Il libro coraggioso di Marcel Leroux

gennaio 4, 2007

globalwarming5.gif“Come climatologo, sono membro della Societè meteorologique de France e dell’American Meteoroogical Society, come professore di climatologia il mio datore di lavoro è la Repubblica Francese la quale ha adottato la religione ufficiale del “cambiamento climatico” a cui io non aderisco. Per tale mia scelta non sono beneficiario di “fondi neri” ed il mio laboratorio di Climatologia, rischi e ambiente (LCRE) nonostante i legami con il CNRS, non ha mai ricevuto alcun fondo da tale Istituto di Stato, certo per ragioni di eresia. Sono per natura incline alla visioni problematiche e mi ritengo un cartesiano che cerca  di richiamarsi costantemente al precetto primario di Cartesio secondo cui non si deve “mai assumere come vera alcuna cosa che non sia tale con evidenza” (Discours de la methode, 1637).”
Il Prof. Luigi Mariani commenta così l’introduzione di GLOBAL WARMING, MYTH OR REALITY – THE ERRING WAYS OF CLIMATOLOGY, il libro di Marcel Leroux: “Non posso fare a meno di ammirare il coraggio, la “schiena diritta” di quest’uomo con il quale sono stato in contatto epistolare nella lista di discussione Climateskeptics. Un uomo che – un po’ come i profeti biblici – ha il coraggio di scrivere cose non gradite ai poteri forti di oggi (media, ecologisti di professione,   politici, burocrazie nazionali ed internazionali e, naturalmente, una certa “comunità scientifica”).”

Infatti chi oggi si dichiara scettico rispetto ad un tipico approccio alle tematiche del clima che non poggia su basi scientifiche consolidate potrà essere accusato di tutto ma non di essere un opportunista: “anche perché ben sappiamo – continua Mariani – che i veri opportunisti, quando il castello di menzogne si dissolverà come neve al sole, saranno prontissimi a riallinearsi dicendo che loro l’avevano detto fin dal principio. Certo, Leroux, insieme ai pochi che pensandola come lui hanno oggi il coraggio di affermarlo pubblicamente,  potranno sempre testimoniare che “quelli là non l’avevano detto fin da principio”, anche se ad ascoltarli, come sempre, saranno in pochi, e non  certo le categorie che ha avuto il coraggio ed il merito di fustigare.”

Il libro di Leroux ripercorre la storia del concetto di global warming e delle tante contraddizioni dell’IPCC. E’ esemplare la citazione fatta riguardo un surreale congresso tenutosi a Mosca nel 2004, al termine del quale alcuni “scienziati” britannici chiesero ed ottennero che venissero esclusi dai proceedings gli interventi più “scettici” quali quelli del fisico dell’atmosfera Linzen del MIT o dell’entomologo Reiter dell’Istituto Pasteur di Parigi, quest’ultimo reo di sostenere che il cambiamento climatico c’entra poco con l’espansione di malattie tropicali che hanno come vettori insetti (si legga in proposito il resoconto di Roger Bates che appare in un articolo dal titolo emblematico “The british Lysenko, apparso su Economic affairs nel novembre 2004).leroux.jpg
“Alla critica all’approccio al sistema climatico utilizzato dai GCM – spiega Luigi Mariani – segue un’analisi di dettaglio della circolazione  come elemento chiave del sistema climatico e come responsabile della variabilità di tale sistema, una variabilità che l’autore giudica fisiologica e non patologica. 
Un richiamo costante è quello allo “stare ai fatti” e cioè a quello che ci dicono osservazioni e misure, evitando le forzature interpretative. Nel capitolo finale vengono elencate quelle che l’autore ritiene essere le priorità per la climatologia, una scienza che dovrebbe tornare ad occuparsi  del clima e dei suoi legami con la circolazione abbandonando le visioni ideologiche ed unendo in modo efficace aspetti statici e dinamici.”


