuto per lanciare un fondo internazionale per costruire un nuovo museo archelogico che sia in grado di ospitare sotto il suo tetto i milioni di reperti della nostra millenaria civiltà. per mostrarli ai turisti che speriamo possano arrivare in massa da tutto il mondo in un Iraq finalmente pacificato.  


Diventerete come Dio – Intervista a Massimo Pelliconi

novembre 16, 2006

diventerete-come-dio_1.jpgIl dibattito sui temi della bioetica si è pian piano calato nel nostro esistere quotidiano. Non c’è giorno in cui non si possa leggere articoli o ascoltare opinioni più o meno puntuali sui temi che infiammano mente e anima. Spesso però la discussione etica patisce le conseguenze di impostazioni poco coerenti, della confusione celata dietro termini ambigui o esasperanti sofismi.

 

“Diventerete come Dio” è stato scritto da Don Massimo Pellicani proprio con l’intento di portare un po’ di chiarezza nella corrente discussione etica. Il sottotitolo “La bioetica e l’attualità della primordiale tentazione” illustra ancor meglio il punto di partenza scelto dall’autore. Massimo Pelliconi dopo aver conseguito una laurea in farmacia all’università di Bologna ha scelto la strada del sacerdozio conseguendo il Dottorato di Ricerca in Bioetica. Questa sua passione l’ha portato, dopo quasi tre anni di studi ed approfondimenti, a pubblicare un libro che può essere considerato come un vero e proprio manuale di bioetica.

 

Il pericolo da scongiurare è quello di “non giocare a fare Dio” ritenendo che tutto quello che è possibile dal punto di vita tecnico lo sia anche da quello etico.  Il linguaggio semplice ed immediato e le basi scientifiche attraverso cui Pellicani riesce a testimoniare la sua verità di fede rappresentano una ghiotta occasione per avvicinarsi o approfondire le tematiche della bioetica e per allontanarsi dal pericolo delle tentazioni primordiali. Ne parliamo dell’autore.  

Per trattare i temi della bioetica ha scelto come titolo una citazione della Genesi, ma perché la primordiale tentazione è così attuale?

Ricordo che nel dicembre del 2002, a seguito della notizia shock che annunciava la nascita del primo essere umano clonato, sulla prima pagina del quotidiano francese Le Monde veniva rappresentata una vignetta alquanto significativa, raffigurante una serie di uomini tutti uguali, disposti in fila sul mondo, in mezzo ai quali il loro capo (nella fattispecie il leader della setta dei raelliani), che puntava il dito verso la caricatura di Dio Padre e dichiarava: «Voi siete estromesso!». Il potere di clonare, di produrre la vita in laboratorio e poi di distruggerla, di “giocare a fare Dio”, da molti incomincia ad essere avvertito come qualcosa di inquietante. Il titolo del libro nasce esattamente da questa percezione, perché la gente comune inizia a domandarsi sempre più frequentemente se il progresso della scienza, soprattutto in ordine alle biotecnologie e agli interventi sempre più estremi sulla vita dell’uomo, si stia dirigendo là dove non è lecito spingersi. Alcuni interrogativi pressanti stanno affiorando dalle coscienze: “Fino a che punto vogliamo arrivare? Non stiamo azzardando troppo?”. E dentro questi se ne trova uno ancora più radicale: “Non è che l’uomo stia sfidando Dio?”. Fatto tacere per troppo tempo da una cultura laicista e materialista, il riferimento a Dio non può più essere ignorato.

Facendo riferimento all’introduzione, possiamo dire che lo scopo del suo libro è rispondere alla necessità di radici più profonde, che resistano all’esposizione del “gelido vento relativista”?

In primo luogo mi interessava offrire un testo che facesse chiarezza sui grandi temi della bioetica, a partire dai dati della biologia e della scienza in genere. Troppo spesso siamo bombardati da slogan fuorvianti, da menzogne o verità non dette. In secondo luogo, attingendo soprattutto dal ricco insegnamento di Giovanni Paolo II, viene posta l’attenzione sul mistero dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio e sul suo agire. Un agire che, per usare le parole di Benedetto XVI, pare essere sottomesso alla «dittatura del relativismo». È la tentazione delle origini che si ripresenta viva più che mai, facendo credere che il bene e il male non sono realtà oggettive, ma soggettive, da inventare di volta in volta, decise unicamente dalla volontà del singolo. Il libro si prefigge di smascherare questo inganno.

