Diventerete come Dio – Intervista a Massimo Pelliconi

diventerete-come-dio_1.jpgIl dibattito sui temi della bioetica si è pian piano calato nel nostro esistere quotidiano. Non c’è giorno in cui non si possa leggere articoli o ascoltare opinioni più o meno puntuali sui temi che infiammano mente e anima. Spesso però la discussione etica patisce le conseguenze di impostazioni poco coerenti, della confusione celata dietro termini ambigui o esasperanti sofismi.

 

“Diventerete come Dio” è stato scritto da Don Massimo Pellicani proprio con l’intento di portare un po’ di chiarezza nella corrente discussione etica. Il sottotitolo “La bioetica e l’attualità della primordiale tentazione” illustra ancor meglio il punto di partenza scelto dall’autore. Massimo Pelliconi dopo aver conseguito una laurea in farmacia all’università di Bologna ha scelto la strada del sacerdozio conseguendo il Dottorato di Ricerca in Bioetica. Questa sua passione l’ha portato, dopo quasi tre anni di studi ed approfondimenti, a pubblicare un libro che può essere considerato come un vero e proprio manuale di bioetica.

 

Il pericolo da scongiurare è quello di “non giocare a fare Dio” ritenendo che tutto quello che è possibile dal punto di vita tecnico lo sia anche da quello etico.  Il linguaggio semplice ed immediato e le basi scientifiche attraverso cui Pellicani riesce a testimoniare la sua verità di fede rappresentano una ghiotta occasione per avvicinarsi o approfondire le tematiche della bioetica e per allontanarsi dal pericolo delle tentazioni primordiali. Ne parliamo dell’autore.  

Per trattare i temi della bioetica ha scelto come titolo una citazione della Genesi, ma perché la primordiale tentazione è così attuale?

Ricordo che nel dicembre del 2002, a seguito della notizia shock che annunciava la nascita del primo essere umano clonato, sulla prima pagina del quotidiano francese Le Monde veniva rappresentata una vignetta alquanto significativa, raffigurante una serie di uomini tutti uguali, disposti in fila sul mondo, in mezzo ai quali il loro capo (nella fattispecie il leader della setta dei raelliani), che puntava il dito verso la caricatura di Dio Padre e dichiarava: «Voi siete estromesso!». Il potere di clonare, di produrre la vita in laboratorio e poi di distruggerla, di “giocare a fare Dio”, da molti incomincia ad essere avvertito come qualcosa di inquietante. Il titolo del libro nasce esattamente da questa percezione, perché la gente comune inizia a domandarsi sempre più frequentemente se il progresso della scienza, soprattutto in ordine alle biotecnologie e agli interventi sempre più estremi sulla vita dell’uomo, si stia dirigendo là dove non è lecito spingersi. Alcuni interrogativi pressanti stanno affiorando dalle coscienze: “Fino a che punto vogliamo arrivare? Non stiamo azzardando troppo?”. E dentro questi se ne trova uno ancora più radicale: “Non è che l’uomo stia sfidando Dio?”. Fatto tacere per troppo tempo da una cultura laicista e materialista, il riferimento a Dio non può più essere ignorato.

Facendo riferimento all’introduzione, possiamo dire che lo scopo del suo libro è rispondere alla necessità di radici più profonde, che resistano all’esposizione del “gelido vento relativista”?

In primo luogo mi interessava offrire un testo che facesse chiarezza sui grandi temi della bioetica, a partire dai dati della biologia e della scienza in genere. Troppo spesso siamo bombardati da slogan fuorvianti, da menzogne o verità non dette. In secondo luogo, attingendo soprattutto dal ricco insegnamento di Giovanni Paolo II, viene posta l’attenzione sul mistero dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio e sul suo agire. Un agire che, per usare le parole di Benedetto XVI, pare essere sottomesso alla «dittatura del relativismo». È la tentazione delle origini che si ripresenta viva più che mai, facendo credere che il bene e il male non sono realtà oggettive, ma soggettive, da inventare di volta in volta, decise unicamente dalla volontà del singolo. Il libro si prefigge di smascherare questo inganno.

Nel suo libro affronta temi come l’aborto, l’eutanasia, sesso sicuro, procreazione assistita, staminali, pedofilia. Come si coniugano tali concetti con il principio della indisponibilità della vita umana sancito dalla religione cattolica?

