Wicca. Vita da strega

gennaio 6, 2007

wicca.gifll cosiddetto neo-paganesimo è un fenomeno che si sta diffondendo sempre più fra le estrazioni sociali e culturali più diverse, con un gradimento più manifesto da parte dei giovani. Nuove religiosità traggono la propria ispirazione dalle culture precristiane, anzitutto celtiche, romane e greche per approdare a una spiritualità tagliata sulle esigenze del mondo moderno, arricchita spesso da un funzionale esoterismo espresso attraverso un simbolismo accessibile e largamente fruibile. Un fenomeno  che sta uscendo dall’amatorialità individuale per trovare un sempre più vasto consenso.

La Wicca è la religione più diffusa negli Usa dove è ufficialmente riconosciuta, e i wiccan fanno opinione più della locale comunità cristiana.

Affrontiamo il tema attraverso due visioni differenti, quella di Morgana, popolare strega wiccan, e Carlo Climati, giornalista e scrittore cattolico che per le edizioni Paoline ha curato una serie di pubblicazioni sul tema.

E partiamo da Morgana, curatrice del sito www.stregadellemele.it«Abbraccio gli alberi – scrive nel messaggio di benvenuto – parlo con il vento. Loro sentono i miei sussurri e rispondono silenzio samente, come solo le anime sanno parlare. Ballo sotto la pioggia, scorre la linfa lunare nel mio sangue. Sono figlia, madre e sorella della Dea».
Alla domanda su chi sono e cosa rappresentano per la wicca la Natura, la Dea ed il Dio, risponde così: «Possiamo immaginare gli Dei in molte forme, aspetti, immagini. Questo perché ogni immagine racchiude l’aspetto che la Divinità ha per Noi. Io personalmente credo nel principio maschile e in quello femminile, il Dio e la Dea, parte dell’Uno. Non conosco i loro nomi perché sono abituata a chiamarli con tutti i nomi del mondo. Mi insegnano infinito amore e abbandono per la fiammata che sento dentro ogni giorno, l’esistenza».sito-morgana.jpg
Morgana spiega così il suo essere “strega”: «Esistono molte tradizioni, io seguo la religione Wicca». Morgana lo definisce «un percorso di continua conoscenza, che ci spinge a riconoscere il nostro amore per la divina bellezza dell’universo. Non esiste Bibbia e non esiste nessun profeta. Esiste una sola e semplice regola: “finché non fa male a nessuno fa ciò che vuoi».
Morgana parla di religione che «affonda le sue radici nel paganesimo, sebbene sia stata codificata soltanto di recente, è la religione dei nostri antenati, di coloro che ancora sapevano parlare alla luna, armonizzarsi con i cicli e che personificavano gli elementi, rispettandoli e amandoli nel fragile e delicato dicotismo della vita: l’equilibrio tra maschile e femminile. È un percorso di autoconsapevolezza, di risveglio del nostro sè divino, attraverso stadi meditativi, astrali, rituali. Oggi, essere wiccan, è probabilmente accettare una condizione di streghe metropolitane. I ritmi ormai frenetici, ci costringono ad allontanarci dalla via dell’antica saggezza delle sacerdotesse di un tempo. E la nostra volontà risiede nell’insegnare a noi stessi l’armonia dei cicli stagionali».

Una sorta di femminismo ante litteram, anche se in termini lirici: «Anticamente – prosegue Morgana – prima delle società patriarcali, era semplice riconoscere anche il femminile del divino. Bastava guardarsi attorno per riconoscere l’importanza del femminino, del suo equilibrio con ilmaschile. La Grande Dea Madre era adorata a viveva attraverso i poteri della Natura. E vive ancora adesso. Basta poco per sentirla ancora». wicca.jpg

Come? La soluzione è racchiusa in una sintesi poetica: «Si può iniziare, tornando nuovamente a celebrare il mutare delle stagioni. Attraverso l’anno tenendo per mano la Terra Madre nei suoi percorsi di luce, di ghiaccio, di sangue e di rugiada. Onorare il rinnovamento della vita, l’inizio della crescita, la rinascita dei germogli, l’amore e la passione, il primo biondo raccolto, la fruttificazione, l’ultimo raccolto d’arancio, la fine ed il passaggio».

Ma la strega metropolitana rifiuta il concetto di paganesimo nemico cristianesimo: «Io credo nel rispetto e il rispetto non contempla il “contro”.Ma il rispetto non è mai unilaterale, deve venire da entrambe le parti».
Si pensa a una strega e la mente va all’idea di fare incantesimi, attività che Morgana non disconosce: «Assolutamente sì. La magia ha come definizione un cambiamento portato consciamente attraverso il pensiero e l’azione. Non ha nessun “colore”, nessun particolare allineamento e ciò significa che non è nera, bianca, viola o rossa, buona, o cattiva. È l’uso che ne facciamo a determinarlo. Io personalmente, quando lavoro magicamente, su me stessa unicamente, lo faccio sempre con un ottimo motivo. Credo che sia un dono, di cui non dobbiamo abusare”.

Sull’altro fronte della barricata, c’è Carlo Climati, scrittore e giornalista, autore di numerosi saggi sull’argomento per le edizioni Paoline. Tra i suoi libri: I giovani e carlo-climati-foto.jpgl’esoterismo, Il popolo della notte e I giochi estremi dei giovani (tutti pubblicati con le edizioni Paoline). Il suo sito è: www.carloclimati.com.  Nel suo libro I giovani e l’esoterismo definisce questo fenomeno come un virus che colpisce i più giovani. Tanto interesse per certe nuove vie di conoscenza e spiritualità viene così spiegato da Climati: «È indubbio un proliferare di nuove religioni che richiamano le proprie origini in un antico paganesimo». Ma è davvero difficile riuscire a immaginare un Giulio Cesare o un Alessandro Magno vegetariani o aspiranti asceti, e per questo è difficile riconoscere un fondato collegamento fra questo neo-paganesimo e quello d’epoca classica.