Nel suo libro affronta temi come l’aborto, l’eutanasia, sesso sicuro, procreazione assistita, staminali, pedofilia. Come si coniugano tali concetti con il principio della indisponibilità della vita umana sancito dalla religione cattolica?

Il principio della indisponibilità della vita, prima che sancito dalla religione cattolica, è riconosciuto dalla ragione umana. La vita è il bene fondamentale, principale, che precede tutti gli altri beni. Senza vita non c’è libertà, non c’è salute, non c’è niente. Nel libro vengono affrontati i grandi temi della bioetica, non a partire dal concetto di indisponibilità della vita umana, ma in riferimento alla primordiale tentazione. Questo mi offre l’opportunità di riflettere non solo sul mistero dell’uomo, ma anche sul mistero dell’origine del male e, conseguentemente, del male che entra nella vicenda umana. Proprio Giovanni Paolo II, nel suo famoso testo Varcare le soglie della speranza, parla del «dato oscuro ma reale del peccato originale» come della «chiave per interpretare la realtà».pelliconi.jpg

Come interpreta la pretesa libertà di scelta rivendicata da una certa cultura laicista?

Si tratta della caricatura della vera libertà, la libertà proposta nella tentazione primordiale. Un principio di grande importanza in ambito bioetico afferma che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente ammissibile. La concezione della libertà non può essere così superficiale da coincidere con il poter fare o scegliere qualunque cosa indifferentemente. Se per assurdo così fosse, Dio non sarebbe totalmente libero, poiché Egli, che è Amore, non potrebbe “tutto”, non potrebbe cioè scegliere di volere il male. Eppure Dio è libertà assoluta, una libertà infinita che non consiste nel poter scegliere (per assurdo) anche il male: l’eterna ed infinita libertà di Dio coincide con la Sua assoluta ed eterna innocenza. Già sant’Agostino in una mirabile sintesi affermava che la beatitudine dell’uomo, e dunque la sua perfetta libertà, consisterà sì nell’avere tutto ciò che si vuole, ma nel non volere nulla di male. La libertà dell’uomo non può creare valori, non può essere la fonte dalla quale scaturisce ciò che è bene e ciò che è male. La libertà non è un’istanza primaria, assoluta, solitaria. Libero non è chi può scegliere indifferentemente una cosa o quell’altra, ma chi può scegliere il bene. Per questo Giovanni Paolo II ha tanto insistito sull’essenziale legame di Verità-Bene-Libertà, legame che «è stato smarrito in larga parte dalla cultura contemporanea».

Paradossalmente, oggi, mentre una sorta di nebbia relativista attanaglia la nostra quotidianità, ci infervoriamo sempre più sui temi della bioetica? E’ il sintomo di un bisogno nuovo, o altro?

La bioetica tratta temi essenziali: la vita, la morte, la sofferenza. Essa, mentre impone una riflessione su questioni decisive, che coinvolgono tutti, mostra anche la fallacia del relativismo. Quando si inizia a produrre o a distruggere la vita, quando l’essere umano può essere usato, manipolato, selezionato, congelato, eliminato, è ovvio che la preoccupazione cresce. L’esito del referendum sulla legge 40 ha in fondo dimostrato che gli italiani non sono d’accordo col relativismo, con la cultura del tutto è lecito: la maggioranza della gente, nonostante fosse condizionata dal mondo dei media ad orientarsi in senso permissivista, ha detto no con l’astensione. Il sintomo di un bisogno nuovo? Mi auguro di sì: il bisogno di ascoltare la verità, di aderire al bene, di difendere l’uomo dall’uomo, il bisogno di riconoscere l’intrinseca preziosità della persona umana e, conseguentemente, la responsabilità del proprio agire.

Non è arduo far entrare nella riflessione bioetica la teologia?

Non mi illudo. Certo non mancherà chi vorrà additare questo libro come politicamente scorretto, dal momento che nell’interdisciplinarietà della riflessione bioetica viene fatto entrare anche l’apporto della teologia. Ho ragione di credere, tuttavia, che la teologia qui proposta, non è lontana, astratta o speculativa. Essa, al contrario, può dire qualcosa di molto concreto all’uomo contemporaneo, sia esso credente o non credente. In fondo, anche per l’ateo, Dio rimane sempre un riferimento col quale confrontarsi, soprattutto quando si rivela come innamorato della Sua creatura.


