Kyoto, avanzano gli scettici

febbraio 18, 2009

kyotobutton1In molti il 16 febbraio 2005 avrebbero scomesso che il mondo sarebbe migliorato. L’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto simboleggiava l’impegno concreto da parte dei paesi industrializzati per abbattere i temuti gas serra. Ma dopo appena quattro anni si registra un forte affanno da parte dei paesi firmatari a stare al passo con gli ambiziosi obiettivi fissati dal Protocollo. WWF, Greenpeace e Legambiente lamentano che a fronte del previsto taglio complessivo del 6,5%, le emissioni nel nostro paese sono invece cresciute del 9,9% dal 1990 ad oggi. Le major ambientaliste lamentano anche il ritorno al carbone e al nucleare da parte dell’attuale governo al posto delle energie alternative pulite. Dall’altra parte aumenta il fronte degli scettici, convinti che il Protocollo dal punto di vista strettamente climatico sia assolutamente inutile, essendo risibile il contributo umano di anidride carbonica rispetto a quello naturale. Forti perplessità colpiscono anche il mercato dello scambio di quote di emissione messo in piedi dal Protocollo, ora asfittico a causa della crisi finanziaria ma usato fino a poco tempo come strumento speculativo. In questi anni lo scontro fra catastrofisti e eco-ottimisti, fra seguaci del global-warming e scettici si è combattuto a suon di comunicati stampa, convegni, film e…premi nobel, mortificando la possibilità di ragionare in modo scientifico sull’evoluzione del clima del nostro pianeta. Per Teodoro Georgiadis, dell’Istituto di Biometeorologia del CNR, teoattualmente anche la stessa misurazione degli eventuali benefici di Kyoto non è semplice: “abbiamo una rete mondiale di misura con stazioni disomogeneamente distribuite che non ci assicurano quindi che il senso del “globale” sia veramente rispettato. Inoltre esiste anche il problema di verificare l’affidabilità delle stazioni di rilevamento”. Gli elementi a disposizione della ricerca indicano dunque che nei confronti di un sistema complesso come quello climatico nessun scienziato serio può dire di nutrire certezze assolute. “Misuramo pochissimo l’oceano, e nell’oceano sta buona parte dello scambio di energia del pianeta – continua Georgiadis – misuriamo solo la temperatura alla superficie che sicuramente è un indicatore molto povero di tutti i processi fisici del sistema climatico che è fatto di scambi di energia anche attraverso processi che vedono i cambiamenti di fase dell’acqua, ovvero il ciclo completo di questa.” Gli stessi modelli matematici sulla cui base vengono orientate le politiche ambientali degli stati non rappresentano una piena affidabilità. Fabio Malaspina, fisico e metereologo, docente del Master in Scienze Ambientali all’Università Europea ricorda che: “il padre della modellistica matematica, John Von Neumann descriveva le difficoltà e potenzialità dei modelli con il famoso aforisma: “Con quattro parametri posso descrivere un elefante e con cinque posso fargli muovere la proboscide.” E i modelli climatici hanno molto più di cinque parametri. “Quasi nessuno ha il coraggio di dirlo – spiega Malaspina – se non ci si fa trarre in inganno dall’uso del calcolatore più potente al mondo e di sofisticatissimi satelliti, non esistono elementi scientifici per affermare che sono diverse le affidabilità di una previsioni a cinquanta o cento anni effettuate con metodi astrologici o matematici o sulla base del volo degli padroni-pianeta1uccelli.” A fronte di tali mancate certezze esiste però un problema economico che l’adozione di certe politiche ambientali comporta. Per Antonio Gaspari, autore con Riccardo Cascioli de “Le bugie degli ambientalisti “ e “I Padroni del Pianeta”: “i costi sono giganteschi per dei risultati che, anche se fosse realistica la teoria del global warming, saranno ridicoli. Secondo l’ultimo Rapporto pubblicato dall’IPCC nel maggio del 2007, i costi sono di almeno 100 dollari per ogni tonnellata di CO2 , pari al 3% del Prodotto Interno Lordo a livello mondiale. Una cifra spaventosa.” E’ l’Italia che prezzo deve pagare? “Dal lavoro della Commissione ministeriale per la contabilità ambientale – afferma Gaspari – istituita dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa Schioppa, e presieduta dall’allora sottosegretario all’economia Paolo Cento, risulta che dopo aver assunto l’impegno di tagliare le emissioni di gas serra del 6,5 per cento entro il 2012, l’Italia ha raggiunto nel 2004 la quota 583 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Sono 97 milioni di tonnellate di eccedenza annua. La Commissione europea e la Banca Mondiale calcolano che il prezzo di mercato dei “carbon credits”, sia pari a 20 euro per tonnellata di anidride carbonica. Moltiplicando i 128 milioni di tonnellate di anidride carbonica emessi in violazione del protocollo di Kyoto per 20 si arriva a 2,56 miliardi di euro l’anno.” Nell’arco del quinquennio 2008-2012 quindi il raggiungimento degli accordi di Kyoto dovrebbe costare all’Italia 12,8 miliardi di euro. Di questi, 1,6 miliardi dovrebbero essere potenzialmente a carico del settore imprenditoriale. Non è da trascurare al riguardo il calcolo fatto dal Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica, per cui il “pieno e perfetto adeguamento al Protocollo di Kyoto” porterebbe nel 2050, secondo i calcoli fatti dal Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica , ad una riduzione delle temperature medie del pianeta di soli 0,06 gradi centigradi, rispetto a quanto avverrebbe in assenza del Trattato. “E’ impensabile – continua Gaspari – che l’Italia,così come gli altri Paesi, riescano a pagare certe cifre, soprattutto in una situazione in cui il PIL scende e la crisi finanziaria schiaccia le imprese ed il lavoro.” Probabilmente dunque, al di là delle posizioni divergenti, sarà proprio la congiuntura economica negativa a far luce sui presunti benefici di un calo dell’industrializzazione. Il calo della produzione fino al 50% di quei comparti che producono più emissioni unito ad un taglio generalizzato del consumo di energia comporterà per certamente una energica riduzione delle emissioni. Sarà curioso conoscere se i livelli di concentrazione di anidride carbonica diminuiranno in egual misura.