I due volti dell’ambientalismo – intervista a Antonio Gaspari

dicembre 10, 2006

A due anni dalla presentazione del primo capitolo, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicano “Le bugie degli ambientalisti 2” in cui riaffermano il proprio dissenso rispetto a gran parte degli assiomi formulati dal mondo ambientalista.penguins_meet_global_warming_by_brenlez.jpg

Un libro fuori dal coro, che si inserisce nella controversia in atto fra quelli che potremmo chiamare “catastrofisti”  ed “eco-ambientalisti” che sta travalicando gli argini della difesa dell’ambiente per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due diversi sistemi di pensiero. La concezione biocentrica ed ecocentrica viene così ad infrangersi contro lo scoglio dell’etica antropologica travolgendo tutti i temi di pubblico interesse.

Ne parliamo con Antonio Gaspari, direttore del Dipartimento Uomo e Ambiente del CESPAS e del Master in Scienze Ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è tra i fondatori dell’agenzia quindicinale di informazione ambientale “Greenwatch News” e cura l’edizione in italiano dell’agenzia quotidiana “Zenit”.  

1) Ultimamente al  concetto di sviluppo sostenibile è stato affiancato quello di impronta ecologica. Cosa esprimono questi termini?
Sviluppo sostenibile e impronta ecologica sono delle terminologie che vengono utilizzate per porre severi limiti allo sviluppo dei Paesi emergenti.
“Sviluppo sostenibile” è una traduzione impropria del termine inglese “sustainable development” che intende condizionare i processi di sviluppo secondo variabili quali la crescita demografica, il prodotto interno lordo, la disponibilità di materie prime.
Il pregiudizio nasce dall’idea che lo sviluppo è esclusivamente inquinante e per questo va fortemente condizionato. Questa idea è conseguente alla concezione neomalthusiana di uomo come mero consumatore, secondo cui la crescita demografica ed economica delle nazioni è il peggiore dei mali .
Si tratta di una deformazione ideologica del concetto di sviluppo, imposta dagli inizi degli anni ottanta. Nei decenni precedenti le stesse Nazioni Unite parlavano di “développement durable” cioè sviluppo durevole, indicando nel superamento del sottosviluppo la via per vincere la fame, la povertà e garantire il risanamento ambientale.film-warming.jpg
La concezione di sviluppo durevole contrapposta a quella di sviluppo sostenibile è stata fortemente indicata nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite di Johannesburg svoltasi nel 2002. La totalità dei paesi in via di sviluppo e gran parte di quelli avanzati hanno indicato nel progresso tecnologico, scientifico, economico e morale la via per innalzare il livello di vita  dell’umanità  nel pieno rispetto e sviluppo della natura.
L’impronta ecologia è una barzelletta, inventata con l’intenzione di spaventare le persone al fine di limitare lo sviluppo. Secondo i parametri indicati dai sostenitori dell’impronta ecologica, ogni persona per non inquinare il pianeta dovrebbe abitare in una casa al massimo di 30 metri quadri, senza acqua corrente né elettricità, dovrebbe diventare vegetariana e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra, dovrebbero muoversi solo a piedi o al massimo in bicicletta
.

2) E’ vero che la natura inquina più dell’uomo?
Ma certo!. Basta pensare ai vulcani in attività che secondo gli ultimi dai sarebbero 1500 in tutto il pianeta. In una sola eruzione il Monte Merapi in Indonesia ha distrutto una città e emesso una colonna di fumo alta più di tremila metri. In Ecuador il Tungurahua ha lanciato tonnellate di cenere fino a 12.000 metri. Altro che emissioni delle auto o Pm10. Ci si preoccupa delle allergie, dimenticandosi che per più della metà dipendono dai pollini delle piante. Pensiamo ai rifiuti organici. Ogni animale dal più piccolo insetto fino all’elefante ed alla balena. mangia in proporzione al peso molto di più degli uomini e anche in rifiuti non scherza. All’inizio del 900 a New York c’erano 1 milione e 200 mila cavalli, considerando che ogni giorno un cavallo produce almeno nove chili tra escrementi e urina, si capisce bene perché i rifiuti erano maggiori di quelli odierni. Si ha paura delle radiazioni, dimenticandosi che noi viviamo di “radiazioni” grazie ad una piccola stella, il sole, che è una esplosione termonucleare continua. Il suo raggio all’equatore è pari a più di 100 volte quello della Terra e la sua massa è 743 volte quella totale di tutti i pianeti che gli girano attorno. Tutto questo mostra che la concezione di “inquinamento” normalmente utilizzata è inadeguata e ideologicamente finalizzata solo a criminalizzare le attività e il lavoro umano.

