SPE SALVI facti sumus

dicembre 2, 2007

ratzinger1.jpgNella speranza siamo stati salvati, dice san Paolo ai Romani e anche a noi (Rm 8,24). La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto. La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Ora, si impone immediatamente la domanda: ma di che genere è mai questa speranza per poter giustificare l’affermazione secondo cui a partire da essa, e semplicemente perché essa c’è, noi siamo redenti? E di quale tipo di certezza si tratta?

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20071130_spe-salvi_it.html


L’Unione Europea a difesa del latino

giugno 2, 2007

Intervista esclusiva a Ján Figel’, Commissario Europeo per l’istruzione, la formazione, la cultura e la gioventù: “I valori europei sono valori universali”

figel.jpgIl convegno “Futuro latino: la lingua latina per la costruzione e l’identità dell’Europa”, conclusosi presso la Città del Vaticano nella Domus Sanctae Marthae, è stata un momento di confronto tra esponenti della cultura laici e cattolici sulla sempre attuale necessità di attingere alla tradizione antica classica e cristiana, a cui si deve il grandioso patrimonio spirituale e culturale che ancora contraddistingue l’Europa. Roberto de Mattei, vice presidente del Consiglio nazionale delle ricerche e fra i promotori dell’iniziativa, ha presentato un Manifesto in cui viene avanzata la richiesta alle autorità educative e politiche nazionali ed europee di impegnarsi per garantire la sopravvivenza della nostra identità così come finora è stata concepita, avvertendo il rischio di una vera e propria “estinzione” del latino dovuta al suo progressivo abbandono da parte dell’attuale generazione di formatori e di studenti. Lo scrittore Marcello Veneziani ha proposto, nell’ambito di tale allarme, di far nascere una fondazione intitolata, come il convegno, “Futuro latino”.
In occasione dell’incontro curato dal Cnr e dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche presieduto da mons. Walter Brandmuller, una prima risposta in senso positivo alla preoccupazione degli studiosi è arrivata con la difesa energica e persuasiva della lingua latina e del suo ruolo nella cultura contemporanea globalizzata è arrivata da Ján Figel’, Commissario Europeo per l’istruzione, la formazione, la cultura e la gioventù, a cui abbiamo posto alcune domande con questa intervista in esclusiva.

figel2.jpgCosa ne pensa di questa iniziativa volta a  promuovere lo studio e la diffusione della lingua latina?
Nelle polemiche sulla ‘utilità’ del latino, coloro che si oppongono affermano che si tratta di una lingua morta e di uno spreco di tempo. Certo, il latino non è quella che i linguisti chiamerebbero una ‘lingua naturale’, ma dall’altro lato non sono neppure d’accordo con coloro che ne danno la definizione di una ‘lingua morta’. Il latino ha applicazioni concrete, seppure limitate, nella pratica della Chiesa Cattolica. Inoltre il suo studio è vantaggioso per l’apprendimento delle lingue naturali, e non mi riferisco solo a quelle romanze, e consente di aprire direttamente le porte alle ricchezze del nostro passato, senza bisogno di ricorrere alle traduzioni. Esso è un allenamento per la mente e, secondo alcuni, una vera e propria ginnastica per i ‘muscoli cerebrali’”.
La mia presenza qui è la migliore risposta, e sta a testimoniare che questa iniziativa ha una importanza particolare perché quello che forma l’Europa sono i nostri valori, la nostra lingua, la nostra cultura. L’Europa non è solo una espressione geografica, economica o commerciale ma una comunità culturale.