Scienza e Fede – Discorso di Benedetto XVI alla Pontificia Accademia delle Scienze

novembre 7, 2006

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE vxi.jpgSCIENZE

Sala Clementina
Lunedì, 6 novembre 2006

 Eccellenze,
Distinti Signore e Signori,

Sono lieto di salutare i membri della Pontificia Accademia delle Scienze in occasione di questa Assemblea Plenaria, e ringrazio il Professor Nicola Cabibbo per le gentili parole di saluto che mi ha rivolto a nome vostro. Il tema del vostro incontro – “La prevedibilità nella scienza:  accuratezza e limiti” – riguarda una caratteristica distintiva della scienza moderna. La prevedibilità, in effetti, è una delle ragioni principali del prestigio di cui gode la scienza nella società contemporanea. L’istituzione del metodo scientifico ha dato alle scienze la capacità di prevedere i fenomeni, di studiarne lo sviluppo e, quindi, di controllare l’ambiente in cui l’uomo vive.

La crescente “avanzata” della scienza, e specialmente la sua capacità di controllare la natura attraverso la tecnologia, talvolta è stata collegata a una corrispondente “ritirata” della filosofia, della religione e perfino della fede cristiana. In effetti, alcuni hanno visto nel progresso della scienza e della tecnologia moderna una delle principali cause della secolarizzazione e del materialismo:  perché invocare il controllo di Dio su questi fenomeni quando la scienza si è dimostrata capace di fare lo stesso? Certamente la Chiesa riconosce che l’uomo “coll’aiuto della scienza e della tecnica, ha dilatato e continuamente dilata il suo dominio su quasi tutta intera la natura” e che pertanto “molti beni, che un tempo l’uomo si aspettava dalle forze superiori, oggi ormai se li procura con la sua iniziativa e con le sue forze” (Gaudium et spes, n. 33). Al contempo, il cristianesimo non presuppone un conflitto inevitabile tra la fede soprannaturale e il progresso scientifico. Il punto di partenza stesso della rivelazione biblica è l’affermazione che Dio ha creato gli esseri umani, dotati di ragione, e li ha posti al di sopra di tutte le creature della terra. In questo modo l’uomo è diventato colui che amministra la creazione e l’”aiutante” di Dio. Se pensiamo, per esempio, a come la scienza moderna, prevedendo i fenomeni naturali, ha contribuito alla protezione dell’ambiente, al progresso dei Paesi in via di sviluppo, alla lotta contro le epidemie e all’aumento della speranza di vita, appare evidente che non vi è conflitto tra la Provvidenza di Dio e l’impresa umana. In effetti, potremmo dire che il lavoro di prevedere, controllare e governare la natura, che la scienza oggi rende più attuabile rispetto al passato, è di per se stesso parte del piano del Creatore.

La scienza, tuttavia, pur donando generosamente, dà solo ciò che deve donare. L’uomo non può riporre nella scienza e nella tecnologia una fiducia talmente radicale e incondizionata da credere che il progresso scientifico e tecnologico possa spiegare qualsiasi cosa e rispondere pienamente a tutti i suoi bisogni esistenziali e spirituali. La scienza non può sostituire la filosofia e la rivelazione rispondendo in mondo esaustivo alle domande più radicali dell’uomo:  domande sul significato della vita e della morte, sui valori ultimi, e sulla stessa natura del progresso. Per questa ragione, il Concilio Vaticano II, dopo aver riconosciuto i benefici ottenuti dai progressi scientifici, ha sottolineato che “il metodo di investigazione (…) viene innalzato a torto a norma suprema di ricerca della verità totale”, aggiungendo che “vi è il pericolo che l’uomo, troppo fidandosi delle odierne scoperte, pensi di bastare a se stesso e più non cerchi cose più alte” (Ibidem, n. 57).

