Finis vitae. Is Brain Death still Life? La morte celebrale è la fine dell’individuo?

dicembre 20, 2006

Il caso della morte cerebrale costituisce un tipico esempio di quella confusione del piano scientifico con quello etico e con quello filosofico in cui spesso rimane imbrigliata la discussione, anche di parte cattolica,  sui temi della bioetica. finis_vitae.jpg

Il libro “Finis vitae. Is Brain Death still Life?”, raccoglie gli interventi di autorevoli medici, giuristi e filosofi, europei e americani sul tema della morte, riguardo al quale è mancato, nell’opinione pubblica e tra gli studiosi, un dibattito scientifico e culturale analogo a quello che negli ultimi anni si sviluppato sulle origini della vita.

Alla presentazione del volume, avvenuta presso la sede del CNR, Roberto de Mattei, vicepresidente dell’ente di ricerca e curatore dell’edizione, ha sostenuto che “La morte non è solo ‘la’, ma anche il ‘fine’ della vita umana. E il progresso scientifico e tecnologico applicato alla medicina ha introdotto nuovi motivi di riflessione: accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia e suicidio assistito, richiesta di sospensione delle terapie, cure palliative e soprattutto prelievo di organi a fini di trapianto”.

Fino agli anni sessanta, la tradizione giuridica e medica occidentale ha ritenuto che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: la respirazione, la circolazione, l’attività del sistema nervoso. Al medico spettava accertare la morte avvenuta, non definirne l’esatto momento.
Nell’agosto del 1968, un Comitato istituito dalla Harvard Medical School propose un nuovo criterio di accertamento della morte consistente in un riscontro strettamente neurologico: la definitiva cessazione delle funzioni del cervello, definita “coma irreversibile”.

Solo qualche mese prima il chirurgo sudafricano Christiaan Barnard aveva effettuato il primo trapianto di cuore e tale circostanza alimentò il sospetto che i criteri di ridefinizione della morte del Comitato di Harvard rispondessero ad esigenze prettamente utilitaristiche quali quella del reperimento di organi per i trapianti.

“I criteri di Harvard sono stati pubblicati senza nessun dato clinico-statistico relativo ai pazienti rivela Paul A . Byrne – In realtà la morte cerebrale non è la vera morte.”
Byrne critica anche l’uso del termine ‘irreversibile’: “che non è un concetto empirico e non può essere empiricamente determinato. Per mero interesse – continua il neonatologo americano – si è sviluppato un nuovo criterio per dichiarare morte le persone. Per ottenere un cuore sano da destinare al trapianto non ci sono altri modi che prelevarlo da un paziente vivo. E rimuovere un organo vitale sano da un soggetto dichiarato a termini di legge cerebralmente morto, ma non biologicamente tale, sotto il profilo etico è inaccettabile. Donne in gravidanza morte cerebralmente, opportunamente assistite, sono sopravvissute fino a partorire un bambino normale. Io personalmente nel 1975 ho curato un neonato, in ventilazione artificiale da sei settimane, il cui elettroencefalogramma era compatibile con la morte cerebrale. Mi fu suggerito di scollegarlo dal respiratore ma decisi di non farlo. Ora fa il pompiere.”

Quasi tutti i paesi sviluppati, nonostante un ridotto consenso degli studiosi, adottarono prontamente la definizione di morte suggerita dal Comitato di Harvard.
In Italia la legge del 29 dicembre 1993, n. 578, recita all’art. 1 “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello” demattei.jpg
Rosangela Barcaro, bioeticista del CNR, racconta come lo stesso metodo di accertamento non è lo stesso in tutti i paesi:“in Gran Bretagna i medici fanno riferimento alla funzionalità del solo tronco encefalico e non impiegano accertamenti strumentali a conferma della valutazione clinica. Al contrario in Italia ci si riferisce alla funzionalità dell’intero encefalo e per legge è obbligatorio l’esamo ellettroencefalografico”.