Quali sono le linee guida dell’Impegno culturale della Commissione Europea? 
Come responsabile della cultura e dell’educazione, il mio ruolo è quello di supportare le politiche culturali emanate in occasione del Trattato di Maastricht. Il nostro ruolo è quello di favorire la diffusione e l’unità culturale dell’Europa, sostenendo l’eredità culturale del passato. Questo significa supportare le diversità locali e regionali creando e preservando allo stesso tempo un patrimonio culturale comune  in Europa.
L’Unione Europea ha attualmente 23 lingue nazionali ufficiali, ma questo non è un ‘problema’, questa è l’Europa, e l’Europa non è gli Stati Uniti.
E’ necessario dunque riservare un ruolo forte alla formazione e alla cultura nel momento in cui si sviluppano il mercato e la competizione. Abbiamo progetti di cooperazione culturale denominati “Cultura 2007” e “Media” che aiutano le struttur nell’organizzazione della diffusione dell’arte, degli artisti, dei prodotti audiovisivi, delle traduzioni letterali, favorendo il dialogo interculturale. Il 2008, poi, sarà proclamato “Anno europeo del dialogo interculturale”. 

Quest’anno ricorre invece il 20° anniversario del programma Erasmus. Qual è la sua valutazione del progetto?erasmo_da_rotterdam.jpg
E’ il programma più diffuso in Europa ed il suo valore è importante perché permette di vivere immersi in un’altra cultura e l’educazione è sempre connessa alla cultura. Non si tratta solo di  aiutare la mobilità individuale degli studenti ma anche di incentivare la compatibilità tra le varie università. Basta pensare all’Erasmo “originale”, ossia quello di Rotterdam, che ha studiato ed insegnato in numerosi atenei, tra cui Parigi e Oxford, senza nessun problema. Vogliamo incrementare la collaborazione triplicando entro il 2013 l’offerta attuale. Ritengo che questa sia una buona notizia per i nostri studenti. Abbiamo anche dato inizio ad un programma che coinvolge studenti non europei.

Come considera il confronto in atto fra la cultura europea e le culture dei paesi emergenti (asiatica, islamica, ecc.)?
Il nostro sforzo deve essere teso verso una maggiore civiltà e non verso uno scontro di civiltà. I nostri valori, in effetti, sono valori universali. La dignità umana è per tutti ed ovunque. Per noi è dunque importante diffondere e proteggere questi valori non solo qui ma anche nel resto del mondo. Penso che, qualora si dovessero individuare delle linee di divisione tra i vari popoli, queste sarebbero fra i fanatici e quelli che rispettano gli altri. I fanatici possono essere di tipo religioso, etnico, politico ma noi dovremmo trovare l’unione fra tutti coloro che rispettano la dignità umana. Lo stesso Cristo è stato una delle prime e la più importante vittima del fanatismo.


Ascoltiamo con il cuore – Il Centro 2You di Ostia

gennaio 19, 2007

gruppo.jpgSono molti i giovani che oggi si trovano a vivere in una gabbia d’oro. La naturale voglia di vivere   si infrange contro la trascuratezza e la superficialità del contesto sociale, il bisogno istintivo d’amore si spegne all’interno di abitazioni lasciate vuote da genitori poco presenti e quasi mai solidali e il desiderio di scoprire il mondo viene soffocato dal rigido schema formativo scolastico
E’ una spirale fatale quella che avvolge gli adolescenti: il vuoto di valori genera indifferenza e l’isolamento spesso sconfina nella devianza dell’alcol, delle droghe, della malvivenza.

A Ostia da qualche mese si sperimenta un modo nuovo di aiutare i giovani ad affrontare i propri disagi.  Il Centro 2you nasce a gennaio avvalendosi dell’ospitalità della Scuola Media Renato Guttuso in un quartiere difficile, dove la è droga ad imporre le sue regole.

Sono sei le persone attualmente impegnate in un progetto che mira ad offrire agli studenti una opportunità per incontrarsi, comunicare, apprendere.
dsc_0016.JPGPaolo De Laura, promotore e responsabile dell’iniziativa, ha 49 anni, è presidente di ANGLAD, l’Associazione Nazionale Genitori Lotta alla Droga, ed un passato a San Patrignano. Spiega che “tutto è nato da una proposta di Andrea (Muccioli). Lo scopo è quello di riuscire ad intervenire preventivamente sulle possibili devianze giovanili facendo leva su una coscienza proporzionata alla conoscenza del territorio. I ragazzi che vivono nel quartiere – continua De Laura – palesano il loro mal di vivere attraverso l’uso di stupefacenti”. 