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Cambiamenti climatici: la legge della marmotta

febbraio 3, 2009

marmotta_intChi non ricorda l´omonimo film con Bill Murray? Un meteorologo televisivo viene inviato in Pennsylvania, nella piccola città di Punxsutawney, per un reportage sulla ricorrenza del Giorno della Marmotta. Qui rimane intrappolato in un loop temporale. Ogni mattina, alle sei in punto la radio lo sveglia al suono di I got you babe di Sonny & Cher: da quel momento la giornata si ripete sempre allo stesso modo.
Il 2 febbraio negli Stati Uniti rappresenta un vero evento. Il sito dedicato (http://www.groundhog.org) narra come dal 1886 esista una marmotta-meteorolga ufficiale. Tutti aspettano che la marmotta Phil si svegli dal letargo: se uscendo dalla tana vede la propria ombra, si spaventa e torna a dormire. Questo significa che l´inverno durerà ancora sei mesi. Se il cielo è grigio il letargo può aver fine perché la primavera è in arrivo.
Il folklore americano trova la sua corrispondenza in occidente in diverse ricorrenze nobilitate dalle antiche origini.

In Italia si festeggia la Candelora. In origine era una festa pagana. In occasione della “februatio” le donne giravano con ceri accesi, simbolo di luce, per purificare la città dagli influssi dei demoni.
Il cristianesimo vi sovrappose la festa per la Purificazione della Madonna, che cadeva proprio il 2 febbraio, quaranta giorni dopo il Natale e si svolgeva sempre con una processione con i ceri, simboleggianti questa volta il battesimo che purifica dal peccato originale.
In alcune zone della penisola resiste ancora l´originario legame con il mondo naturale e si festeggia il Giorno dell´Orso. Se svegliandosi dal letargo scopre che il tempo è nuvoloso, annuncia con tre salti l’arrivo della primavera.

