Feste globali

dicembre 16, 2007

La globalizzazione ha sradicato le feste tradizionali dai propri luoghi di origine. Così, mentre in Italia si sono rimesse nei cassetti le maschere da streghe per Halloween, i cinesi si apprestano ad infilarsi il costume da Babbo Natale per il prossimo Natale. Cristina Cacace, psicologa, spiega come questo fenomeno possa innescarsi “in una società in cui la televisione, internet,  musica e videogames rappresentano un potente veicolo di trasmissione di valori sociali e culturali”.
cammilleri2.jpgAnche per Rino Cammilleri, scrittore ed editorialista, questa feste imitate sono da imputare alla globalizzazione:  “l’esotismo ha sempre fascino (i giapponesi, per esempio, amano sposarsi col rito cristiano, abito bianco ecc.). E poi il modello “culturale” vincente è quello occidental-americano. Nessuna novità: anche nella Palestina dei tempi di Cristo troviamo nomi “romanizzati” (Marco, Paolo…) e gusti “ellenici” come le palestre o le terme. Gli americani hanno Hollywood, che esporta e rende attrattivo il loro modello estetico ovunque.”
Non sempre, dunque, le feste tradizionali si trasformano in semplici carnevalate fuori dai propri confini d’origine ma diventano anche un modo per non dimenticare le proprie radici : “a Brooklyn – continua Cammilleri – si festeggia san Gennaro nella comunità italiana e il giorno di san Patrizio gli irlandesi fanno la parata anche negli Usa. I cinesi portano in tutte le loro Chinatown le loro feste. Da noi c’è una forte discrepanza tra Nord e Sud: nel Sud le feste popolari sono quello del Patrono; nel Nord secolarizzato si preferisce la sagra paesana (o le “notti bianche” nelle grandi città). Con le debite eccezioni: a Orvieto, per esempio, la festa principale è quella del Corpus Domini.”
Per il sociologo Massimo Introvigne è “la forza della cultura popolare che fa in modo che i suoi centri di produzione riescano ad esportare ovunque certi modelli e simboli. Mi introvigne.jpgpiacerebbe credere che i cinesi importino il Natale perché convinti dal messaggio cristiano. Ma in realtà lo importano perché lo vedono nei film e telefilm americani (vedi Halloween).
Siccome il maggior centro di produzione di cultura popolare è negli Stati Uniti, le abitudini americane sono esportate in tutto il mondo.”
Nulla di negativo, però: “ciò non è necessariamente un male né deve spingere a demonizzare gli Stati Uniti: alcuni costumi americani come quelli del Giorno del Ringraziamento sono anzi carichi di valori positivi (a parte il tacchino farcito, che è molto gradevole) e importarli porterebbe con sé qualche vantaggio.”
Per Introvigne, certe feste possono perdere la loro essenza ma anche trasformarsi in una opportunità: “certo, il tacchino non fa il Thanksgiving e l’albero non fa Natale. Chi è interessato a queste “essenze” può però partire dall’albero per ricostruire il Natale. Un missionario in Cina può usare l’albero come occasione per spiegare il vero significato del Natale. Anziché parlarne male e basta potremmo anche partire da Halloween per riflettere sul misterioso intreccio fra i vivi e i morti”

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SPE SALVI facti sumus

dicembre 2, 2007

ratzinger1.jpgNella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi (Rm 8,24). La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ora, si impone immediatamente la domanda: ma di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l’affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti? E di quale tipo di certezza si tratta?

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20071130_spe-salvi_it.html