Può esistere un diritto di morire?

“In caso di  malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante o di malattia che mi costringa a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione chiedo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico né a idratazione e alimentazione forzate e artificiali in caso di impossibilità ad alimentarmi autonomamente.” veronesi.jpg

Questo è il testo del testamento biologico concepito dal noto oncologo Umberto Veronesi  e promosso attraverso il Consiglio Nazionale del Notariato che si è impegnato a richiedere solo 25 euro per la registrazione dell’atto.La proposta del Prof. Veronesi, che ha dato l’avvio ad un movimento di opinione concretizzatosi nella presentazione da parte del centro-sinistra del ddl 687, del 27 giugno 2006, è stata accusata di essere figlia di una visione scientista incapace di percepire la vita se non come mero processo biologico. Nel nome del moderno efficientismo, quindi, all’uomo basterebbe a perdere la capacità di una “normale vita di relazione” per perdere la propria dignità. Meglio quindi andarsene prima possibile, togliere il disturbo a parenti e amici e non caricare di ulteriori costi assistenziali lo Stato. Un esempio di come la vita e la malattia umana possano essere intesi diversamente è la poesia tratta da “Crudele dolcissimo amore”, autrice Chiara M.: Non te ne andare./Quando chiara-m.jpgnon avrò più forza,/quando non avrò più voce,/ quando non avrò più sorriso,/ quando potrò solo guardarti negli occhi,/per favore,/non aver paura,/stringi la mia mano,/ma non te ne andare.In questo caso, quindi, non viene promosso il diritto di morire, ma il diritto di essere amati sino alla fine.Due visioni della vita e dell’uomo continuano dunque a contrapporsi: dalla nascita, con la questione delle staminali, fino al momento della morte, con il dilemma malattia-eutanasia.Come ben spiegato a Zenit da Claudia Navarini, docente alla Facoltà di bioetica dell’Università Europea di Roma “I due fronti della questione sono stati bene illustrati nel documento del Comitato Nazionale di Bioetica sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, in cui si segnalava che alcuni membri del Comitato intendevano far rientrare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali nel diritto di autodeterminazione del paziente, mentre altri lo ritenevano uno spazio sottratto alla decisione del singolo in virtù del principio etico e giuridico di indisponibilità della vita umana.”“È chiaro tuttavia – continua la Navarini – che l’omissione, al pari dell’azione, è nell’uomo un atto di volontà e dunque comporta una responsabilità etica. Un’omissione perpetrata allo scopo di provocare la morte, sia pure per eliminare il dolore, equivale in tutto e per tutto ad un atto eutanasico omicida. Si potrà poi valutare soggettivamente il grado di gravità, ma il giudizio globale sull’atto non ne viene inficiato.”navarini.jpgIl Prof. Veronesi, nel sostenere l’adozione del testamento biologico ha dichiarato che questo  rappresenterebbe il primo passo verso il riconoscimento del diritto di ogni uomo all’autodeterminazione, e quindi, del diritto di morire con dignità. Ma è concepibile un diritto di morire? Ne parliamo con Don
Massimo Pelliconi, autore di “Diventerete come Dio” , un vibrato campanello di allarme sullo strapotere biotecnologico. “Il cosiddetto “Testamento Biologico” o “Testamento di Vita” o documento di “Direttive Anticipate” o di “Dichiarazioni Anticipate di Trattamento” nasce con l’intento di far dichiarare anticipatamente ad un soggetto in buona salute quali terapie desidererebbe ricevere o non ricevere nel caso in cui si trovasse in una situazione di patologia invalidante grave, nella quale non avesse possibilità di comunicare verbalmente con i propri curanti.” “La forma di testamento di vita proposta dal Prof. Veronesi – continua Don Pelliconi – è l’ennesima pratica di burocratizzazione del rapporto tra medico e paziente che spinge la medicina verso una deriva contrattualistica che non porta alcun beneficio a nessuno.”Quindi, in realtà, la proposta di Veronesi sembrerebbe far parte di una strategia che ha un chiaro,  come del resto egli stesso ha recentemente dichiarato: «Io mi batto anche per l’eutanasia. Ma una cosa per volta…» (Corriere della Sera 01/03/06). “Sì – afferma Don Pelliconi – per il prof. Veronesi esiste il diritto di chiedere la morte e di essere accontentati, perché egli, come molti convinti fautori dell’eutanasia, non trovano altro significato alla vita se non quello della salute, dell’efficienza, dell’integrità fisica. Per loro conta solo (o quasi) l’esperienza sensibile, biologica, animale. E quando questa viene irrimediabilmente compromessa, non intendono altra soluzione che quella di chiedere la morte, anticipatamente, coraggiosamente. Questa è la penosa posizione di chi riduce l’uomo a puro evento biologico, estromesso dai rapporti di affezione e amorevole cura da cui è costituito. Parlare di diritto alla morte significa concepire l’uomo solo, tristemente isolato, che non conosce la potenza vivificante della relazione, della condivisione, della prossimità. Parlare di diritto a morire è un assurdo antropologico, perché la morte in se stessa ripugna, sempre. Si dovrebbe invece parlare di diritto a non essere lasciati soli, mai. Diritto di trovare qualcuno che sappia esserti vicino nel momento del bisogno più acuto, della malattia più terribile, qualcuno che possa continuare a prendersi cura di te anche quando la medicina non può più curarti. Una presenza amica, la comunione con l’altro rappresentano davvero il bisogno primario dell’essere umano, l’antidoto alla tentazione di chiedere la morte. “diventerete-come-dio_11.jpgSembra che il dilemma sia eliminare la sofferenza o eliminare i sofferenti. Su questo punto