Paolo ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza della tossicodipendenza e lotta ogni giorno con passione perché i più giovani  non cadano nello stesso errore: “Con loro il nostro intervento non è ristretto dai margini che il trattamento della tossicodipendenza esige. Possiamo fornire una nuova opportunità di formazione, che si pone fra l’ambito familiare e l’istituzione scolastica, colmando le reciproche carenze.”

Paolo nella sua attività quotidiana non può fare a meno della preziosa consulenza di dsc_0026.JPGGiovanni Di Giovanni, specializzato in psichiatria e criminologia clinica e direttore del SERT (Servizio Tossicodipendenze) di Palestrina. A 57 anni Di Giovanni mostra intatto tutto il suo entusiasmo nell’apprendere e sperimentare nuove tecniche attraverso inedite esperienze. “Mentre un piccolo centro come quello di Palestrina – racconta Di Giovanni –  risente di un contesto tipicamente provinciale dove gli abitanti si frequentano assiduamente ed esiste quindi un controllo sociale di tipo informale, Ostia è Roma e quindi cambia completamente il quadro sociologico. Qui si è meno riconosciuti.”  E alcuni dei ragazzi che abitano nei pressi della famigerata piazza Gasparri mostrano nei loro atteggiamenti cosa significa vivere in una zona diventata emblema di degrado.

“Molti di loro – spiega lo psichiatra – non riescono a captare elementi positivi ma attuano istintivamente tutto ciò che può essere seduttivo, trasgressivo. Non riescono a cogliere i significati, non sono in grado di elaborare valori, non hanno modelli di riferimento. Questo atteggiamento li porta a vivere ai margini della vita sociale. In questi casi – afferma Di Giovanni – la relazione, la comunicazione sono da inventare completamente e noi cerchiamo di farlo attraverso dei laboratori sperimentali personalizzati in base alle capacità e alle potenzialità dei singoli.”

La passione per questi ragazzi e la voglia di trovare un canale per comunicare con loro è un po’ il filo che lega insieme le storie di Giulia, Daniela e Eliana e Ilaria, che operano quotidianamente nel centro 2you.

Ilaria Ceccuzzi è cresciuta in questo quartiere di Ostia e conosce bene le condizioni di vita degli adolescenti. Ora ha 31 anni e cerca di rendere utile la propria esperienza: “In questo momento il mio impegno al centro è rivolto al sostegno e recupero scolastico, esperienza che mi sta dando molti spunti di riflessione sul degrado culturale ma anche personale di molti dei ragazzi da noi seguiti.”

Ilaria è attratta e incuriosita dal proprio lavoro: “è molto stimolante e ricco di pathos e va via via infittendosi di relazioni interpersonali che superano il nozionismo di una lezione di recupero scolastico.”

dsc_0015.JPGUn filo invisibile sembra invece avere condotto qui Eliana Patriarca: “Le mie esperienze lavorative precedenti si sono limitate al sostentamento degli studi. Poi ho avuto l’opportunità di svolgere la mia tesi di laurea in psicologia a San Patrignano. Dopo qualche tempo sono stata ricontattata e mi hanno proposto questo lavoro.”  Eliana non ha avuto dubbi: “Ho accettato subito con molto entusiasmo poiché, oltre ad essere  un’esperienza sul campo interessante e formativa, posso realizzare il mio sogno di occuparmi degli adolescenti. È un lavoro estremamente  impegnativo – spiega Eliana – ci confrontiamo con una realtà dura, si tratta di ragazzi con problematiche che riflettono il contesto i cui sono inseriti. La maggior parte di essi presenta serie difficoltà di apprendimento ed infatti la percentuale dei bocciati è sensibilmente alta, alcuni ripetono la stessa classe più di una volta!!”dsc_0038.JPG

Quella di Eliana, 28 anni, è una sfida continua dove il più piccolo miglioramento è vissuto come una grande conquista: “ Il bello di questo lavoro è che, oltre a fornire ai ragazzi un supporto scolastico, cercando di colmare le loro lacune, è soprattutto finalizzato  a proporre loro dei modelli di vita diversi, a far nascere interessi, a far emergere le loro qualità fornendo un’alternativa alla vita di strada.”