«Quello che io vedo – aggiunge lo studioso cattolico – in quest’epoca, è soprattutto un abbassamento culturale spaventoso. Per questa ragione, non vedo collegamenti tra il neo-paganesimo e l’epoca classica. Oggi, nell’era della scienza e della Dea Ragione, spesso dominata da un rifiuto pregiudiziale della presenza di Dio, si sta verificando un fenomeno curioso: il ritorno della magia e della superstizione».

Secondo Climati «esoterismo, occultismo, spiritismo e astrologia sembrano trovare energie nuove e terreno fertile nella credulità popolare di milioni di persone, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione ». L’esempio è sotto gli occhi di tutti: «Basta accendere la televisione, a qualunque ora – osserva – per trovarsi di fronte a maghi e cartomanti che vendono amuleti o leggono i Tarocchi. Mentre le edicole si riempiono di riviste che promettono di cambiare la vita delle persone con riti esoterici».

Un fenomeno che sembrerebbe essere in contrasto con lo straordinario bisogno di razionalità e di “toccare con mano” che caratterizza i nostri tempi.
«Nell’epoca dei computer e delle conquiste dello spazio, non si dovrebbe certamente ricorrere ad un talismano per ritrovare fiducia in sé stessi. Eppure, questo è esattamente ciò che sta accadendo».

Climati invita a riflettere «sulle parole fumose che utilizzano i maghi». La citazione attinge alla terminologia classica: «Dicono saper togliere la “negatività” e di donare la “positività”. E poi, fanno grande uso di un termine che non significa nulla: “energia”. Nessuno è in grado di spiegare che cosa sia. Eppure, affermano di vendere amuleti carichi di “energia positiva”, in grado di portare fortuna e cambiare la vita delle persone da un giorno all’altro. Queste parole, purtroppo, stanno passando lentamente dal mondo dei maghi al linguaggio comune ». Secondo lo scrittore «il neopaganesimo di oggi ha radici diverse dall’era classica. È alimentato, in gran parte, da un altro fenomeno esploso negli ultimi anni: il “New Age” (la “Nuova Era”), una specie di grande “frullatore” in cui convivono differenti idee, religioni, filosofie e pratiche esoteriche».climati-giovani-esoterismo.jpg

Sulla Wicca, la posizione di Climati è scontata: «Ovviamente, essendo cattolico, non posso condividerla, ma, al tempo stesso, cerco di guardarla con grande rispetto, perché mi rendo conto che molti giovani la vivono in buona fede, come una vera e propria religione». Il ragionamento verte su un altro aspetto: «Dovremmo interrogarci sul perché tanti giovani sono affascinati da queste forme di neopaganesimo. Credo che sia importante invitare i ragazzi a riscoprire il significato della spiritualità cristiana, cominciando a ritrovare la gioia di annunciare Gesù. Forse negli ultimi anni sono stati commessi alcuni errori. C’è stata la moda di ridurre il cristianesimo ad una specie di filantropia. Si pensa che la cosa più importante sia impegnarsi nel volontariato, nell’aiuto ai poveri, ai malati, ai più deboli».

Climati coglie l’occasione della diffusione di questo fenomeno per lanciare l’allarme: «Se riduciamo il cristianesimo ad una dimensione troppo “terrena”, finiremo per trasformarlo in un servizio sociale. Dobbiamo, invece, mostrare agli altri l’esempio di un giusto equilibrio tra spiritualità e concretezza. Altrimenti, i giovani prenderanno altre strade e cercheranno altre forme di spiritualità, anche neo-pagana».

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Il libro coraggioso di Marcel Leroux

gennaio 4, 2007

globalwarming5.gif“Come climatologo, sono membro della Societè meteorologique de France e dell’American Meteoroogical Society, come professore di climatologia il mio datore di lavoro è la Repubblica Francese la quale ha adottato la religione ufficiale del “cambiamento climatico” a cui io non aderisco. Per tale mia scelta non sono beneficiario di “fondi neri” ed il mio laboratorio di Climatologia, rischi e ambiente (LCRE) nonostante i legami con il CNRS, non ha mai ricevuto alcun fondo da tale Istituto di Stato, certo per ragioni di eresia. Sono per natura incline alla visioni problematiche e mi ritengo un cartesiano che cerca  di richiamarsi costantemente al precetto primario di Cartesio secondo cui non si deve “mai assumere come vera alcuna cosa che non sia tale con evidenza” (Discours de la methode, 1637).”
Il Prof. Luigi Mariani commenta così l’introduzione di GLOBAL WARMING, MYTH OR REALITY – THE ERRING WAYS OF CLIMATOLOGY, il libro di Marcel Leroux: “Non posso fare a meno di ammirare il coraggio, la “schiena diritta” di quest’uomo con il quale sono stato in contatto epistolare nella lista di discussione Climateskeptics. Un uomo che – un po’ come i profeti biblici – ha il coraggio di scrivere cose non gradite ai poteri forti di oggi (media, ecologisti di professione,   politici, burocrazie nazionali ed internazionali e, naturalmente, una certa “comunità scientifica”).”

Infatti chi oggi si dichiara scettico rispetto ad un tipico approccio alle tematiche del clima che non poggia su basi scientifiche consolidate potrà essere accusato di tutto ma non di essere un opportunista: “anche perché ben sappiamo – continua Mariani – che i veri opportunisti, quando il castello di menzogne si dissolverà come neve al sole, saranno prontissimi a riallinearsi dicendo che loro l’avevano detto fin dal principio. Certo, Leroux, insieme ai pochi che pensandola come lui hanno oggi il coraggio di affermarlo pubblicamente,  potranno sempre testimoniare che “quelli là non l’avevano detto fin da principio”, anche se ad ascoltarli, come sempre, saranno in pochi, e non  certo le categorie che ha avuto il coraggio ed il merito di fustigare.”