3) Nel libro è descritta una iniziativa europea denominata “Diplomazia Verde”. Può spiegarci in cosa consiste e qual è il suo scopo?
Le istituzioni internazionali così come molti governi nazionali sono pesantemente condizionati da una “lobby verde” la cui ideologia è pesantemente contraria alla crescita demografica ed allo  sviluppo scientifico ed economico. In questo momento l’Unione europea, così come nel passato l’amministrazione Clinton, utilizza la diplomazia verde per imporre misure commerciali “protezioniste” e impedire ai paesi emergenti di arrivare con le proprie merci sui mercati più ricchi.
Tale diplomazia verde sta penalizzando pesantemente anche l’Italia, basta dire che il ministro degli esteri Massimo D’Alema dice si al “nucleare civile” del dittatore iraniano Mahmud Ahmadinejad, ed è però contrario alla costruzione di impianti nucleari in Italia.

4) Alcuni paesi emergenti sostengono che talvolta le argomentazioni ecologiste vengono utilizzate strumentalmente per limitare il loro sviluppo. Quanto c’è di vero in questa tesi?
I Paesi emergenti parlano apertamente di “ecoimperialismo”, cioè l’utilizzazione dell’ideologia verde per limitare il loro sviluppo, mantenere posizioni di privilegio nel mercato e imporre forme di ingiustizia economica e produttiva.
Tanti i casi eclatanti, tra cui il divieto di utilizzare il DDT per combattere la malaria che ogni anno infetta  trecento milioni di persone e ne uccide un milione e centrmila, e la richiesta sempre più vasta di contadini che intendono utilizzare sementi OGM.
La denuncia dell’ecoimperialismo è sostenuta tra gli altri da movimenti per i diritti civili americani e da ricercatori e contadini africani.

5) Perché in Italia i rifiuti sono un problema mentre in Europa costituiscono una risorsa?
Perché a forza di diffondere paure irrazionali le comunità locali sono spaventate e confuse. La cattiva informazione e l’opposizione preconcetta contro i termovalorizzatori sta favorendo solo i gruppi che non vogliono risolvere il problema e pensano di fare grandi affari speculando sulle discariche esistenti.
Di questo passo, noi italiani pagheremo la raccolta rifiuti sempre di più, senza mai averne un benché minimo beneficio.
I tedeschi ridono di noi perché siamo l’unico paese che paga il biglietto del treno ai rifiuti, che poi vanno a produrre energia per la Germania.
Tutti in Europa utilizzano e costruiscono termovalorizzatori. In Austria il termovalorizzatore di Spittelau fornisce acqua calda a 200.000 famiglie ed è inserito nei tour turistici della città.
Mentre nella nostra bella Italia, continuiamo a raccogliere rifiuti e portarli in discarica.libri.jpg

6) Mentre la Chiesa individua l’uomo come custode responsabile del creato un certo ambientalismo lo considera come un ospite indesiderato. Al concetto di capitale umano viene contrapposta la visione dell’uomo come cancro del pianeta. Cosa determina una differenziazione ideologica e ontologica così marcata?
La concezione biocentrica o ecocentrica delle maggiori associazioni ambientaliste è simile alle concezioni pagane precristiane. Per placare le ire di Gaia chiedono sacrifici, limitando le nascite e impedendo lo sviluppo.  Dal punto di vista etico poi è drammatico constatare che la “nuova etica animalista” che filosofi come Peter Singer propongono prende origine e propaganda tesi eugenetiche.