Massimo Pelliconi non ha dubbi: “
La risposta è ovvia. A ben guardare però, nella nostra condizione umana, segnata dalla fragilità, dalla malattia e dall’inevitabile vecchiaia, la sofferenza non è mai totalmente eliminabile. È importante però renderla tollerabile, accettabile: il dolore, se non può essere totalmente eliminato, può, deve essere alleviato. E questo è possibile non solo attraverso l’utilizzo delle cure palliative, certamente da sviluppare e da incrementare, ma anche attraverso l’umanizzazione della medicina, il recupero della relazione medico-paziente, dell’ascolto, dell’amorosa dedizione verso il malato.”Sulla correttezza dell’impostazione della relazione medico-paziente abbiamo chiesto un parere Dr.
Carlo Bellieni, Dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena.
“Il medico – afferma Bellieni – deve tornare a capire che il rapporto col paziente se è a senso unico è inevitabilmente falso. Anche il paziente è una risorsa per il medico, sia per bellieni.jpgciò che impara umanamente da chi soffre sia per ciò che scopre clinicamente dall’ascolto attento. Lo scienziato riscopre già in una piccola cellula embrionaria un mondo da venerare, mentre l’ideologo vede solo del materiale biologico da usare. Il medico allora non può essere, come si pretende oggi, un “fornitore di servizio” ad un’”utenza” attraverso un “mansionario”. Per questo non ci interessa che l’etica ci proponga una “buona mediazione” tra le novità tecniche e l’ansia che nasce dai rischi del tecnicismo onnipotente; ci serve un’àncora per resistere contro la riduzione del loro lavoro: una riduzione che subisce chi vuol stare da uomo vicino all’uomo che soffre, mentre tutto insegna che dalla sofferenza, una volta somministrato il farmaco, si può solo fuggire. E il medico rischia di diventare preda del sentimentalismo o del cinismo che in comune hanno la paura della realtà e che giungono a giustificare l’eliminazione del “diverso” quando la medicina si mostri inefficace.
Carlo Bellieni ha recentemente dato alle stampe un piccolo manuale per destreggiarsi nel mondo della bioetica intitolato “Padroni della vita? Piccolo vademecum di bioetica “  in cui scrive che quando si parla di etica oggi si intende un’etica dei recinti e non dell’ io. “Infatti – spiega Bellieni – una delle frasi più note e più vuote di senso è  “la mia libertà è quella che finisce dove inizia la libertà altrui”, che non dice cosa è la libertà, ma dice che gli altri sono un limite ad essa. Da questa frase nasce anche l’idea di salute oggi in voga secondo cui gli altri possono essere un ostacolo ad essa, basti pensare alla legge 194, che permette l’aborto perché la nascita del figlio non desiderato può essere una patologia per la madre.”  “Dunque – continua Bellieni – l’etica di moda è quella che “tiene a bada gli altri”, cercando di evitare un reciproco disturbo. Un’etica “dell’io” invece è quella che afferma che la bellieni-libro.gifpersona ha una specie di DNA etico da rispettare inscritto in sé. Questo non vuol dire che non ci possano essere diverse opinioni, ma che quando si fanno scelte, prima ci si deve domandare se queste corrispondono al desiderio di bellezza, giustizia, verità, libertà comuni a tutti che ho dentro di me. Le scelte non sono tutte come scegliere il colore della macchina: ci sono alcune buone, altre cattive e altre che ricordano quelle dei bambini che potendo mangiare un bel gelato, per ripicca preferiscono stare in un angolo a mangiarsi le unghie. Invece l’etica moderna dice, per esempio, che se stai aspettando un bambino puoi tenerlo, abortirlo, oppure farlo nascere e darlo in adozione a seconda di come è il tuo umore o il tuo patrimonio, come se la prima scelta non fosse più sana delle altre e dunque preferibile.”Al diritto di morire sostenuto da più parti,
Carlo Bellieni contrappone quindi un diritto ad essere ben assistiti: “
Finché non esisterà un diritto ad esser curati bene – afferma – a riconoscere che il primo bisogno di chi soffre è una compagnia e che il dolore deve essere combattuto, non esisterà un diritto a morire. Altrimenti è una scorciatoia per fare di meno. L’etica che esalta l’autodeterminazione rientra poi nella già citata etica “degli steccati” o “della solitudine”: io decido da me, gli altri sono un ostacolo, mai un aiuto. Ci stanno educando a vivere isolati e morire soli: almeno ci lasciassero delle alternative. Sa che molte delle persone che chiedono l’eutanasia lo fanno perché sono depresse, dunque con una patologia della libertà di scelta? E che quando vengono valorizzati o curati possono cambiare idea? 

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