Il libro di Leroux ripercorre la storia del concetto di global warming e delle tante contraddizioni dell’IPCC. E’ esemplare la citazione fatta riguardo un surreale congresso tenutosi a Mosca nel 2004, al termine del quale alcuni “scienziati” britannici chiesero ed ottennero che venissero esclusi dai proceedings gli interventi più “scettici” quali quelli del fisico dell’atmosfera Linzen del MIT o dell’entomologo Reiter dell’Istituto Pasteur di Parigi, quest’ultimo reo di sostenere che il cambiamento climatico c’entra poco con l’espansione di malattie tropicali che hanno come vettori insetti (si legga in proposito il resoconto di Roger Bates che appare in un articolo dal titolo emblematico “The british Lysenko, apparso su Economic affairs nel novembre 2004).leroux.jpg
“Alla critica all’approccio al sistema climatico utilizzato dai GCM – spiega Luigi Mariani – segue un’analisi di dettaglio della circolazione  come elemento chiave del sistema climatico e come responsabile della variabilità di tale sistema, una variabilità che l’autore giudica fisiologica e non patologica. 
Un richiamo costante è quello allo “stare ai fatti” e cioè a quello che ci dicono osservazioni e misure, evitando le forzature interpretative. Nel capitolo finale vengono elencate quelle che l’autore ritiene essere le priorità per la climatologia, una scienza che dovrebbe tornare ad occuparsi  del clima e dei suoi legami con la circolazione abbandonando le visioni ideologiche ed unendo in modo efficace aspetti statici e dinamici.”


Il testamento biologico e l’umano nascosto – Intervista a Giovanni Battista Guizzetti

dicembre 26, 2006

Mentre nel passato per ‘qualità della vita’ si intendeva lo sforzo per garantire pari opportunità anche a coloro che subivano una evidente emarginazione a causa di una malattia, di una debolezza economica, di una disabilità, oggi il significato che viene dato è fortemente sbilanciato nella considerazione della capacità di una persona di poter produrre, consumare e godere del pieno benessere fisico.

Si stabiliscono dunque via via degli standard di qualità da cui si fa dipendere la qualifica di ‘persona’.

In Medline, la banca dati mondiale degli articoli scientifici, il numero dei lavori che contengono il termine “qualità della vita” è passato da 12 nel 1970 a oltre 10.000 nel 2001.

A fronte di tali nuove interpretazioni etiche, il pericolo che si corre è nel ritenere disponibile ogni vita umana che non corrisponda a determinati standard, per cui se un individuo perde la sua capacità di consumo perde anche il diritto ad esistere.

testart.jpgIl biologo Jacques Testart, diventato famoso grazie ad Amadine, la prima bambina francese concepita in provetta, oggi, a quasi settanta anni, scrive libri contro quello che definisce “eugenismo democratico”, che si è ripulito da untuosità razziste ed ora invoca il diritto di avere figli sani, di vivere bene e avere una morte ‘dignitosa’.

Questa nuova eugenetica politicamente corretta usa come arma la paura che l’uomo ha del dolore e della malattia.

Come scrive Marina Corradi sull’Avvenire del 26 settembre, riferendosi al caso Welby, “La logica del caso umano, della faccia di un uomo sofferente portata come argomento decisivo e ispiratore di una legge, è potente. L’immagine di quei testimoni è welby4_inf-200×200.jpgeloquentissima e porta anche gli avversari ad abbassare la voce, perché quel dolore, che è autentico, facilmente zittisce ogni obiezione. La faccia di un uomo che paralizzato nel suo letto chiede di morire ha un impatto potente, più di mille ragionamenti.”

Giovanni Battista Guizzetti è un medico che da 25 anni assiste coloro che sono sospesi in una condizione di confine: i malati terminali, quelli non guaribili e, quelli in stato vegetativo.

Guizzetti ha appena pubblicato un libro “Terri Schiavo e l’umano nascosto, la medicina tecnologica e lo stato vegetativo” con cui, attraverso la testimonianza dell’impegno nel Centro Don Orione di Bergamo, disegna la situazione di quelle persone che dovrebbero far ricorso al testamento biologico.  A lui poniamo alcune domande.

Nella lettera indirizzata al Presidente Napolitano, Piergiorgio Welby espresse il desiderio che ai cittadini italiani fosse data la stessa opportunità concessa a quelli svizzeri, belgi, olandesi. Decidere delle propria morte è dunque una opportunità?

Quando sento parlare di diritto alla morte, di diritto a decidere di porre fine alla propria e all’altrui vita, proprio non capisco, sono preso da un grande sconcerto. Perché avere a disposizione uno specialista che ti ammazza dovrebbe essere un’opportunità o un diritto? Vede io faccio il medico da 25 anni. Per una mia personale tensione ho sempre cercato di occuparmi delle condizioni di confine: dei malati terminali, di quelli non guaribili e, da ultimo, delle persone in stato vegetativo.  Le posso assicurare che mai, ripeto mai, mi è stata fatta una richiesta di eutanasia.

Le dico questo perché penso che sia in atto una campagna mediatica che fa apparire le problematiche sollevate, quelle dell’eutanasia e delle direttive anticipate, come una urgenza che nasce dall’opinione pubblica. 

Io  sono assolutamente certo che è vero il contrario: una ristretta elite di intellettuali ha deciso di ingaggiare questa battaglia  e per sostenerla la fanno apparire una sorta di richiesta popolare.  Il timore vero della gente, e guardi che io ne incontro molte di persone durante la mia giornata, è quello di vivere l’abbandono terapeutico, di essere lasciati soli con un dolore non controllato, di non trovare più chi accolga la loro domanda di cura perché ormai si trovino al di là di quanto i protocolli prescrivono.  Non sto dicendo che non esista il problema, ma non dobbiamo cadere nella trappola tesa da alcuni ‘opinion leader’ e da alcuni circoli culturali che lo vogliono trasformare in una vera e propria emergenza nazionale. 