main2009winterLe tradizioni della marmotta, della candelora o dell´orso si richiamano a quello che sono stati per secoli i nostri proverbi. Oggi la saggezza popolare dedicata al clima è stata superata da modelli matematici che hanno l´ambizione di prevedere il tempo da qui a cento anni.
Il grande astronomo di fine Ottocento Giovanni Virginio Schiaparelli a tal proposito affermava: «la previsione del tempo! È quanto dire la pietra filosofale dei nostri giorni…. Si cessi una volta dal promettere alle popolazioni a nome della scienza, ciò che oggi la scienza non può dare».
Luigi Mariani, autore del recente Cambiamenti climatici e conoscenza scientifica, ha presentato pochi giorni fa la ristampa anastatica di un libro del 1888 di Ercole Ferrario, dal titolo I principali proverbi relativi all’agricoltura spiegati ai proprietari ed ai coltivatori.
«La mia presentazione – afferma Mariani – relativa ai proverbi dedicati al tempo atmosferico, partiva dall’idea che i proverbi in passato servivano per dare a chi ne faceva uso, soprattutto agricoltori, l’idea, che si rivelava assai spesso una pia illusione, di poter dominare la variabilità atmosferica, dai cui capricci dipendeva la sopravvivenza stessa. I proverbi esprimevano una grande attenzione ai fenomeni naturali ed una diffidenza innata verso i possessori del sapere teorico».

I proverbi e le tradizioni sono spesso frutto di conoscenze pratiche acquisite scontrandosi con una realtà spesso assai drastica. Spesso quindi sono serviti ai nostri progenitori come supporto psicologico a fronte al comportamento del tutto imprevedibile del tempo atmosferico, che gli inadeguati sistemi di scorte rendevano foriero di carestia e morte.
«Oggi le cose non stanno più così – continua Mariani – nel senso che i modelli matematici a nostra disposizione consentono di formulare previsioni meteorologiche passibili di uso operativo fino a 5 – 7 giorni in avanti rispetto alla data di emissione».
Tuttavia spingendosi ancor più in avanti si ripresenta il nostro limite rispetto alla previsione meteorologica.
Per Mariani: «ancor oggi infatti una previsione a 15 giorni è alquanto imprecisa mentre del tutto improponibili sono quelle a 2-3 mesi, in cui peraltro i nostri mezzi di informazione si lanciano spesso con l’ausilio di “esperti” alla ricerca di magre figure. Tuttavia le informazioni che emergono dal “giorno della marmotta” hanno più che altro un valore simbolico e di legame con la tradizione e con la natura, legame che le rende gradevoli e gradite».

I modelli climatici sono quindi un prodotto tecnologico complesso da usare con discernimento, avendo ben chiari quali sono i loro limiti. Come afferma Antonino Zichichi: non esiste ancora una equazione del clima.
«Con i modelli matematici – conclude Mariani – è possibile migliorare in modo sostanziale le nostre conoscenze sui meccanismi del clima che, essendo un sistema complesso e con migliaia di cause mal si presta ad una semplice lettura da parte del singolo scienziato o peggio dell’uomo della strada».
Se si vuole quindi andare oltre la saggezza popolare e non si vuol cadere nella logica luddistica del rifiuto dei modelli è importante che la scienza ne faccia un uso consapevole, senza prestare il fianco a facili catastrofismi.