Giulia Finotto è la responsabile amministrativa e confessa di non essere è riuscita a non dsc_0030.JPGfarsi coinvolgere dall’empatia per questi piccoli adulti. Nonostante abbia appena 25 anni ha già ben chiaro il suo percorso di vita.. Giulia racconta dell’incontro con Paolo De Laura, che le parla del progetto del centro di accoglienza. Di lì a poco lascia senza esitazioni un lavoro stabile ed uno stipendio fisso  per affiancare Paolo ed inizia a specializzare le proprie competenze nei servizi sociali. “Avevo voglia di mettermi in discussione – afferma Giulia – di sperimentarmi con persone giovani e di mostrare loro altre vie”.

L’impatto con questa nuova realtà non è stato facile: “C’è una percentuale di analfabetismo impressionante, ricordo che un giorno ho chiesto ad uno di loro cosa voleva fare da grande, sai cosa ha risposto? Lo spacciatore”.  A Giulia si illuminano gli occhi quando parla dei “suoi” ragazzi: “Molti di loro sono trascurati dai genitori che lavorano tutto il giorno e rischiano di seguire dei comportamenti devianti. Con il mio impegno vorrei invece poter fornire a loro un punto di riferimento, vorrei offrire loro qualcosa di meglio perché lo meritano”

dsc_0018.JPGLa scelta di Daniela Petrini è stata allo stesso modo imprevedibile. Daniela fino a qualche tempo fa curava un atelier di moda a Roma, il suo studio si affacciava su piazza di Spagna e le sue collezioni sfilavano con quelle dei sarti più affermati. Dopo due anni non ce la fatta più, sentiva il bisogno di riprendere gli studi universitari e trovare la propria strada. Consegue la laurea in servizi sociali ed incontrando Giulia viene a conoscenza del progetto 2you. Dallo scorso giugno Daniela fa parte stabilmente del gruppo e mette tutti i giorni anima e corpo per cercare di aiutare a formare i ragazzi che si rinvolgono al centro in cerca di un sostegno. “Il mio obiettivo è tirar fuori le risorse, assisterli nel recupero delle proprie potenzialità”.

E nel suo volto traspare tutta la soddisfazione per la scelta fatta di varcare il mondo dell’apparenza per vivere nel mondo dell’essere.
Rimpianti? “Uno solo: ora mi vesto sempre in tuta per motivi di praticità mentre qualche volta mi piacerebbe vestire come una volta”, scherza Daniela, ma si vede che la sua passione ora è rivolta altrove. 

www.sanpatrignano.org


Il testamento biologico e l’umano nascosto – Intervista a Giovanni Battista Guizzetti

dicembre 26, 2006

Mentre nel passato per ‘qualità della vita’ si intendeva lo sforzo per garantire pari opportunità anche a coloro che subivano una evidente emarginazione a causa di una malattia, di una debolezza economica, di una disabilità, oggi il significato che viene dato è fortemente sbilanciato nella considerazione della capacità di una persona di poter produrre, consumare e godere del pieno benessere fisico.

Si stabiliscono dunque via via degli standard di qualità da cui si fa dipendere la qualifica di ‘persona’.

In Medline, la banca dati mondiale degli articoli scientifici, il numero dei lavori che contengono il termine “qualità della vita” è passato da 12 nel 1970 a oltre 10.000 nel 2001.

A fronte di tali nuove interpretazioni etiche, il pericolo che si corre è nel ritenere disponibile ogni vita umana che non corrisponda a determinati standard, per cui se un individuo perde la sua capacità di consumo perde anche il diritto ad esistere.

testart.jpgIl biologo Jacques Testart, diventato famoso grazie ad Amadine, la prima bambina francese concepita in provetta, oggi, a quasi settanta anni, scrive libri contro quello che definisce “eugenismo democratico”, che si è ripulito da untuosità razziste ed ora invoca il diritto di avere figli sani, di vivere bene e avere una morte ‘dignitosa’.