In realtà sono convinto che l’unica fretta che costoro  hanno è che si affermi definitivamente  una cultura che fa dell’utilitarismo e dell’individualismo i suoi fondamenti, avendo come scopo la liquidazione definitiva di  una secolare storia di umanesimo cristiano che ha fatto della compassione e della condivisione i suoi caratteri qualificanti.  Mi vengono in questo momento in mente le grandi figure del secolo scorso: il beato Cottolengo, don Gnocchi,  S. Luigi Orione e madre Teresa di Calcutta che si sono letteralmente fatti carico del bisogno incontrato.

Che rapporto corre fra testamento biologico e eutanasia?

Penso che mai nel nostro Paese potrà affermarsi una legislazione sull’eutanasia come quella esistente in Olanda, dove per vivere occorre una sorta di certificazione di qualità, o come quella  del suicidio assistito esistente in Svizzera.   Allora le direttive anticipate o testamento biologico rischiano di diventare l’escamotage e il battistrada per introdurre anche da noi l’eutanasia.

Anche in questo caso una campagna di stampa abilmente orchestrata ha fatto diventare la questione una vera e propria urgenza. Si  è creato un nuovo bisogno primario: la difesa del cittadino dall’onnipotenza di una classe medica che, perso ogni senso della  misura, si vuole continuare ad accanire con terapie disumane su dei morenti. Ma è davvero così?

terri-schiavo.jpgNessuno, nessun medico e neanche la stessa Chiesa cattolica, oggi più riconosce le liceità dell’accanimento terapeutico, delle terapia sproporzionate. Il problema è che con le direttive anticipate anche la semplice idratazione può diventare una sorta di accanimento. Si induce una paura collettiva per ottenere alla fine ciò che non sono riusciti ad ottenere in altro modo. Si tenga conto tra l’altro del fatto che la dove le direttive anticipate esistono sono scarsamente utilizzate.

Esiste una eutanasia attiva ed una passiva?

Esiste una differenza nella prassi, non nell’intenzione. L’eutanasia attiva è un atto deliberato, attivo, che attraverso la somministrazione di una sostanza letale porta alla morte il paziente.

L’eutanasia passiva  è la colpevole omissione non di un atto straordinario, ma ordinario (esempio la mancata somministrazione di acqua) che porta alla morte l’individuo. La sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione che causò la morte di Terri Schiavo è un esempio di eutanasia passiva. Vale la pena precisare e riaffermare che la sospensione della cura non sempre si configura come un atto eutanasico. Infatti quando le cure che sto erogando sono sproporzionate per la difficoltà del loro impiego e per la sofferenza provocata in chi le subisce o per lo scopo che vogliono ottenere, ad esempio le tecniche rianimatorie in un paziente neoplastico in fase terminale, la loro sospensione è da ritenersi assolutamente legittima, il loro proseguimento configura infatti quello che viene definito accanimento terapeutico.
Sempre Welby affermava che “per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Lei che da anni assiste i pazienti in stato vegetativo pensa che siano vittime di un accanimento terapeutico?

Una cara amica, un  medico che lavora nell’ U.O. di Terapia Intensiva di un grande ospedale del nord Italia un giorno mi ha chiesto: ‘Ma se tu fossi al mio posto, di fronte ad un malato che sai per certo che se lo salverai piomberà in uno stato vegetativo, cosa faresti? Proseguiresti i trattamenti rianimatori?’ È veramente difficile la definizione del limite terapeutico. Certo che ci sono condizioni in cui chiaramente questo limite viene superato che so quando si defibrilla una persona per dieci, venti volte, ma quando ci giunge in pronto soccorso un adolescente vittima di un grave trauma cranico, come fai a tavolino a definire questo limite? come fai  a decidere se vale o non vale la pena impegnarci per salvare la sua vita, come si fa a essere certi della sua guarigione completa o della sua guarigione con esiti più o meno gravi?

L’errore prognostico è sempre lì pronto a tenderci le sue trappole. L’errore amplificato dalla stanchezza o da  una involontaria distrazione, da un’analisi che non ha considerato tutti i fattori in gioco, da una nostra impostazione culturale o da un nostro personale giudizio sulla vita. Ho ben presente il caso di quell’ amico giunto al pronto soccorso per un infarto a cui, molto incautamente,  un medico aveva pronosticato un futuro da ‘alberino di Natale’ e che oggi invece ha ripreso a lavorare, guida la macchina e conduce una felice vita familiare.

‘Casi anedottici’ si dice come per sterilizzare la categoria della possibilità, del miracolo. Ma se quel ‘caso anedottico’ fosse stato tuo figlio o tua figlia, tua moglie o tuo marito, tuo padre o tua madre cosa avresti fatto, cosa avresti detto?
Se un medico non riesce a guarire il paziente, non riuscendo a riportarlo nella condizione precedente la malattia, ha fallito?

A un paziente che giunge in un reparto di terapia intensiva si possono aprire tre scenari :  la sopravvivenza con un completo  o comunque accettabile recupero della funzionalità, l’indebito prolungamento del processo del morire, bloccato nel suo compiersi dalle tecniche rianimatorie (accanimento terapeutico) o, infine,  l’evoluzione verso una condizione di disabilità  più o meno severa che nel suo livello più grave configura lo stato vegetativo. Basta   avere come scopo il solo mantenimento in vita per iniziare e mantenere un trattamento rianimatorio od occorre un previo giudizio di qualità sull’esito del nostro intervento? Il nostro agire trarrebbe legittimità solo da un successo globale? Un esito rappresentato da una più o meno grave compromissione dello stato di coscienza sarebbe comunque da considerarsi un fallimento da evitare in qualunque modo,  anche con la morte del soggetto? Non penso che il successo di un intervento medico sia definito dal recupero totale.

Se la guarigione completa fosse lo scopo del nostro agire e il criterio per stabilirne la bontà gran parte dei nostri interventi non avrebbe senso. Conosco molte persone che sono rimaste in vita, anche con deficit funzionali gravi, che sono felici di esser ancora vivi, che hanno saputo ricostruire un esistenza assolutamente dignitosa a partire da quel poco o tanto che è rimasto funzionalmente integro.

I suoi pazienti le hanno mai chiesto di morire?