www.ffwebmagazine.it


Clima, un libro controcorrente

gennaio 14, 2009

cambiamenti-climatici-e-conoscenza-scientifica-copertina1Sebbene la ‘scienza del clima’ sia, secondo molti esperti lontana dal poter fornire certezze, i sostenitori dell’antropological global warming sono convinti che l’uomo sia la causa dei cambiamenti climatici. Ma il clima sta cambiando davvero? E se così fosse, si tratta di un evento evitabile?
Uberto Crescenti, docente di geologia applicata, e Luigi Mariani, professore di agrometeorologia e tra i massimi esperti di clima del nostro Paese, in “Cambiamenti climatici e conoscenza scientifica”, cercano di spiegare i fenomeni oggetto degli slogan più comuni. I due autori chiariscono come il clima si sia sempre modificato: le variazioni sono avvenute ciclicamente con il succedersi di periodi caldi e periodi freddi. Negli ultimi 2 milioni di anni ben 15 ere glaciali si sono alternate a fasi di con temperature maggiori.
Il pericolo del riscaldamento globale dunque non esisterebbe. Tra l’altro, notano gli autori, dal 1998, le temperature globali non salgono più. Non solo, gli orsi bianchi sono oggi 22.000 contro i 5.000 del 1940. Se poi si pensa che la Terra si stia surriscaldando basta riandare al Medioevo, quando i vichinghi si stabilirono nella verde e rigogliosa Groenlandia.
Crescenti e Mariani si servono dei contributi forniti dalle scienze geologiche e agrarie per studiare un clima che cambia sì in continuazione, ma per cause naturali. La demonizzazione dell’anidride carbonica poi, a loro dire, non ha scientificamente senso: è un gas non inquinante, essenziale per la fotosintesi nelle piante e per la vita umana. Così come l’effetto-serra è considerato un fenomeno del quale dovremmp essere grati, visto che le temperature medie della terra sono più temperate e piacevoli.
Da leggere per ascoltare una voce controcorrente su un tema molto ‘caldo’, quale il reale significato dei fenomeni naturali.

http://www.almanacco.rm.cnr.it/

Il libro coraggioso di Marcel Leroux

gennaio 4, 2007

globalwarming5.gif“Come climatologo, sono membro della Societè meteorologique de France e dell’American Meteoroogical Society, come professore di climatologia il mio datore di lavoro è la Repubblica Francese la quale ha adottato la religione ufficiale del “cambiamento climatico” a cui io non aderisco. Per tale mia scelta non sono beneficiario di “fondi neri” ed il mio laboratorio di Climatologia, rischi e ambiente (LCRE) nonostante i legami con il CNRS, non ha mai ricevuto alcun fondo da tale Istituto di Stato, certo per ragioni di eresia. Sono per natura incline alla visioni problematiche e mi ritengo un cartesiano che cerca  di richiamarsi costantemente al precetto primario di Cartesio secondo cui non si deve “mai assumere come vera alcuna cosa che non sia tale con evidenza” (Discours de la methode, 1637).”
Il Prof. Luigi Mariani commenta così l’introduzione di GLOBAL WARMING, MYTH OR REALITY – THE ERRING WAYS OF CLIMATOLOGY, il libro di Marcel Leroux: “Non posso fare a meno di ammirare il coraggio, la “schiena diritta” di quest’uomo con il quale sono stato in contatto epistolare nella lista di discussione Climateskeptics. Un uomo che – un po’ come i profeti biblici – ha il coraggio di scrivere cose non gradite ai poteri forti di oggi (media, ecologisti di professione,   politici, burocrazie nazionali ed internazionali e, naturalmente, una certa “comunità scientifica”).”

Infatti chi oggi si dichiara scettico rispetto ad un tipico approccio alle tematiche del clima che non poggia su basi scientifiche consolidate potrà essere accusato di tutto ma non di essere un opportunista: “anche perché ben sappiamo – continua Mariani – che i veri opportunisti, quando il castello di menzogne si dissolverà come neve al sole, saranno prontissimi a riallinearsi dicendo che loro l’avevano detto fin dal principio. Certo, Leroux, insieme ai pochi che pensandola come lui hanno oggi il coraggio di affermarlo pubblicamente,  potranno sempre testimoniare che “quelli là non l’avevano detto fin da principio”, anche se ad ascoltarli, come sempre, saranno in pochi, e non  certo le categorie che ha avuto il coraggio ed il merito di fustigare.”