Il neurologo pediatrico Alan Shewman ha dimostrato come le lesioni cerebrali non causano la perdita della capacità, ma soltanto delle funzioni esercitate dal tronco encefalitico.
Josef Seifert, rettore dell’accademia internazionale di filosofia del Liechtenstein, ha osservato come definire morto un essere umano in coma irreversibile non è di per se una tesi medica, ma una tesi filosofica.

“Da un punto di vista medico – sostiene Seifert – non si può dire che poiché il cervello non funziona, permanendo invece tutte le altre funzioni vitali, una persona umana dotata di corpo non è più viva. Ogni medico che ne parla lo fa come medico che fa della filosofia e non come dottore.
Anche Peter Singer, la cui antropologia filosofica è certamente antitetica a quella di Seifert ha sostenuto l’inconsistenza scientifica del concetto di morte cerebrale.
Secondo il filosofo australiano la scelta di utilizzare criteri neurologici per accertare il decesso non si fonda su una base scientifica, ma su una scelta etica: pur essendo organismi umani viventi, i pazienti in condizione di morte cerebrale sono trattati come se fossero morti e possono diventare donatori di organi se in vita avevano manifestato il consenso alla donazione. Singer ritiene che un malato può essere soppresso se ciò è utile alla società e uccidere un bambino neonato non equivale moralmente a uccidere un essere razionale e autocosciente. Ma per soddisfare queste utilità non c’è bisogno, a suo avviso, di costruire una fittizia definizione di morte cerebrale: è preferibile assumersi la responsabilità di una decisione “etica”, sia pure contraria alla tradizione religiosa dell’Occidente, che applica il principio di precauzione morale anche all’uomo di cui non è definitamente accertata la morte. I casi puramente naturali, non miracolosi, di ritorno alla vita di persone che presentavano tutte le caratteristiche della vera morte (assenza di pulsazioni e di respirazione, mancanza assoluta di sensibilità, ecc) dimostrano che, fra il momento della morte apparente e l’istante in cui essa avviene realmente, esiste sempre un periodo di tempo, più o meno lungo, di vita latente. Essi dimostrano che l’uomo può tornare alla vita dopo essere rimasto intere ore in uno stato di morte apparente, in cui risultano assenti manifestazioni vitali come la coscienza, le onde cerebrali, i movimenti muscolari, la respirazione, la pulsazione cardiaca. Il teologo domenicano spagnolo Antonio Royo Marin nella sua “Teologia de la salvacìon” scrive che “E’ molto meglio trattare un morto come se fosse ancora vivo, piuttosto che trattare un vivo come se fosse già morto”.

La cessazione della funzione cerebrale può essere, ma non necessariamente, uno stadio nel processo del morire. Ma la linea che separa la vita e la morte è complessa e indefinita. Quale sia il momento della morte, un punto comunque è certo: la vita della persona umana non è legata alla esplicitazione delle sue facoltà.
L’equivalenza fra morte cerebrale e morte dell’uomo appare dunque come frutto di dottrine filosofiche diverse che non considerano l’essere persona come una caratteristica ontologica propria di ciascun individuo umano, indipendentemente dal venir meno delle attività cerebrali.
“In dubio pro vita – reputa De Mattei – nel dubbio bisogna presumere di trovarsi di fronte a un individuo vivo e astenersi dal compiere un omicidio. E’ questo l’insegnamento della Chiesa, che anche il non credente ha sempre condiviso, nel corso dei secoli, come il più idoneo a tutelare e garantire i diritti della persona umana.” 

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I due volti dell’ambientalismo – intervista a Antonio Gaspari

dicembre 10, 2006

A due anni dalla presentazione del primo capitolo, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicano “Le bugie degli ambientalisti 2” in cui riaffermano il proprio dissenso rispetto a gran parte degli assiomi formulati dal mondo ambientalista.penguins_meet_global_warming_by_brenlez.jpg

Un libro fuori dal coro, che si inserisce nella controversia in atto fra quelli che potremmo chiamare “catastrofisti”  ed “eco-ambientalisti” che sta travalicando gli argini della difesa dell’ambiente per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due diversi sistemi di pensiero. La concezione biocentrica ed ecocentrica viene così ad infrangersi contro lo scoglio dell’etica antropologica travolgendo tutti i temi di pubblico interesse.