7) Cosa serve per sconfiggere il catastrofismo di certe major ambientaliste?
Smettere di credere alle loro bugie e provare a vedere che esiste un mondo reale fatto di persone che lavorano, ricercano e propongono soluzioni anche per i problemi ambientali.
Dopo tanti anni di ricerche posso assicuravi che la realtà è molto più avvincente e affascinante degli scenari catastrofici disegnati dai profeti di sventura.


Mezze stagioni, intere bugie

novembre 22, 2006

0.jpg“La storia passata delle convinzioni umane dovrebbe metterci in guardia. Abbiamo ucciso migliaia di nostri simili perché credevamo che avessero firmato un patto col diavolo e fossero diventati streghe… Dal mio punto di vista c’è un’unica speranza perché l’umanità emerga da quello che Carl Sagan chiamava “il mondo infestato dai demoni” del nostro passato.Quella speranza è la scienza”. Con questo messaggio Michael Crichton chiude il suo ultimo romanzo “Stato di paura”. Lo stato di paura è quella condizione di vita in cui certe associazioni ambientaliste vorrebbero farci vivere.Teorie sempre più catastrofistiche date in pasto ai media da pseudo-scienziati predicono per esempio che il surriscaldamento globale, oltre a modificare la rotazione terrestre, porterà ad una diminuzione della durata delle giornate, oppure che lo scioglimento della Groenlandia causerà l’innalzamento del livello dei mari di circa sei metri, per non parlare della “bomba demografica” che nei prossimi anni provocherà una immane carestia. Potremmo riempire della pagine di simili congetture.A proposito della tesi sul riscaldamento globale occorre fare innanzitutto due precisazioni. È vero che in una piccola parte dell’Antartide stiamo greenhouse.jpgassistendo ad uno scioglimento del ghiaccio, ma è pur vero che la superficie di questo continente è grande una volta e mezzal’Europa e lo spessore del ghiaccio è in aumento, raggiungendo in alcuni punti un’altezza di 10 km.Peraltro, lo stesso dato registrato sullo scioglimento è il frutto di misurazioni riguardanti ben seimila anni. Al riguardo,
Teodoro Georgiadis, fisico dell’atmosfera all’Istituto Ibimet – Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna – è molto chiaro: «Chiariamo che gli allarmi
lanciati su isole prima ricoperte dai ghiacci che ora vedono il loro scioglimento non hanno ragione di essere utilizzati a dimostrazione degli effetti del riscaldamento globale dovuto all’azione antropica. Nel corso dei secoli le temperature sono sempre variate e i ghiacci si sono sempre modificati: basti pensare alla Groenlandia (Grün land, terra verde) così chiamata dai tempi di Erik il Rosso per i suoi verdi pascoli e oggi, ripeto oggi, coperta daighiacci». Le nuove teorie sui cambiamenti climatici sembrano inoltre sconfessare quei modelli che prevedono il clima come un’entità statica, con dei trend di lungo periodo, dimostrando come invece il nostro continente si sia alternativamente raffreddato e riscaldato in modoanche brusco e repentino.4_georgiadis2.jpg«I record storici – precisa Georgiadis – ci permettono però di evidenziare in modo molto preciso l’esistenza di un effetto di “carico-scarico” della massa glaciale. Si riesce, infatti, a dimostrare molto chiaramente che i trend di aumento e diminuzione delle temperature siripetono con frequenze cicliche. Questi fenomeni sono evidentissimi se si considerano gli ultimi 450mila anni di vita del nostro pianeta. Il record di temperatura ottenuto dalle carote glaciali di Vostok mostra infatti un continuo susseguirsi di bruschi aumenti e lente discese della temperatura».Il cosiddetto fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai, andrebbe quindi considerato in una ottica allargata che consideri anche l’eco-sistema i cui tali fenomeni assumono consistenza.«Infatti – prosegue
Teodoro Georgiadis – per quanto riguarda i ghiacciai continentali, troppo spesso si fa riferimento diretto al “riscaldamento globale” senza tenere conto che altri effetti possono avere enorme importanza sul loro arretramento. Ad esempio, come suggerito