Il libro di Leroux ripercorre la storia del concetto di global warming e delle tante contraddizioni dell’IPCC. E’ esemplare la citazione fatta riguardo un surreale congresso tenutosi a Mosca nel 2004, al termine del quale alcuni “scienziati” britannici chiesero ed ottennero che venissero esclusi dai proceedings gli interventi più “scettici” quali quelli del fisico dell’atmosfera Linzen del MIT o dell’entomologo Reiter dell’Istituto Pasteur di Parigi, quest’ultimo reo di sostenere che il cambiamento climatico c’entra poco con l’espansione di malattie tropicali che hanno come vettori insetti (si legga in proposito il resoconto di Roger Bates che appare in un articolo dal titolo emblematico “The british Lysenko, apparso su Economic affairs nel novembre 2004).leroux.jpg
“Alla critica all’approccio al sistema climatico utilizzato dai GCM – spiega Luigi Mariani – segue un’analisi di dettaglio della circolazione  come elemento chiave del sistema climatico e come responsabile della variabilità di tale sistema, una variabilità che l’autore giudica fisiologica e non patologica. 
Un richiamo costante è quello allo “stare ai fatti” e cioè a quello che ci dicono osservazioni e misure, evitando le forzature interpretative. Nel capitolo finale vengono elencate quelle che l’autore ritiene essere le priorità per la climatologia, una scienza che dovrebbe tornare ad occuparsi  del clima e dei suoi legami con la circolazione abbandonando le visioni ideologiche ed unendo in modo efficace aspetti statici e dinamici.”


Il ghiaccio non si scioglie, le bugie si!

dicembre 14, 2006

SUPERFICI TOTALI COPERTE DA GHIACCIO NEI 2 EMISFERI  

Le elaborazioni di Willis Eschenbach” willis@taunovobay.com su dati dell’Hadley Centre (hadobs.metoffice.com/hadisst/data/download.html), fatte circolare sulla lista di discussione Climateskeptics nel settembre 2006 (grafico sotto) mostrano che la copertura glaciale estiva dell’emisfero nord (curva in nero) ha risentito dello shift climatico del 1989 passando da circa 7 milioni di km2 a circa 5 milioni. Da allora i livelli di copertura appaiono stazionari intorno ai 5 milioni di km2 e dai dati non sono percepibili trend particolari. Poiché la Groenlandia è completamente coperta di ghiaccio e la sua superficie è di poco più di 2 milioni di km2, possiamo arguire che i ghiacci marini in estate ricoprano circa 3 milioni di km2. Il valore di 5 milioni di km2 di superficie del ghiaccio artico estivo sono indirettamente confermati dal report State of the Artic 2006 della NOAA (http://www.pmel.noaa.gov/pubs/PDF/rich2952/rich2952.pdf) che parla i 5,6 milioni di km2 registrati nel settembre 2005 (in Artide il massimo di copertura si registra in marzo, con valori intorno a 15 milioni di km2) ed il minimo in settembre. Che dire dunque: la situazione sembra improntata ad una certa stazionarietà delle superfici.  

ALCUNE SEGNALAZIONI BIBLIOGRAFICHE RELATIVE AI GHIACCIAI DELLA GROENLANDIA grafico.jpg Analysis of new data for eight stations in coastal southern Greenland, 1958 -2001, shows a significant cooling (trend-line change -1.29ºC for the 44 years), as do sea-surface temperatures in the adjacent part of the Labrador Sea, in contrast to global warming (+0.53ºC over the same period). The land and sea temperature series follow similar patterns and are strongly correlated but with no obvious lead/lag either way. This cooling is significantly inversely correlated with an increased phase of the North Atlantic Oscillation (NAO) over the past few decades (r = -0.76), and will probably have significantly affected the mass balance of the Greenland Ice Sheet.     

–Edward Hanna and John Cappelen, Geophysical Research Letters, 2003 The results are inconclusive for the {Greenland] ice sheet as a whole, owing to the large uncertainties when balancing very large, difficult to measure, offsetting quantities. Even the direction in which the mass of the Greenland ice sheet is currently changing is in dispute.      