Non voglio più chiamare coloro che assito pazienti, non li considero dei malati, ma piuttosto dei disabili, dei gravissimi disabili.  Nel libro che  ho scritto dedico un capitolo intero a questo aspetto perché apre delle prospettive completamente differente nel percorso di presa in carico dello stato vegetativo. Ovviamente le persone di cui mi prendo attualmente cura non comunicando non mi hanno mai potuto chiedermi di lasciarli morire.

Ma in questi dieci anni nessuno dei loro parenti mi ha mai fatto una tale richiesta perché  se hai la possibilità di sperimentare una condivisione, un sostegno anche se vivi una condizione di grave fatica come è  lo stato vegetativo, questa condizione diventa meno pesante da portare e lo sguardo che porti su chi ancora ami è diverso , non so come dire, ma sai accettarlo ed amarlo anche in quello stato.

Come considera quello che una certa corrente di pensiero sostiene, ossia che una vita senza qualità non è più vita?

Tutti oggi più o meno siamo vittime di una concezione utilitaristica della vita per cui questa vale in relazione  alla capacità di godimento che ti dà. Se sei un disabile, sei malato, se la tua condizione non ti consente di godere appieno di quanto la società ti offre in termini di piacere automaticamente la tua vita vale di meno, fino a non valete più nulla se di tutte queste cose non sei capace di godere. Ma è veramente questo il senso del nostro vivere? Se fosse così tre quarti dell’umanità non sarebbe degno di vita o, come si dice oggi, non sarebbero delle persone.

Il portavoce Care presso il Comitato ristretto sull’etica medica della Camera dei Lord diritti-uomo.jpg(1994) ha detto: “i disabili sono generalmente più soddisfatti della loro vita di quanto individui fisicamente abili si aspetterebbero di essere se soffrissero della stessa menomazione. La persona sana non opera le medesime scelte della persona malata”.  Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo l’individuo è riconosciuto oggetto di diritti per come è, senza alcun riferimento a qualsiasi elemento che attenga alla qualità della sua vita, è titolare di diritti per il fatto stesso di esistere.  

Nello stesso ordinamento giuridico quindi  non si da alcun rilievo alle qualità contingentemente presenti in quel soggetto per riconoscerne la sacralità e l’inviolabilità.   L’introduzione del concetto di ‘vita degna di esser vissuta’   muta radicalmente il modo di concepire le relazioni.     Alla base della relazione che io instauro con te, chiunque tu sia, qualunque sia la condizione nella quale ti trovi, non c’è più una gratuità, che è una capacità di accoglienza della tua persona e di condivisione del bisogno di cui puoi essere portatore, ma un preventivo giudizio sulla tua capacità di mostrare  caratteristiche particolari che possano andarmi bene. 
Oggi si preferisce coniare nuovi termini, per esempio “persona” prende il posto di “essere umano” e “prodotto del concepimento” sostituisce “embrione”.  A cosa è dovuta questa operazione di lifting sostantivale?

Se non partiamo dall’idea che ogni individuo è persona semplicemente perché appartiene alla specie umana, se pensiamo che persona sia un titolo di merito che si acquista ad un certo punto della vita o che si perde in certe condizioni perché non abbiamo più una qualità, una caratteristica o da una funzione, apriamo inevitabilmente la strada ad una nuova tragica antropologia che ha come esito finale la disponibilità di ogni vita umana che non corrisponda a determinati standard.

Questo è anche tragicamente testimoniato dalla storia del secolo scorso quando il criterio della razza o dell’appartenenza ad un apparato o  anche semplicemente il portare gli occhiali, sapere di storia o di filosofia, o possedere un Bibbia erano motivi sufficienti per la tua eliminazione. 

È in atto soprattutto nelle nostre società il tentativo  di imporre questa nuova antropologia, che non è più funzionale alla ricerca di un significato che sia risposta agli interrogativi che ci costituiscono, ma funzionale ad un potere. Fondamentalmente ad un potere economico che usa dell’uomo.  Per cui tu vali nella misura in cui puoi produrre e sai consumare. Ecco se tu non produci e non consumi ti sei giocato il diritto ad esistere, non sei appunto una persona. È triste, ma è così.  Tutto ciò è cominciato  quando l’uomo ha deciso di far fuori la ricerca del significato totale di sé.


Finis vitae. Is Brain Death still Life? La morte celebrale è la fine dell’individuo?

dicembre 20, 2006

Il caso della morte cerebrale costituisce un tipico esempio di quella confusione del piano scientifico con quello etico e con quello filosofico in cui spesso rimane imbrigliata la discussione, anche di parte cattolica,  sui temi della bioetica. finis_vitae.jpg

Il libro “Finis vitae. Is Brain Death still Life?”, raccoglie gli interventi di autorevoli medici, giuristi e filosofi, europei e americani sul tema della morte, riguardo al quale è mancato, nell’opinione pubblica e tra gli studiosi, un dibattito scientifico e culturale analogo a quello che negli ultimi anni si sviluppato sulle origini della vita.

Alla presentazione del volume, avvenuta presso la sede del CNR, Roberto de Mattei, vicepresidente dell’ente di ricerca e curatore dell’edizione, ha sostenuto che “La morte non è solo ‘la’, ma anche il ‘fine’ della vita umana. E il progresso scientifico e tecnologico applicato alla medicina ha introdotto nuovi motivi di riflessione: accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia e suicidio assistito, richiesta di sospensione delle terapie, cure palliative e soprattutto prelievo di organi a fini di trapianto”.

Fino agli anni sessanta, la tradizione giuridica e medica occidentale ha ritenuto che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: la respirazione, la circolazione, l’attività del sistema nervoso. Al medico spettava accertare la morte avvenuta, non definirne l’esatto momento.
Nell’agosto del 1968, un Comitato istituito dalla Harvard Medical School propose un nuovo criterio di accertamento della morte consistente in un riscontro strettamente neurologico: la definitiva cessazione delle funzioni del cervello, definita “coma irreversibile”.