da Kaser e altri autori nel 2004, l’arretramento del Kilimangiaro non sarebbe dovuto a un aumento di temperature ma a una rapida diminuzione del contenuto di umidità atmosferica avvenuto attorno al 1880. I regimi dei ghiacciai rispondono, infatti con una estrema lentezza ai cambiamenti dell’ambiente circostante. I ghiacciai alpini, che hanno subito profondi global-warming.jpgarretramenti, risentono direttamente dell’influenza delle isole di calore delle zone a loro prospicienti caratterizzate ormai da una elevatissima urbanizzazione: questo effetto però ha molto poco a che spartire con l’aumento della C02».I catastrofisti, a supporto della loro teoria, riportano dati comprovanti un aumento negli ultimi trent’anni delle temperature, mettendo in relazione questo fenomeno con una tendenza alla crescita dell’anidride carbonica.Da questo assunto parte la teoria dei gas serra che ha dato vita al Protocollo di Kyoto, condizionando la produttività industriale di alcuni fra i paesi più industrializzati del mondo.Ma quello dello scioglimento delle calotte polari è uno degli aspetti più controversi del riscaldamento globale.Secondo molti ricercatori sarebbe evidente un progressivo riscaldamento dei poli e ancora più evidente sarebbe il sempre più marcato assottigliamento dello spessore del ghiaccio al Polo nord: sarebbe variato, secondo le stime più citate, di un valore compreso tra il 10 ed il20% negli ultimi anni. Questo pilastro del cambiamento globale viene però oggi messo in forte discussione dalla  revisione delle misure condotte da satellite. Sembra, infatti, che queste misure soffrano di un sistematico errore di sovrastima della diminuzione dei ghiacci non riuscendo a “penetrare”in modo efficacie il pack. Se questo fosse accertato, sarebbe un altro piccolo tassello diretto alla revisione delle stime dei cambiamenti globali che prevedono per il 2100 una variazione della temperatura media superficiale fino a 8°C. I dati sperimentali rappresenterebberoquindi l’unica possibilità di valutare correttamente l’operato dei modelli che fino ad oggi non hanno dimostrato di potere offrire degli scenari persuasivi per il futuro generando altresì del panico immotivato. In particolare, nelle aree polari caratterizzate da una forte suscettibilità ambientale le misure sono importanti proprio perché lì le eventuali variazioni dovrebbero essere particolarmente amplificate. È quindi necessario garantire un continuo monitoraggio e continuità a questo tipo di ricerche che ci permettono di testare i modelli chevengono poi utilizzati alle nostre latitudini. L’Italia partecipa alle ricerche polari con il proprio programma Pnra (piano nazionale di ricerche antartiche) mediante gli Enti di ricerca più accreditati a livello internazionale Cnr, Enea ed Università.E come i modelli climatici possano condizionare la vita economica di un paese lo spiega Federica Rossi, ecofisiologa, primo ricercatore e responsabile di Ibimet-Cnr Bologna: federica.jpg«Negli anni ’60 i vantaggi competitivi dell’Italia nel settore ortofrutticolo risiedevano fondamentalmente proprio nella spiccata vocazionalità climatica. In questo contesto – continua Rossi – è molto chiaro come l’impatto di cambiamenti climatici potrebbe portare aconseguenze molto forti su buona parte dell’economia nazionale, in particolare per il settoreortofrutticolo. Sono numerosi gli esempi che mostrano come la corretta gestione di un territorio e del microcosmo sociale a esso collegato esaltano la vitalità di entrambi, proprio grazie al legame indissolubile che si crea tra territorio stesso e la sua attitudinealla produzione di una tipicità.Per creare a mantenere l’eccellenza agro-alimentare, e favorire le strategie di ri-qualificazionedel prodotto nazionale, le previsioni basate sui modelli climatici devono essere quindi fornite con un alto livello di precisione. Altrimenti si rischia di fornire scenari climatici incompatibili con la fisiologia della vegetazione che, oltre a produrre allarmi