Questa nuova eugenetica politicamente corretta usa come arma la paura che l’uomo ha del dolore e della malattia.

Come scrive Marina Corradi sull’Avvenire del 26 settembre, riferendosi al caso Welby, “La logica del caso umano, della faccia di un uomo sofferente portata come argomento decisivo e ispiratore di una legge, è potente. L’immagine di quei testimoni è welby4_inf-200×200.jpgeloquentissima e porta anche gli avversari ad abbassare la voce, perché quel dolore, che è autentico, facilmente zittisce ogni obiezione. La faccia di un uomo che paralizzato nel suo letto chiede di morire ha un impatto potente, più di mille ragionamenti.”

Giovanni Battista Guizzetti è un medico che da 25 anni assiste coloro che sono sospesi in una condizione di confine: i malati terminali, quelli non guaribili e, quelli in stato vegetativo.

Guizzetti ha appena pubblicato un libro “Terri Schiavo e l’umano nascosto, la medicina tecnologica e lo stato vegetativo” con cui, attraverso la testimonianza dell’impegno nel Centro Don Orione di Bergamo, disegna la situazione di quelle persone che dovrebbero far ricorso al testamento biologico.  A lui poniamo alcune domande.

Nella lettera indirizzata al Presidente Napolitano, Piergiorgio Welby espresse il desiderio che ai cittadini italiani fosse data la stessa opportunità concessa a quelli svizzeri, belgi, olandesi. Decidere delle propria morte è dunque una opportunità?

Quando sento parlare di diritto alla morte, di diritto a decidere di porre fine alla propria e all’altrui vita, proprio non capisco, sono preso da un grande sconcerto. Perché avere a disposizione uno specialista che ti ammazza dovrebbe essere un’opportunità o un diritto? Vede io faccio il medico da 25 anni. Per una mia personale tensione ho sempre cercato di occuparmi delle condizioni di confine: dei malati terminali, di quelli non guaribili e, da ultimo, delle persone in stato vegetativo.  Le posso assicurare che mai, ripeto mai, mi è stata fatta una richiesta di eutanasia.

Le dico questo perché penso che sia in atto una campagna mediatica che fa apparire le problematiche sollevate, quelle dell’eutanasia e delle direttive anticipate, come una urgenza che nasce dall’opinione pubblica. 

Io  sono assolutamente certo che è vero il contrario: una ristretta elite di intellettuali ha deciso di ingaggiare questa battaglia  e per sostenerla la fanno apparire una sorta di richiesta popolare.  Il timore vero della gente, e guardi che io ne incontro molte di persone durante la mia giornata, è quello di vivere l’abbandono terapeutico, di essere lasciati soli con un dolore non controllato, di non trovare più chi accolga la loro domanda di cura perché ormai si trovino al di là di quanto i protocolli prescrivono.  Non sto dicendo che non esista il problema, ma non dobbiamo cadere nella trappola tesa da alcuni ‘opinion leader’ e da alcuni circoli culturali che lo vogliono trasformare in una vera e propria emergenza nazionale. 

In realtà sono convinto che l’unica fretta che costoro  hanno è che si affermi definitivamente  una cultura che fa dell’utilitarismo e dell’individualismo i suoi fondamenti, avendo come scopo la liquidazione definitiva di  una secolare storia di umanesimo cristiano che ha fatto della compassione e della condivisione i suoi caratteri qualificanti.  Mi vengono in questo momento in mente le grandi figure del secolo scorso: il beato Cottolengo, don Gnocchi,  S. Luigi Orione e madre Teresa di Calcutta che si sono letteralmente fatti carico del bisogno incontrato.

Che rapporto corre fra testamento biologico e eutanasia?