— P. Chylek et al., Climatic Change, 63, 2004 A continuous data set of Greenland Ice Sheet altimeter height from ERS-1 and ERS-2 satellites, 1992 to 2003, has been analyzed. An increase of 6.4 ± 0.2 centimeters per year is found in the vast interior areas above 1500 meters, in contrast to previous reports of high-elevation balance.      

–Ola M. Johannessen et al., Science, 20 October 2005

Studio di Luigi Mariani (luigi.mariani@unimi.it


I due volti dell’ambientalismo – intervista a Antonio Gaspari

dicembre 10, 2006

A due anni dalla presentazione del primo capitolo, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicano “Le bugie degli ambientalisti 2” in cui riaffermano il proprio dissenso rispetto a gran parte degli assiomi formulati dal mondo ambientalista.penguins_meet_global_warming_by_brenlez.jpg

Un libro fuori dal coro, che si inserisce nella controversia in atto fra quelli che potremmo chiamare “catastrofisti”  ed “eco-ambientalisti” che sta travalicando gli argini della difesa dell’ambiente per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due diversi sistemi di pensiero. La concezione biocentrica ed ecocentrica viene così ad infrangersi contro lo scoglio dell’etica antropologica travolgendo tutti i temi di pubblico interesse.

Ne parliamo con Antonio Gaspari, direttore del Dipartimento Uomo e Ambiente del CESPAS e del Master in Scienze Ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è tra i fondatori dell’agenzia quindicinale di informazione ambientale “Greenwatch News” e cura l’edizione in italiano dell’agenzia quotidiana “Zenit”.  

1) Ultimamente al  concetto di sviluppo sostenibile è stato affiancato quello di impronta ecologica. Cosa esprimono questi termini?
Sviluppo sostenibile e impronta ecologica sono delle terminologie che vengono utilizzate per porre severi limiti allo sviluppo dei Paesi emergenti.
“Sviluppo sostenibile” è una traduzione impropria del termine inglese “sustainable development” che intende condizionare i processi di sviluppo secondo variabili quali la crescita demografica, il prodotto interno lordo, la disponibilità di materie prime.
Il pregiudizio nasce dall’idea che lo sviluppo è esclusivamente inquinante e per questo va fortemente condizionato. Questa idea è conseguente alla concezione neomalthusiana di uomo come mero consumatore, secondo cui la crescita demografica ed economica delle nazioni è il peggiore dei mali .
Si tratta di una deformazione ideologica del concetto di sviluppo, imposta dagli inizi degli anni ottanta. Nei decenni precedenti le stesse Nazioni Unite parlavano di “développement durable” cioè sviluppo durevole, indicando nel superamento del sottosviluppo la via per vincere la fame, la povertà e garantire il risanamento ambientale.film-warming.jpg
La concezione di sviluppo durevole contrapposta a quella di sviluppo sostenibile è stata fortemente indicata nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite di Johannesburg svoltasi nel 2002. La totalità dei paesi in via di sviluppo e gran parte di quelli avanzati hanno indicato nel progresso tecnologico, scientifico, economico e morale la via per innalzare il livello di vita  dell’umanità  nel pieno rispetto e sviluppo della natura.
L’impronta ecologia è una barzelletta, inventata con l’intenzione di spaventare le persone al fine di limitare lo sviluppo. Secondo i parametri indicati dai sostenitori dell’impronta ecologica, ogni persona per non inquinare il pianeta dovrebbe abitare in una casa al massimo di 30 metri quadri, senza acqua corrente né elettricità, dovrebbe diventare vegetariana e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra, dovrebbero muoversi solo a piedi o al massimo in bicicletta
.