Solo qualche mese prima il chirurgo sudafricano Christiaan Barnard aveva effettuato il primo trapianto di cuore e tale circostanza alimentò il sospetto che i criteri di ridefinizione della morte del Comitato di Harvard rispondessero ad esigenze prettamente utilitaristiche quali quella del reperimento di organi per i trapianti.

“I criteri di Harvard sono stati pubblicati senza nessun dato clinico-statistico relativo ai pazienti rivela Paul A . Byrne – In realtà la morte cerebrale non è la vera morte.”
Byrne critica anche l’uso del termine ‘irreversibile’: “che non è un concetto empirico e non può essere empiricamente determinato. Per mero interesse – continua il neonatologo americano – si è sviluppato un nuovo criterio per dichiarare morte le persone. Per ottenere un cuore sano da destinare al trapianto non ci sono altri modi che prelevarlo da un paziente vivo. E rimuovere un organo vitale sano da un soggetto dichiarato a termini di legge cerebralmente morto, ma non biologicamente tale, sotto il profilo etico è inaccettabile. Donne in gravidanza morte cerebralmente, opportunamente assistite, sono sopravvissute fino a partorire un bambino normale. Io personalmente nel 1975 ho curato un neonato, in ventilazione artificiale da sei settimane, il cui elettroencefalogramma era compatibile con la morte cerebrale. Mi fu suggerito di scollegarlo dal respiratore ma decisi di non farlo. Ora fa il pompiere.”

Quasi tutti i paesi sviluppati, nonostante un ridotto consenso degli studiosi, adottarono prontamente la definizione di morte suggerita dal Comitato di Harvard.
In Italia la legge del 29 dicembre 1993, n. 578, recita all’art. 1 “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello” demattei.jpg
Rosangela Barcaro, bioeticista del CNR, racconta come lo stesso metodo di accertamento non è lo stesso in tutti i paesi:“in Gran Bretagna i medici fanno riferimento alla funzionalità del solo tronco encefalico e non impiegano accertamenti strumentali a conferma della valutazione clinica. Al contrario in Italia ci si riferisce alla funzionalità dell’intero encefalo e per legge è obbligatorio l’esamo ellettroencefalografico”.

Il neurologo pediatrico Alan Shewman ha dimostrato come le lesioni cerebrali non causano la perdita della capacità, ma soltanto delle funzioni esercitate dal tronco encefalitico.
Josef Seifert, rettore dell’accademia internazionale di filosofia del Liechtenstein, ha osservato come definire morto un essere umano in coma irreversibile non è di per se una tesi medica, ma una tesi filosofica.

“Da un punto di vista medico – sostiene Seifert – non si può dire che poiché il cervello non funziona, permanendo invece tutte le altre funzioni vitali, una persona umana dotata di corpo non è più viva. Ogni medico che ne parla lo fa come medico che fa della filosofia e non come dottore.
Anche Peter Singer, la cui antropologia filosofica è certamente antitetica a quella di Seifert ha sostenuto l’inconsistenza scientifica del concetto di morte cerebrale.
Secondo il filosofo australiano la scelta di utilizzare criteri neurologici per accertare il decesso non si fonda su una base scientifica, ma su una scelta etica: pur essendo organismi umani viventi, i pazienti in condizione di morte cerebrale sono trattati come se fossero morti e possono diventare donatori di organi se in vita avevano manifestato il consenso alla donazione. Singer ritiene che un malato può essere soppresso se ciò è utile alla società e uccidere un bambino neonato non equivale moralmente a uccidere un essere razionale e autocosciente. Ma per soddisfare queste utilità non c’è bisogno, a suo avviso, di costruire una fittizia definizione di morte cerebrale: è preferibile assumersi la responsabilità di una decisione “etica”, sia pure contraria alla tradizione religiosa dell’Occidente, che applica il principio di precauzione morale anche all’uomo di cui non è definitamente accertata la morte. I casi puramente naturali, non miracolosi, di ritorno alla vita di persone che presentavano tutte le caratteristiche della vera morte (assenza di pulsazioni e di respirazione, mancanza assoluta di sensibilità, ecc) dimostrano che, fra il momento della morte apparente e l’istante in cui essa avviene realmente, esiste sempre un periodo di tempo, più o meno lungo, di vita latente. Essi dimostrano che l’uomo può tornare alla vita dopo essere rimasto intere ore in uno stato di morte apparente, in cui risultano assenti manifestazioni vitali come la coscienza, le onde cerebrali, i movimenti muscolari, la respirazione, la pulsazione cardiaca. Il teologo domenicano spagnolo Antonio Royo Marin nella sua “Teologia de la salvacìon” scrive che “E’ molto meglio trattare un morto come se fosse ancora vivo, piuttosto che trattare un vivo come se fosse già morto”.

La cessazione della funzione cerebrale può essere, ma non necessariamente, uno stadio nel processo del morire. Ma la linea che separa la vita e la morte è complessa e indefinita. Quale sia il momento della morte, un punto comunque è certo: la vita della persona umana non è legata alla esplicitazione delle sue facoltà.
L’equivalenza fra morte cerebrale e morte dell’uomo appare dunque come frutto di dottrine filosofiche diverse che non considerano l’essere persona come una caratteristica ontologica propria di ciascun individuo umano, indipendentemente dal venir meno delle attività cerebrali.
“In dubio pro vita – reputa De Mattei – nel dubbio bisogna presumere di trovarsi di fronte a un individuo vivo e astenersi dal compiere un omicidio. E’ questo l’insegnamento della Chiesa, che anche il non credente ha sempre condiviso, nel corso dei secoli, come il più idoneo a tutelare e garantire i diritti della persona umana.” 