potenzialmente immotivati, possono portare a scelte tecniche dequalificanti e a pianificazioni di pratiche colturali scorrette, che potrebbero mettere in pericolo quantità ma soprattutto qualitàdei prodotti in un mercato estremamente aggressivo».E se i presupposti ipotizzati fossero errati? Se l’aumento della temperatura non fosse legato a quello della C02? E chi l’ha detto che più anidride carbonica porti un danno al pianeta?In base a tali presupposti, gli eco-pessimisti divulgano modelli climatici che illustrano comesarà la temperatura da qui a mille anni.Viene da chiedere se tali modello non abbiano la stessa affidabilità di un oroscopo,dato che, attualmente, è quasi impossibile prevedere se tra dieci giorni pioverà certamente.Luigi mariani.jpgMariani, docente all’Università degli Studi di Milano – Dipartimento Produzione Vegetale, sulle cause del riscaldamento globale avanza una tesi alternativa:«A tale riguardo esiste anzitutto la necessità di districarsi nell’enorme groviglio di cause ed effetti che regge il clima del pianeta, anche valutando in modo sereno le diverse ipotesi in campo e che cercano di fornire spiegazioni in merito alla variabilità del clima. A tale riguardodevo dire che quella dei gas serra è solo una delle ipotesi in gioco, fra le altre ricordo quella solare o quella dei raggi cosmici proposta dal fisico israeliano Shaviv.Concordo con quegli studi che mostrano come il mutamento del clima non è di solito graduale ma si manifesta invece con brusche transizioni (salti) da una fase climatica all’altra. Uno dei salti che è più familiare a noi europei è quello nel regime delle correnti occidentali, quelgrande fiume d’aria che scorrendo da ovest verso est alle medie latitudini determina gran parte dei caratteri del clima europeo e mediterraneo. Infatti all’ultimo di tali “salti”, verificatosi intorno alla fine degli anni 70, è da attribuire la lamentela secondo cui non nevica più comeuna volta». «È a questi cambiamenti di fase – prosegue Mariani – di cui, il più spettacolare e cruciale per la stessa sopravvivenza della nostra civiltà è senza alcun dubbio la transizioneda regime interglaciale a regime glaciale, che abbiamo l’assoluta necessità di prestare più attenzione cercando modelli in grado di descriverli e se possibile di prevederli».Mai come in questi ultimi tempi, però, gli scienziati e i ricercatori rivendicano l’indipendenza della scienza dalla politica. «A tale proposito – afferma Mariani – voglio precisare che non è tanto in discussione la necessità di mitigare l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi, in quantosolo un cieco può non cogliere l’importanza di ciò.Spaventa invece vedere che anziché richiamarsi ad indicatori di impatto oggettivi(esempio l’urbanizzazione, la desertificazione, la massiccia riduzione della biodiversità) sifaccia invece ricorso all’indicatore più difficile ed aperto al dubbio, quello climatico. Viene allora il sospetto che sia molto più facile e demagogico concentrarsi su un tema come quello del clima, in cui le responsabilità precise sono difficilmente individuabili se non in termini di “civiltà occidentale” o “governo americano” o “Stato imperialista delle multinazionali”che non porre l’attenzione su aspetti molto più concreti e che dietro alle responsabilitàhanno nomi e cognomi. Da questo punto di vista a mio parere la responsabilità dei movimentiecologisti è veramente enorme. Alla luce di ciò la vulgata alla “professor Sartori” (politologocon velleità di climatologo, come attestano alcune infelici sortite dal fondo del “Corrieredella Sera”) secondo cui un clima per sua natura stabile sarebbe stato instabilizzato dalla perfida azione dell’uomo, appare francamente un po’ debole. Proprio perciò – conclude LuigiMariani – un ricercatore onesto non può a mio parere piegarsi a questo che io considero un gioco al massacro e deve viceversa mantenere quell’indipendenza di giudizio che tuttavia oggi deve pagare pesantemente in termini di finanziamenti alla proprie ricerche». 