La prevedibilità scientifica solleva anche la questione delle responsabilità etiche dello scienziato. Le sue conclusioni devono essere guidate dal rispetto della verità e dall’onesto riconoscimento sia dell’accuratezza sia degli inevitabili limiti del metodo scientifico. Certamente ciò significa evitare le previsioni inutilmente allarmanti quando queste non sono sostenute da dati sufficienti o vanno oltre le capacità effettive di previsione della scienza. Significa però anche evitare il contrario, vale a dire il silenzio, nato dalla paura, dinanzi ai problemi autentici. L’influenza degli scienziati nel formare l’opinione pubblica sulla base della loro conoscenza è troppo importante per essere minata da una fretta inopportuna o dalla ricerca di una pubblicità superficiale. Come il mio predecessore Papa Giovanni Paolo II una volta ha osservato:  “Gli scienziati, quindi, proprio perché “sanno di più”, sono chiamati a “servire di più”. Poiché la libertà di cui godono nella ricerca dà loro accesso al sapere specializzato, hanno la responsabilità di utilizzare quest’ultimo saggiamente per il bene di tutta la famiglia umana” (Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 11 novembre 2002).

Cari Accademici, il nostro mondo continua a guardare a voi e ai vostri colleghi per una chiara comprensione delle possibili conseguenze di molti importanti fenomeni naturali. Penso, per esempio, alle continue minacce all’ambiente che colpiscono intere popolazioni, e al bisogno urgente di scoprire fonti energetiche alternative, sicure, accessibili a tutti. Gli scienziati troveranno il sostegno della Chiesa nei loro sforzi per affrontare simili questioni, poiché la Chiesa ha ricevuto dal suo divino Fondatore il compito di guidare la coscienza delle persone verso il bene, la solidarietà e la pace. Proprio per questa ragione considera suo dovere insistere sul fatto che la capacità della scienza di prevedere e controllare non venga mai utilizzata contro la vita umana e la sua dignità, ma che sia sempre messa al suo servizio, al servizio della generazione presente e di quelle future.

Vi è un’ultima riflessione che il tema della vostra Assemblea ci può suggerire oggi. Come hanno evidenziato alcune delle relazioni presentate negli ultimi giorni, il metodo scientifico stesso, nel suo raccogliere dati, nell’elaborarli e nell’utilizzarli nelle sue proiezioni, ha dei limiti insiti che necessariamente restringono la prevedibilità scientifica a contesti ed approcci specifici. La scienza, pertanto, non può pretendere di fornire una rappresentazione completa, deterministica, del nostro futuro e dello sviluppo di ogni fenomeno da essa studiato. La filosofia e la teologia potrebbero dare un importante contributo a questa questione fondamentalmente epistemologica, per esempio aiutando le scienze empiriche a riconoscere la differenza tra l’incapacità matematica di prevedere determinati eventi e la validità del principio di causalità, o tra l’indeterminismo o la contingenza (casualità) scientifici e la causalità a livello filosofico o, più radicalmente, tra l’evoluzione come origine ultima di una successione nello spazio e nel tempo e la creazione come prima origine dell’essere partecipato nell’Essere essenziale.

Al contempo, vi è un livello più alto che necessariamente trascende le previsioni scientifiche, ossia il mondo umano della libertà e della storia. Mentre il cosmo fisico può avere un proprio sviluppo spaziale-temporale, solo l’umanità, in senso stretto, ha una storia, la storia della sua libertà. La libertà, come la ragione, è una parte preziosa dell’immagine di Dio dentro di noi e non può essere ridotta a un’analisi deterministica. La sua trascendenza rispetto al mondo materiale deve essere riconosciuta e rispettata, poiché è un segno della nostra dignità umana. Negare questa trascendenza in nome di una supposta capacità assoluta del metodo scientifico di prevedere e condizionare il mondo umano comporterebbe la perdita di ciò che è umano nell’uomo e, non riconoscendo la sua unicità e la sua trascendenza, potrebbe aprire pericolosamente la porta al suo sfruttamento.

Cari amici, mentre concludo queste riflessioni, ancora una volta vi assicuro del mio profondo interesse per le attività di questa Pontificia Accademia e delle mie preghiere per voi e per le vostre famiglie. Su tutti voi invoco le benedizioni della sapienza, della gioia e della pace di Dio Onnipotente.

  Traduzione distribuita dalla Santa Sede

© Copyright 2006 – Libreria Editrice Vaticana


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