Kyoto, avanzano gli scettici

febbraio 18, 2009

kyotobutton1In molti il 16 febbraio 2005 avrebbero scomesso che il mondo sarebbe migliorato. L’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto simboleggiava l’impegno concreto da parte dei paesi industrializzati per abbattere i temuti gas serra. Ma dopo appena quattro anni si registra un forte affanno da parte dei paesi firmatari a stare al passo con gli ambiziosi obiettivi fissati dal Protocollo. WWF, Greenpeace e Legambiente lamentano che a fronte del previsto taglio complessivo del 6,5%, le emissioni nel nostro paese sono invece cresciute del 9,9% dal 1990 ad oggi. Le major ambientaliste lamentano anche il ritorno al carbone e al nucleare da parte dell’attuale governo al posto delle energie alternative pulite. Dall’altra parte aumenta il fronte degli scettici, convinti che il Protocollo dal punto di vista strettamente climatico sia assolutamente inutile, essendo risibile il contributo umano di anidride carbonica rispetto a quello naturale. Forti perplessità colpiscono anche il mercato dello scambio di quote di emissione messo in piedi dal Protocollo, ora asfittico a causa della crisi finanziaria ma usato fino a poco tempo come strumento speculativo. In questi anni lo scontro fra catastrofisti e eco-ottimisti, fra seguaci del global-warming e scettici si è combattuto a suon di comunicati stampa, convegni, film e…premi nobel, mortificando la possibilità di ragionare in modo scientifico sull’evoluzione del clima del nostro pianeta. Per Teodoro Georgiadis, dell’Istituto di Biometeorologia del CNR, teoattualmente anche la stessa misurazione degli eventuali benefici di Kyoto non è semplice: “abbiamo una rete mondiale di misura con stazioni disomogeneamente distribuite che non ci assicurano quindi che il senso del “globale” sia veramente rispettato. Inoltre esiste anche il problema di verificare l’affidabilità delle stazioni di rilevamento”. Gli elementi a disposizione della ricerca indicano dunque che nei confronti di un sistema complesso come quello climatico nessun scienziato serio può dire di nutrire certezze assolute. “Misuramo pochissimo l’oceano, e nell’oceano sta buona parte dello scambio di energia del pianeta – continua Georgiadis – misuriamo solo la temperatura alla superficie che sicuramente è un indicatore molto povero di tutti i processi fisici del sistema climatico che è fatto di scambi di energia anche attraverso processi che vedono i cambiamenti di fase dell’acqua, ovvero il ciclo completo di questa.” Gli stessi modelli matematici sulla cui base vengono orientate le politiche ambientali degli stati non rappresentano una piena affidabilità. Fabio Malaspina, fisico e metereologo, docente del Master in Scienze Ambientali all’Università Europea ricorda che: “il padre della modellistica matematica, John Von Neumann descriveva le difficoltà e potenzialità dei modelli con il famoso aforisma: “Con quattro parametri posso descrivere un elefante e con cinque posso fargli muovere la proboscide.” E i modelli climatici hanno molto più di cinque parametri. “Quasi nessuno ha il coraggio di dirlo – spiega Malaspina – se non ci si fa trarre in inganno dall’uso del calcolatore più potente al mondo e di sofisticatissimi satelliti, non esistono elementi scientifici per affermare che sono diverse le affidabilità di una previsioni a cinquanta o cento anni effettuate con metodi astrologici o matematici o sulla base del volo degli padroni-pianeta1uccelli.” A fronte di tali mancate certezze esiste però un problema economico che l’adozione di certe politiche ambientali comporta. Per Antonio Gaspari, autore con Riccardo Cascioli de “Le bugie degli ambientalisti “ e “I Padroni del Pianeta”: “i costi sono giganteschi per dei risultati che, anche se fosse realistica la teoria del global warming, saranno ridicoli. Secondo l’ultimo Rapporto pubblicato dall’IPCC nel maggio del 2007, i costi sono di almeno 100 dollari per ogni tonnellata di CO2 , pari al 3% del Prodotto Interno Lordo a livello mondiale. Una cifra spaventosa.” E’ l’Italia che prezzo deve pagare? “Dal lavoro della Commissione ministeriale per la contabilità ambientale – afferma Gaspari – istituita dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa Schioppa, e presieduta dall’allora sottosegretario all’economia Paolo Cento, risulta che dopo aver assunto l’impegno di tagliare le emissioni di gas serra del 6,5 per cento entro il 2012, l’Italia ha raggiunto nel 2004 la quota 583 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Sono 97 milioni di tonnellate di eccedenza annua. La Commissione europea e la Banca Mondiale calcolano che il prezzo di mercato dei “carbon credits”, sia pari a 20 euro per tonnellata di anidride carbonica. Moltiplicando i 128 milioni di tonnellate di anidride carbonica emessi in violazione del protocollo di Kyoto per 20 si arriva a 2,56 miliardi di euro l’anno.” Nell’arco del quinquennio 2008-2012 quindi il raggiungimento degli accordi di Kyoto dovrebbe costare all’Italia 12,8 miliardi di euro. Di questi, 1,6 miliardi dovrebbero essere potenzialmente a carico del settore imprenditoriale. Non è da trascurare al riguardo il calcolo fatto dal Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica, per cui il “pieno e perfetto adeguamento al Protocollo di Kyoto” porterebbe nel 2050, secondo i calcoli fatti dal Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica , ad una riduzione delle temperature medie del pianeta di soli 0,06 gradi centigradi, rispetto a quanto avverrebbe in assenza del Trattato. “E’ impensabile – continua Gaspari – che l’Italia,così come gli altri Paesi, riescano a pagare certe cifre, soprattutto in una situazione in cui il PIL scende e la crisi finanziaria schiaccia le imprese ed il lavoro.” Probabilmente dunque, al di là delle posizioni divergenti, sarà proprio la congiuntura economica negativa a far luce sui presunti benefici di un calo dell’industrializzazione. Il calo della produzione fino al 50% di quei comparti che producono più emissioni unito ad un taglio generalizzato del consumo di energia comporterà per certamente una energica riduzione delle emissioni. Sarà curioso conoscere se i livelli di concentrazione di anidride carbonica diminuiranno in egual misura.