I due volti dell’ambientalismo – intervista a Antonio Gaspari

dicembre 10, 2006

A due anni dalla presentazione del primo capitolo, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicano “Le bugie degli ambientalisti 2” in cui riaffermano il proprio dissenso rispetto a gran parte degli assiomi formulati dal mondo ambientalista.penguins_meet_global_warming_by_brenlez.jpg

Un libro fuori dal coro, che si inserisce nella controversia in atto fra quelli che potremmo chiamare “catastrofisti”  ed “eco-ambientalisti” che sta travalicando gli argini della difesa dell’ambiente per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due diversi sistemi di pensiero. La concezione biocentrica ed ecocentrica viene così ad infrangersi contro lo scoglio dell’etica antropologica travolgendo tutti i temi di pubblico interesse.

Ne parliamo con Antonio Gaspari, direttore del Dipartimento Uomo e Ambiente del CESPAS e del Master in Scienze Ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è tra i fondatori dell’agenzia quindicinale di informazione ambientale “Greenwatch News” e cura l’edizione in italiano dell’agenzia quotidiana “Zenit”.  

1) Ultimamente al  concetto di sviluppo sostenibile è stato affiancato quello di impronta ecologica. Cosa esprimono questi termini?
Sviluppo sostenibile e impronta ecologica sono delle terminologie che vengono utilizzate per porre severi limiti allo sviluppo dei Paesi emergenti.
“Sviluppo sostenibile” è una traduzione impropria del termine inglese “sustainable development” che intende condizionare i processi di sviluppo secondo variabili quali la crescita demografica, il prodotto interno lordo, la disponibilità di materie prime.
Il pregiudizio nasce dall’idea che lo sviluppo è esclusivamente inquinante e per questo va fortemente condizionato. Questa idea è conseguente alla concezione neomalthusiana di uomo come mero consumatore, secondo cui la crescita demografica ed economica delle nazioni è il peggiore dei mali .
Si tratta di una deformazione ideologica del concetto di sviluppo, imposta dagli inizi degli anni ottanta. Nei decenni precedenti le stesse Nazioni Unite parlavano di “développement durable” cioè sviluppo durevole, indicando nel superamento del sottosviluppo la via per vincere la fame, la povertà e garantire il risanamento ambientale.film-warming.jpg
La concezione di sviluppo durevole contrapposta a quella di sviluppo sostenibile è stata fortemente indicata nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite di Johannesburg svoltasi nel 2002. La totalità dei paesi in via di sviluppo e gran parte di quelli avanzati hanno indicato nel progresso tecnologico, scientifico, economico e morale la via per innalzare il livello di vita  dell’umanità  nel pieno rispetto e sviluppo della natura.
L’impronta ecologia è una barzelletta, inventata con l’intenzione di spaventare le persone al fine di limitare lo sviluppo. Secondo i parametri indicati dai sostenitori dell’impronta ecologica, ogni persona per non inquinare il pianeta dovrebbe abitare in una casa al massimo di 30 metri quadri, senza acqua corrente né elettricità, dovrebbe diventare vegetariana e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra, dovrebbero muoversi solo a piedi o al massimo in bicicletta
.

2) E’ vero che la natura inquina più dell’uomo?
Ma certo!. Basta pensare ai vulcani in attività che secondo gli ultimi dai sarebbero 1500 in tutto il pianeta. In una sola eruzione il Monte Merapi in Indonesia ha distrutto una città e emesso una colonna di fumo alta più di tremila metri. In Ecuador il Tungurahua ha lanciato tonnellate di cenere fino a 12.000 metri. Altro che emissioni delle auto o Pm10. Ci si preoccupa delle allergie, dimenticandosi che per più della metà dipendono dai pollini delle piante. Pensiamo ai rifiuti organici. Ogni animale dal più piccolo insetto fino all’elefante ed alla balena. mangia in proporzione al peso molto di più degli uomini e anche in rifiuti non scherza. All’inizio del 900 a New York c’erano 1 milione e 200 mila cavalli, considerando che ogni giorno un cavallo produce almeno nove chili tra escrementi e urina, si capisce bene perché i rifiuti erano maggiori di quelli odierni. Si ha paura delle radiazioni, dimenticandosi che noi viviamo di “radiazioni” grazie ad una piccola stella, il sole, che è una esplosione termonucleare continua. Il suo raggio all’equatore è pari a più di 100 volte quello della Terra e la sua massa è 743 volte quella totale di tutti i pianeti che gli girano attorno. Tutto questo mostra che la concezione di “inquinamento” normalmente utilizzata è inadeguata e ideologicamente finalizzata solo a criminalizzare le attività e il lavoro umano.

3) Nel libro è descritta una iniziativa europea denominata “Diplomazia Verde”. Può spiegarci in cosa consiste e qual è il suo scopo?
Le istituzioni internazionali così come molti governi nazionali sono pesantemente condizionati da una “lobby verde” la cui ideologia è pesantemente contraria alla crescita demografica ed allo  sviluppo scientifico ed economico. In questo momento l’Unione europea, così come nel passato l’amministrazione Clinton, utilizza la diplomazia verde per imporre misure commerciali “protezioniste” e impedire ai paesi emergenti di arrivare con le proprie merci sui mercati più ricchi.
Tale diplomazia verde sta penalizzando pesantemente anche l’Italia, basta dire che il ministro degli esteri Massimo D’Alema dice si al “nucleare civile” del dittatore iraniano Mahmud Ahmadinejad, ed è però contrario alla costruzione di impianti nucleari in Italia.

4) Alcuni paesi emergenti sostengono che talvolta le argomentazioni ecologiste vengono utilizzate strumentalmente per limitare il loro sviluppo. Quanto c’è di vero in questa tesi?
I Paesi emergenti parlano apertamente di “ecoimperialismo”, cioè l’utilizzazione dell’ideologia verde per limitare il loro sviluppo, mantenere posizioni di privilegio nel mercato e imporre forme di ingiustizia economica e produttiva.
Tanti i casi eclatanti, tra cui il divieto di utilizzare il DDT per combattere la malaria che ogni anno infetta  trecento milioni di persone e ne uccide un milione e centrmila, e la richiesta sempre più vasta di contadini che intendono utilizzare sementi OGM.
La denuncia dell’ecoimperialismo è sostenuta tra gli altri da movimenti per i diritti civili americani e da ricercatori e contadini africani.