Le bugie degli ambientalisti

novembre 19, 2006

Il catastrofismo è ormai il gusto corrente. Lo scienziato americano Gregory D. Foster in un articolo pubblicato sul World Watch Institute Magazine, rivista edita dall’omonima “multinazionale” ambientalista, dichiara che  «i disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici minacciano il futuro dell’ umanità in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo.  Dal 1968 i gruppi eversivi hanno ucciso 24 mila persone, ogni anno invece ne muoiono 240 mila per i danni del clima».

E la catastrofe è dietro l’angolo.

Secondo Foster, l’attuale surriscaldamento del nostro pianeta sta provocando dei cambiamenti climatici che provocheranno, in una sorta di tragico effetto domino, «un mondo futuro di Stati in guerra tra loro per la sopravvivenza», una sorta di guerra planetaria che vedrà l’umanità scontrarsi militarmente per aver accesso alle derrate alimentari.

E non finisce qui, se proprio qualcuno fosse sopravvissuto a tale babele, dovrà fare i conti con il riscaldamento della massa terrestre, che darà luogo a catastrofi ambientali sempre più frequenti e che saranno l’anticamera di una nuova era glaciale.Chi inizia ad aver dubbi sulla fondatezza degli allarmi lanciati dalle major ambientaliste, può leggere un libro molto interessante, fuori dal coro, che parla di eco-ottimismo: “Le bugie degli ambientalisti 2”.tornaimmagine.jpg

I due autori, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, smontano, pezzo per pezzo, tutti i falsi allarmi a cui abbiamo dovuto dar ascolto in questi ultimi decenni.  Tanto per gradire: è stato detto che la popolazione mondiale sta per raddoppiare e questo condurrà gran parte di noi ad una morte sicura per fame. In realtà non è possibile prevedere un contemporaneo aumento della popolazione e della mortalità. Tale concetto nasce da due processi contrari che non possono coesistere: aumento della  popolazione non significa aumento della mortalità.  La popolazione riesce a svilupparsi solo se le condizioni di vita e l’alimentazione lo permettono.

E’ stato detto che ogni giorni scompaiono dalla faccia della terra 30 km di boschi, ma nel libro si legge che le rilevazioni satellitari hanno mostrato che dal 1982 al 1999 le aree boschive sono aumentate del 6%.E’ stato detto che questo benedetto riscaldamento della terra è causato dalle crescenti emissioni di CO2 prodotte dalle industrie, mentre è stato scientificamente dimostrato che l’uomo incide solo per il 4% sul totale delle emissioni.Il dato più importante che emerge dalla lettura del libro è quello rappresentato dallo stretto collegamento fra alcune associazioni ambientaliste e le società di eugenetica inglesi ed americane, finanziate da ricchi magnati, che cercano, in sostanza, di combattere la povertà eliminando (fisicamente) i poveri.

A conferma di quanto detto ci sono tutte le battaglie finora promosse dalle più potenti associazioni ambientaliste del pianeta. L’opposizione agli OGM, i messaggi terroristici sul riscaldamento globale, la presunta sparizione delle foreste, la promozione delle “domeniche ecologiche” e delle targhe alterne, hanno come denominatore comune il voler dimostrare che la sovrappopolazione della terra mette a rischio la natura e quindi è necessario ricorrere a tecniche di riduzione delle nascite (da attuare, naturalmente, nei paesi poveri).

L’ecologismo dunque diventa esso stesso una religione in cui viene eliminata ogni differenza ontologica tra uomini e altri esseri viventi. La stessa natura diventa una divinità: Gaia. Ed in nome di Gaia sacrificheremo l’uomo celebrando il trionfo del matrimonio di interessi fra Eugenetica ed Ecologismo sul modello di Sparta: loro rincorrevano la perfezione della razza eliminando i più deboli, noi proteggiamo la nostra terra eliminando le popolazioni povere.