Ne parliamo con Antonio Gaspari, direttore del Dipartimento Uomo e Ambiente del CESPAS e del Master in Scienze Ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è tra i fondatori dell’agenzia quindicinale di informazione ambientale “Greenwatch News” e cura l’edizione in italiano dell’agenzia quotidiana “Zenit”.  

1) Ultimamente al  concetto di sviluppo sostenibile è stato affiancato quello di impronta ecologica. Cosa esprimono questi termini?
Sviluppo sostenibile e impronta ecologica sono delle terminologie che vengono utilizzate per porre severi limiti allo sviluppo dei Paesi emergenti.
“Sviluppo sostenibile” è una traduzione impropria del termine inglese “sustainable development” che intende condizionare i processi di sviluppo secondo variabili quali la crescita demografica, il prodotto interno lordo, la disponibilità di materie prime.
Il pregiudizio nasce dall’idea che lo sviluppo è esclusivamente inquinante e per questo va fortemente condizionato. Questa idea è conseguente alla concezione neomalthusiana di uomo come mero consumatore, secondo cui la crescita demografica ed economica delle nazioni è il peggiore dei mali .
Si tratta di una deformazione ideologica del concetto di sviluppo, imposta dagli inizi degli anni ottanta. Nei decenni precedenti le stesse Nazioni Unite parlavano di “développement durable” cioè sviluppo durevole, indicando nel superamento del sottosviluppo la via per vincere la fame, la povertà e garantire il risanamento ambientale.film-warming.jpg
La concezione di sviluppo durevole contrapposta a quella di sviluppo sostenibile è stata fortemente indicata nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite di Johannesburg svoltasi nel 2002. La totalità dei paesi in via di sviluppo e gran parte di quelli avanzati hanno indicato nel progresso tecnologico, scientifico, economico e morale la via per innalzare il livello di vita  dell’umanità  nel pieno rispetto e sviluppo della natura.
L’impronta ecologia è una barzelletta, inventata con l’intenzione di spaventare le persone al fine di limitare lo sviluppo. Secondo i parametri indicati dai sostenitori dell’impronta ecologica, ogni persona per non inquinare il pianeta dovrebbe abitare in una casa al massimo di 30 metri quadri, senza acqua corrente né elettricità, dovrebbe diventare vegetariana e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra, dovrebbero muoversi solo a piedi o al massimo in bicicletta
.

2) E’ vero che la natura inquina più dell’uomo?
Ma certo!. Basta pensare ai vulcani in attività che secondo gli ultimi dai sarebbero 1500 in tutto il pianeta. In una sola eruzione il Monte Merapi in Indonesia ha distrutto una città e emesso una colonna di fumo alta più di tremila metri. In Ecuador il Tungurahua ha lanciato tonnellate di cenere fino a 12.000 metri. Altro che emissioni delle auto o Pm10. Ci si preoccupa delle allergie, dimenticandosi che per più della metà dipendono dai pollini delle piante. Pensiamo ai rifiuti organici. Ogni animale dal più piccolo insetto fino all’elefante ed alla balena. mangia in proporzione al peso molto di più degli uomini e anche in rifiuti non scherza. All’inizio del 900 a New York c’erano 1 milione e 200 mila cavalli, considerando che ogni giorno un cavallo produce almeno nove chili tra escrementi e urina, si capisce bene perché i rifiuti erano maggiori di quelli odierni. Si ha paura delle radiazioni, dimenticandosi che noi viviamo di “radiazioni” grazie ad una piccola stella, il sole, che è una esplosione termonucleare continua. Il suo raggio all’equatore è pari a più di 100 volte quello della Terra e la sua massa è 743 volte quella totale di tutti i pianeti che gli girano attorno. Tutto questo mostra che la concezione di “inquinamento” normalmente utilizzata è inadeguata e ideologicamente finalizzata solo a criminalizzare le attività e il lavoro umano.