Il principio della indisponibilità della vita, prima che sancito dalla religione cattolica, è riconosciuto dalla ragione umana. La vita è il bene fondamentale, principale, che precede tutti gli altri beni. Senza vita non c’è libertà, non c’è salute, non c’è niente. Nel libro vengono affrontati i grandi temi della bioetica, non a partire dal concetto di indisponibilità della vita umana, ma in riferimento alla primordiale tentazione. Questo mi offre l’opportunità di riflettere non solo sul mistero dell’uomo, ma anche sul mistero dell’origine del male e, conseguentemente, del male che entra nella vicenda umana. Proprio Giovanni Paolo II, nel suo famoso testo Varcare le soglie della speranza, parla del «dato oscuro ma reale del peccato originale» come della «chiave per interpretare la realtà».pelliconi.jpg

Come interpreta la pretesa libertà di scelta rivendicata da una certa cultura laicista?

Si tratta della caricatura della vera libertà, la libertà proposta nella tentazione primordiale. Un principio di grande importanza in ambito bioetico afferma che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è eticamente ammissibile. La concezione della libertà non può essere così superficiale da coincidere con il poter fare o scegliere qualunque cosa indifferentemente. Se per assurdo così fosse, Dio non sarebbe totalmente libero, poiché Egli, che è Amore, non potrebbe “tutto”, non potrebbe cioè scegliere di volere il male. Eppure Dio è libertà assoluta, una libertà infinita che non consiste nel poter scegliere (per assurdo) anche il male: l’eterna ed infinita libertà di Dio coincide con la Sua assoluta ed eterna innocenza. Già sant’Agostino in una mirabile sintesi affermava che la beatitudine dell’uomo, e dunque la sua perfetta libertà, consisterà sì nell’avere tutto ciò che si vuole, ma nel non volere nulla di male. La libertà dell’uomo non può creare valori, non può essere la fonte dalla quale scaturisce ciò che è bene e ciò che è male. La libertà non è un’istanza primaria, assoluta, solitaria. Libero non è chi può scegliere indifferentemente una cosa o quell’altra, ma chi può scegliere il bene. Per questo Giovanni Paolo II ha tanto insistito sull’essenziale legame di Verità-Bene-Libertà, legame che «è stato smarrito in larga parte dalla cultura contemporanea».

Paradossalmente, oggi, mentre una sorta di nebbia relativista attanaglia la nostra quotidianità, ci infervoriamo sempre più sui temi della bioetica? E’ il sintomo di un bisogno nuovo, o altro?

La bioetica tratta temi essenziali: la vita, la morte, la sofferenza. Essa, mentre impone una riflessione su questioni decisive, che coinvolgono tutti, mostra anche la fallacia del relativismo. Quando si inizia a produrre o a distruggere la vita, quando l’essere umano può essere usato, manipolato, selezionato, congelato, eliminato, è ovvio che la preoccupazione cresce. L’esito del referendum sulla legge 40 ha in fondo dimostrato che gli italiani non sono d’accordo col relativismo, con la cultura del tutto è lecito: la maggioranza della gente, nonostante fosse condizionata dal mondo dei media ad orientarsi in senso permissivista, ha detto no con l’astensione. Il sintomo di un bisogno nuovo? Mi auguro di sì: il bisogno di ascoltare la verità, di aderire al bene, di difendere l’uomo dall’uomo, il bisogno di riconoscere l’intrinseca preziosità della persona umana e, conseguentemente, la responsabilità del proprio agire.

Non è arduo far entrare nella riflessione bioetica la teologia?

Non mi illudo. Certo non mancherà chi vorrà additare questo libro come politicamente scorretto, dal momento che nell’interdisciplinarietà della riflessione bioetica viene fatto entrare anche l’apporto della teologia. Ho ragione di credere, tuttavia, che la teologia qui proposta, non è lontana, astratta o speculativa. Essa, al contrario, può dire qualcosa di molto concreto all’uomo contemporaneo, sia esso credente o non credente. In fondo, anche per l’ateo, Dio rimane sempre un riferimento col quale confrontarsi, soprattutto quando si rivela come innamorato della Sua creatura.

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