2) E’ vero che la natura inquina più dell’uomo?
Ma certo!. Basta pensare ai vulcani in attività che secondo gli ultimi dai sarebbero 1500 in tutto il pianeta. In una sola eruzione il Monte Merapi in Indonesia ha distrutto una città e emesso una colonna di fumo alta più di tremila metri. In Ecuador il Tungurahua ha lanciato tonnellate di cenere fino a 12.000 metri. Altro che emissioni delle auto o Pm10. Ci si preoccupa delle allergie, dimenticandosi che per più della metà dipendono dai pollini delle piante. Pensiamo ai rifiuti organici. Ogni animale dal più piccolo insetto fino all’elefante ed alla balena. mangia in proporzione al peso molto di più degli uomini e anche in rifiuti non scherza. All’inizio del 900 a New York c’erano 1 milione e 200 mila cavalli, considerando che ogni giorno un cavallo produce almeno nove chili tra escrementi e urina, si capisce bene perché i rifiuti erano maggiori di quelli odierni. Si ha paura delle radiazioni, dimenticandosi che noi viviamo di “radiazioni” grazie ad una piccola stella, il sole, che è una esplosione termonucleare continua. Il suo raggio all’equatore è pari a più di 100 volte quello della Terra e la sua massa è 743 volte quella totale di tutti i pianeti che gli girano attorno. Tutto questo mostra che la concezione di “inquinamento” normalmente utilizzata è inadeguata e ideologicamente finalizzata solo a criminalizzare le attività e il lavoro umano.

3) Nel libro è descritta una iniziativa europea denominata “Diplomazia Verde”. Può spiegarci in cosa consiste e qual è il suo scopo?
Le istituzioni internazionali così come molti governi nazionali sono pesantemente condizionati da una “lobby verde” la cui ideologia è pesantemente contraria alla crescita demografica ed allo  sviluppo scientifico ed economico. In questo momento l’Unione europea, così come nel passato l’amministrazione Clinton, utilizza la diplomazia verde per imporre misure commerciali “protezioniste” e impedire ai paesi emergenti di arrivare con le proprie merci sui mercati più ricchi.
Tale diplomazia verde sta penalizzando pesantemente anche l’Italia, basta dire che il ministro degli esteri Massimo D’Alema dice si al “nucleare civile” del dittatore iraniano Mahmud Ahmadinejad, ed è però contrario alla costruzione di impianti nucleari in Italia.

4) Alcuni paesi emergenti sostengono che talvolta le argomentazioni ecologiste vengono utilizzate strumentalmente per limitare il loro sviluppo. Quanto c’è di vero in questa tesi?
I Paesi emergenti parlano apertamente di “ecoimperialismo”, cioè l’utilizzazione dell’ideologia verde per limitare il loro sviluppo, mantenere posizioni di privilegio nel mercato e imporre forme di ingiustizia economica e produttiva.
Tanti i casi eclatanti, tra cui il divieto di utilizzare il DDT per combattere la malaria che ogni anno infetta  trecento milioni di persone e ne uccide un milione e centrmila, e la richiesta sempre più vasta di contadini che intendono utilizzare sementi OGM.
La denuncia dell’ecoimperialismo è sostenuta tra gli altri da movimenti per i diritti civili americani e da ricercatori e contadini africani.

5) Perché in Italia i rifiuti sono un problema mentre in Europa costituiscono una risorsa?
Perché a forza di diffondere paure irrazionali le comunità locali sono spaventate e confuse. La cattiva informazione e l’opposizione preconcetta contro i termovalorizzatori sta favorendo solo i gruppi che non vogliono risolvere il problema e pensano di fare grandi affari speculando sulle discariche esistenti.
Di questo passo, noi italiani pagheremo la raccolta rifiuti sempre di più, senza mai averne un benché minimo beneficio.
I tedeschi ridono di noi perché siamo l’unico paese che paga il biglietto del treno ai rifiuti, che poi vanno a produrre energia per la Germania.
Tutti in Europa utilizzano e costruiscono termovalorizzatori. In Austria il termovalorizzatore di Spittelau fornisce acqua calda a 200.000 famiglie ed è inserito nei tour turistici della città.
Mentre nella nostra bella Italia, continuiamo a raccogliere rifiuti e portarli in discarica.libri.jpg

6) Mentre la Chiesa individua l’uomo come custode responsabile del creato un certo ambientalismo lo considera come un ospite indesiderato. Al concetto di capitale umano viene contrapposta la visione dell’uomo come cancro del pianeta. Cosa determina una differenziazione ideologica e ontologica così marcata?
La concezione biocentrica o ecocentrica delle maggiori associazioni ambientaliste è simile alle concezioni pagane precristiane. Per placare le ire di Gaia chiedono sacrifici, limitando le nascite e impedendo lo sviluppo.  Dal punto di vista etico poi è drammatico constatare che la “nuova etica animalista” che filosofi come Peter Singer propongono prende origine e propaganda tesi eugenetiche.