5) Perché in Italia i rifiuti sono un problema mentre in Europa costituiscono una risorsa?
Perché a forza di diffondere paure irrazionali le comunità locali sono spaventate e confuse. La cattiva informazione e l’opposizione preconcetta contro i termovalorizzatori sta favorendo solo i gruppi che non vogliono risolvere il problema e pensano di fare grandi affari speculando sulle discariche esistenti.
Di questo passo, noi italiani pagheremo la raccolta rifiuti sempre di più, senza mai averne un benché minimo beneficio.
I tedeschi ridono di noi perché siamo l’unico paese che paga il biglietto del treno ai rifiuti, che poi vanno a produrre energia per la Germania.
Tutti in Europa utilizzano e costruiscono termovalorizzatori. In Austria il termovalorizzatore di Spittelau fornisce acqua calda a 200.000 famiglie ed è inserito nei tour turistici della città.
Mentre nella nostra bella Italia, continuiamo a raccogliere rifiuti e portarli in discarica.libri.jpg

6) Mentre la Chiesa individua l’uomo come custode responsabile del creato un certo ambientalismo lo considera come un ospite indesiderato. Al concetto di capitale umano viene contrapposta la visione dell’uomo come cancro del pianeta. Cosa determina una differenziazione ideologica e ontologica così marcata?
La concezione biocentrica o ecocentrica delle maggiori associazioni ambientaliste è simile alle concezioni pagane precristiane. Per placare le ire di Gaia chiedono sacrifici, limitando le nascite e impedendo lo sviluppo.  Dal punto di vista etico poi è drammatico constatare che la “nuova etica animalista” che filosofi come Peter Singer propongono prende origine e propaganda tesi eugenetiche.

7) Cosa serve per sconfiggere il catastrofismo di certe major ambientaliste?
Smettere di credere alle loro bugie e provare a vedere che esiste un mondo reale fatto di persone che lavorano, ricercano e propongono soluzioni anche per i problemi ambientali.
Dopo tanti anni di ricerche posso assicuravi che la realtà è molto più avvincente e affascinante degli scenari catastrofici disegnati dai profeti di sventura.


Le bugie degli ambientalisti

novembre 19, 2006

Il catastrofismo è ormai il gusto corrente. Lo scienziato americano Gregory D. Foster in un articolo pubblicato sul World Watch Institute Magazine, rivista edita dall’omonima “multinazionale” ambientalista, dichiara che  «i disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici minacciano il futuro dell’ umanità in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo.  Dal 1968 i gruppi eversivi hanno ucciso 24 mila persone, ogni anno invece ne muoiono 240 mila per i danni del clima».

E la catastrofe è dietro l’angolo.

Secondo Foster, l’attuale surriscaldamento del nostro pianeta sta provocando dei cambiamenti climatici che provocheranno, in una sorta di tragico effetto domino, «un mondo futuro di Stati in guerra tra loro per la sopravvivenza», una sorta di guerra planetaria che vedrà l’umanità scontrarsi militarmente per aver accesso alle derrate alimentari.

E non finisce qui, se proprio qualcuno fosse sopravvissuto a tale babele, dovrà fare i conti con il riscaldamento della massa terrestre, che darà luogo a catastrofi ambientali sempre più frequenti e che saranno l’anticamera di una nuova era glaciale.Chi inizia ad aver dubbi sulla fondatezza degli allarmi lanciati dalle major ambientaliste, può leggere un libro molto interessante, fuori dal coro, che parla di eco-ottimismo: “Le bugie degli ambientalisti 2”.tornaimmagine.jpg

I due autori, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, smontano, pezzo per pezzo, tutti i falsi allarmi a cui abbiamo dovuto dar ascolto in questi ultimi decenni.  Tanto per gradire: è stato detto che la popolazione mondiale sta per raddoppiare e questo condurrà gran parte di noi ad una morte sicura per fame. In realtà non è possibile prevedere un contemporaneo aumento della popolazione e della mortalità. Tale concetto nasce da due processi contrari che non possono coesistere: aumento della  popolazione non significa aumento della mortalità.  La popolazione riesce a svilupparsi solo se le condizioni di vita e l’alimentazione lo permettono.

E’ stato detto che ogni giorni scompaiono dalla faccia della terra 30 km di boschi, ma nel libro si legge che le rilevazioni satellitari hanno mostrato che dal 1982 al 1999 le aree boschive sono aumentate del 6%.E’ stato detto che questo benedetto riscaldamento della terra è causato dalle crescenti emissioni di CO2 prodotte dalle industrie, mentre è stato scientificamente dimostrato che l’uomo incide solo per il 4% sul totale delle emissioni.Il dato più importante che emerge dalla lettura del libro è quello rappresentato dallo stretto collegamento fra alcune associazioni ambientaliste e le società di eugenetica inglesi ed americane, finanziate da ricchi magnati, che cercano, in sostanza, di combattere la povertà eliminando (fisicamente) i poveri.

A conferma di quanto detto ci sono tutte le battaglie finora promosse dalle più potenti associazioni ambientaliste del pianeta. L’opposizione agli OGM, i messaggi terroristici sul riscaldamento globale, la presunta sparizione delle foreste, la promozione delle “domeniche ecologiche” e delle targhe alterne, hanno come denominatore comune il voler dimostrare che la sovrappopolazione della terra mette a rischio la natura e quindi è necessario ricorrere a tecniche di riduzione delle nascite (da attuare, naturalmente, nei paesi poveri).

L’ecologismo dunque diventa esso stesso una religione in cui viene eliminata ogni differenza ontologica tra uomini e altri esseri viventi. La stessa natura diventa una divinità: Gaia. Ed in nome di Gaia sacrificheremo l’uomo celebrando il trionfo del matrimonio di interessi fra Eugenetica ed Ecologismo sul modello di Sparta: loro rincorrevano la perfezione della razza eliminando i più deboli, noi proteggiamo la nostra terra eliminando le popolazioni povere.