Cambiamenti climatici: la legge della marmotta

febbraio 3, 2009

marmotta_intChi non ricorda l´omonimo film con Bill Murray? Un meteorologo televisivo viene inviato in Pennsylvania, nella piccola città di Punxsutawney, per un reportage sulla ricorrenza del Giorno della Marmotta. Qui rimane intrappolato in un loop temporale. Ogni mattina, alle sei in punto la radio lo sveglia al suono di I got you babe di Sonny & Cher: da quel momento la giornata si ripete sempre allo stesso modo.
Il 2 febbraio negli Stati Uniti rappresenta un vero evento. Il sito dedicato (http://www.groundhog.org) narra come dal 1886 esista una marmotta-meteorolga ufficiale. Tutti aspettano che la marmotta Phil si svegli dal letargo: se uscendo dalla tana vede la propria ombra, si spaventa e torna a dormire. Questo significa che l´inverno durerà ancora sei mesi. Se il cielo è grigio il letargo può aver fine perché la primavera è in arrivo.
Il folklore americano trova la sua corrispondenza in occidente in diverse ricorrenze nobilitate dalle antiche origini.

In Italia si festeggia la Candelora. In origine era una festa pagana. In occasione della “februatio” le donne giravano con ceri accesi, simbolo di luce, per purificare la città dagli influssi dei demoni.
Il cristianesimo vi sovrappose la festa per la Purificazione della Madonna, che cadeva proprio il 2 febbraio, quaranta giorni dopo il Natale e si svolgeva sempre con una processione con i ceri, simboleggianti questa volta il battesimo che purifica dal peccato originale.
In alcune zone della penisola resiste ancora l´originario legame con il mondo naturale e si festeggia il Giorno dell´Orso. Se svegliandosi dal letargo scopre che il tempo è nuvoloso, annuncia con tre salti l’arrivo della primavera.

main2009winterLe tradizioni della marmotta, della candelora o dell´orso si richiamano a quello che sono stati per secoli i nostri proverbi. Oggi la saggezza popolare dedicata al clima è stata superata da modelli matematici che hanno l´ambizione di prevedere il tempo da qui a cento anni.
Il grande astronomo di fine Ottocento Giovanni Virginio Schiaparelli a tal proposito affermava: «la previsione del tempo! È quanto dire la pietra filosofale dei nostri giorni…. Si cessi una volta dal promettere alle popolazioni a nome della scienza, ciò che oggi la scienza non può dare».
Luigi Mariani, autore del recente Cambiamenti climatici e conoscenza scientifica, ha presentato pochi giorni fa la ristampa anastatica di un libro del 1888 di Ercole Ferrario, dal titolo I principali proverbi relativi all’agricoltura spiegati ai proprietari ed ai coltivatori.
«La mia presentazione – afferma Mariani – relativa ai proverbi dedicati al tempo atmosferico, partiva dall’idea che i proverbi in passato servivano per dare a chi ne faceva uso, soprattutto agricoltori, l’idea, che si rivelava assai spesso una pia illusione, di poter dominare la variabilità atmosferica, dai cui capricci dipendeva la sopravvivenza stessa. I proverbi esprimevano una grande attenzione ai fenomeni naturali ed una diffidenza innata verso i possessori del sapere teorico».

I proverbi e le tradizioni sono spesso frutto di conoscenze pratiche acquisite scontrandosi con una realtà spesso assai drastica. Spesso quindi sono serviti ai nostri progenitori come supporto psicologico a fronte al comportamento del tutto imprevedibile del tempo atmosferico, che gli inadeguati sistemi di scorte rendevano foriero di carestia e morte.
«Oggi le cose non stanno più così – continua Mariani – nel senso che i modelli matematici a nostra disposizione consentono di formulare previsioni meteorologiche passibili di uso operativo fino a 5 – 7 giorni in avanti rispetto alla data di emissione».
Tuttavia spingendosi ancor più in avanti si ripresenta il nostro limite rispetto alla previsione meteorologica.
Per Mariani: «ancor oggi infatti una previsione a 15 giorni è alquanto imprecisa mentre del tutto improponibili sono quelle a 2-3 mesi, in cui peraltro i nostri mezzi di informazione si lanciano spesso con l’ausilio di “esperti” alla ricerca di magre figure. Tuttavia le informazioni che emergono dal “giorno della marmotta” hanno più che altro un valore simbolico e di legame con la tradizione e con la natura, legame che le rende gradevoli e gradite».

I modelli climatici sono quindi un prodotto tecnologico complesso da usare con discernimento, avendo ben chiari quali sono i loro limiti. Come afferma Antonino Zichichi: non esiste ancora una equazione del clima.
«Con i modelli matematici – conclude Mariani – è possibile migliorare in modo sostanziale le nostre conoscenze sui meccanismi del clima che, essendo un sistema complesso e con migliaia di cause mal si presta ad una semplice lettura da parte del singolo scienziato o peggio dell’uomo della strada».
Se si vuole quindi andare oltre la saggezza popolare e non si vuol cadere nella logica luddistica del rifiuto dei modelli è importante che la scienza ne faccia un uso consapevole, senza prestare il fianco a facili catastrofismi.

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