7) Cosa serve per sconfiggere il catastrofismo di certe major ambientaliste?
Smettere di credere alle loro bugie e provare a vedere che esiste un mondo reale fatto di persone che lavorano, ricercano e propongono soluzioni anche per i problemi ambientali.
Dopo tanti anni di ricerche posso assicuravi che la realtà è molto più avvincente e affascinante degli scenari catastrofici disegnati dai profeti di sventura.


Catastrofisti vs Eco-ottimisti

novembre 29, 2006

Attualmente la comunicazione ambientale si divide in due grandi filoni che possiamo denominare ‘catastrofista’ ed ‘eco-ottimista’.Il primo individua nell’uomo l’ospite indesiderato del pianeta terra. Secondo tale teoria l’inquinamento di origine antropica e lo sviluppo demografico stanno provocando una rottura dell’equilibrio climatico e una scarsità delle risorse energetiche e alimentari. In cronachecatastrofe.jpgquesto filone si inserisce “Cronache da una catastrofe” il cui sottotitolo recita: “Viaggio in un pianeta in pericolo: dal cambiamento climatico alla mutazione della specie”.  L’autrice, Elizabeth Kolbert, giornalista statunitense, partendo dall’assunto che “i modelli del clima terrestre elaborati al computer suggeriscono che ci stiamo avvicinando a una soglia critica”, racconta i segnali di pericolo che la natura sta inviando raccolti viaggiando personalmente in giro per il mondo.Annalisa Cicerchia nel suo “Leggeri sulla terra”, sottotitolato “L’impronta ecologica della vita quotidiana”, dimostra come il capitale naturale sia sottoposto ad un tasso di sfruttamento delle risorse e di generazione dei rifiuti ormai insostenibile. Se l’impronta ecologica corrisponde a quanta natura ci serve per soddisfare le nostre necessità, il cittadino terrestre medio ha una impronta di 2,8 ettari globali. “Purtroppo – scrive la Cicerchia – di ettari globali ne sono disponibili solo 2 a persona e anche le altre specie hanno bisogno di risorse”.19_leggeri.jpgIn questo scenario che fa del catastrofismo il gusto corrente un libro fuori dal coro è “Le bugie degli ambientalisti 2”. A due anni dalla pubblicazione del primo capitolo dell’inchiesta, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, si pongono l’obiettivo di smontare tutti “i falsi allarmismi dei movimenti ecologisti” diffusi in questi ultimi decenni.  I due autori, basandosi sul dato scientifico, mettono in dubbio la fondatezza delle teorie adottate da chi prefigura prossime catastrofi. Riguardo l’attendibilità dei modelli matematici per la previsione del clima viene opposta la considerazione che: “è difficile non essere scettici quando si nota che i maggiori propugnatori della tesi del riscaldamento globale sono gli stessi che non molto tempo fa agitavano lo spettro del raffreddamento globale”.tornaimmagine.jpgFra le altre verità poco conosciute che il libro intende svelare c’è quella riguardante il concetto di impronta ecologica, alla cui origine vi sarebbe il pregiudizio ideologico verso lo sviluppo economico ed il terrore da parte di alcuni guru ambientalisti no global che altri paesi, come la Cina, possano svilupparsi adottando il tanto vituperato modello occidentale. Gli altri temi affrontati, l’eco-imperialismo, il nucleare possibile, il problema dei rifiuti, la necessità di recuperare una antropologia cristiana, introducono ulteriori spunti di riflessione e discussione in questa infinita disputa fra i propugnatori del fare e quelli del non fare.

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