3) Nel libro è descritta una iniziativa europea denominata “Diplomazia Verde”. Può spiegarci in cosa consiste e qual è il suo scopo?
Le istituzioni internazionali così come molti governi nazionali sono pesantemente condizionati da una “lobby verde” la cui ideologia è pesantemente contraria alla crescita demografica ed allo  sviluppo scientifico ed economico. In questo momento l’Unione europea, così come nel passato l’amministrazione Clinton, utilizza la diplomazia verde per imporre misure commerciali “protezioniste” e impedire ai paesi emergenti di arrivare con le proprie merci sui mercati più ricchi.
Tale diplomazia verde sta penalizzando pesantemente anche l’Italia, basta dire che il ministro degli esteri Massimo D’Alema dice si al “nucleare civile” del dittatore iraniano Mahmud Ahmadinejad, ed è però contrario alla costruzione di impianti nucleari in Italia.

4) Alcuni paesi emergenti sostengono che talvolta le argomentazioni ecologiste vengono utilizzate strumentalmente per limitare il loro sviluppo. Quanto c’è di vero in questa tesi?
I Paesi emergenti parlano apertamente di “ecoimperialismo”, cioè l’utilizzazione dell’ideologia verde per limitare il loro sviluppo, mantenere posizioni di privilegio nel mercato e imporre forme di ingiustizia economica e produttiva.
Tanti i casi eclatanti, tra cui il divieto di utilizzare il DDT per combattere la malaria che ogni anno infetta  trecento milioni di persone e ne uccide un milione e centrmila, e la richiesta sempre più vasta di contadini che intendono utilizzare sementi OGM.
La denuncia dell’ecoimperialismo è sostenuta tra gli altri da movimenti per i diritti civili americani e da ricercatori e contadini africani.

5) Perché in Italia i rifiuti sono un problema mentre in Europa costituiscono una risorsa?
Perché a forza di diffondere paure irrazionali le comunità locali sono spaventate e confuse. La cattiva informazione e l’opposizione preconcetta contro i termovalorizzatori sta favorendo solo i gruppi che non vogliono risolvere il problema e pensano di fare grandi affari speculando sulle discariche esistenti.
Di questo passo, noi italiani pagheremo la raccolta rifiuti sempre di più, senza mai averne un benché minimo beneficio.
I tedeschi ridono di noi perché siamo l’unico paese che paga il biglietto del treno ai rifiuti, che poi vanno a produrre energia per la Germania.
Tutti in Europa utilizzano e costruiscono termovalorizzatori. In Austria il termovalorizzatore di Spittelau fornisce acqua calda a 200.000 famiglie ed è inserito nei tour turistici della città.
Mentre nella nostra bella Italia, continuiamo a raccogliere rifiuti e portarli in discarica.libri.jpg

6) Mentre la Chiesa individua l’uomo come custode responsabile del creato un certo ambientalismo lo considera come un ospite indesiderato. Al concetto di capitale umano viene contrapposta la visione dell’uomo come cancro del pianeta. Cosa determina una differenziazione ideologica e ontologica così marcata?
La concezione biocentrica o ecocentrica delle maggiori associazioni ambientaliste è simile alle concezioni pagane precristiane. Per placare le ire di Gaia chiedono sacrifici, limitando le nascite e impedendo lo sviluppo.  Dal punto di vista etico poi è drammatico constatare che la “nuova etica animalista” che filosofi come Peter Singer propongono prende origine e propaganda tesi eugenetiche.

7) Cosa serve per sconfiggere il catastrofismo di certe major ambientaliste?
Smettere di credere alle loro bugie e provare a vedere che esiste un mondo reale fatto di persone che lavorano, ricercano e propongono soluzioni anche per i problemi ambientali.
Dopo tanti anni di ricerche posso assicuravi che la realtà è molto più avvincente e affascinante degli scenari catastrofici disegnati dai profeti di sventura.