Penso che mai nel nostro Paese potrà affermarsi una legislazione sull’eutanasia come quella esistente in Olanda, dove per vivere occorre una sorta di certificazione di qualità, o come quella  del suicidio assistito esistente in Svizzera.   Allora le direttive anticipate o testamento biologico rischiano di diventare l’escamotage e il battistrada per introdurre anche da noi l’eutanasia.

Anche in questo caso una campagna di stampa abilmente orchestrata ha fatto diventare la questione una vera e propria urgenza. Si  è creato un nuovo bisogno primario: la difesa del cittadino dall’onnipotenza di una classe medica che, perso ogni senso della  misura, si vuole continuare ad accanire con terapie disumane su dei morenti. Ma è davvero così?

terri-schiavo.jpgNessuno, nessun medico e neanche la stessa Chiesa cattolica, oggi più riconosce le liceità dell’accanimento terapeutico, delle terapia sproporzionate. Il problema è che con le direttive anticipate anche la semplice idratazione può diventare una sorta di accanimento. Si induce una paura collettiva per ottenere alla fine ciò che non sono riusciti ad ottenere in altro modo. Si tenga conto tra l’altro del fatto che la dove le direttive anticipate esistono sono scarsamente utilizzate.

Esiste una eutanasia attiva ed una passiva?

Esiste una differenza nella prassi, non nell’intenzione. L’eutanasia attiva è un atto deliberato, attivo, che attraverso la somministrazione di una sostanza letale porta alla morte il paziente.

L’eutanasia passiva  è la colpevole omissione non di un atto straordinario, ma ordinario (esempio la mancata somministrazione di acqua) che porta alla morte l’individuo. La sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione che causò la morte di Terri Schiavo è un esempio di eutanasia passiva. Vale la pena precisare e riaffermare che la sospensione della cura non sempre si configura come un atto eutanasico. Infatti quando le cure che sto erogando sono sproporzionate per la difficoltà del loro impiego e per la sofferenza provocata in chi le subisce o per lo scopo che vogliono ottenere, ad esempio le tecniche rianimatorie in un paziente neoplastico in fase terminale, la loro sospensione è da ritenersi assolutamente legittima, il loro proseguimento configura infatti quello che viene definito accanimento terapeutico.
Sempre Welby affermava che “per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Lei che da anni assiste i pazienti in stato vegetativo pensa che siano vittime di un accanimento terapeutico?

Una cara amica, un  medico che lavora nell’ U.O. di Terapia Intensiva di un grande ospedale del nord Italia un giorno mi ha chiesto: ‘Ma se tu fossi al mio posto, di fronte ad un malato che sai per certo che se lo salverai piomberà in uno stato vegetativo, cosa faresti? Proseguiresti i trattamenti rianimatori?’ È veramente difficile la definizione del limite terapeutico. Certo che ci sono condizioni in cui chiaramente questo limite viene superato che so quando si defibrilla una persona per dieci, venti volte, ma quando ci giunge in pronto soccorso un adolescente vittima di un grave trauma cranico, come fai a tavolino a definire questo limite? come fai  a decidere se vale o non vale la pena impegnarci per salvare la sua vita, come si fa a essere certi della sua guarigione completa o della sua guarigione con esiti più o meno gravi?

L’errore prognostico è sempre lì pronto a tenderci le sue trappole. L’errore amplificato dalla stanchezza o da  una involontaria distrazione, da un’analisi che non ha considerato tutti i fattori in gioco, da una nostra impostazione culturale o da un nostro personale giudizio sulla vita. Ho ben presente il caso di quell’ amico giunto al pronto soccorso per un infarto a cui, molto incautamente,  un medico aveva pronosticato un futuro da ‘alberino di Natale’ e che oggi invece ha ripreso a lavorare, guida la macchina e conduce una felice vita familiare.

‘Casi anedottici’ si dice come per sterilizzare la categoria della possibilità, del miracolo. Ma se quel ‘caso anedottico’ fosse stato tuo figlio o tua figlia, tua moglie o tuo marito, tuo padre o tua madre cosa avresti fatto, cosa avresti detto?
Se un medico non riesce a guarire il paziente, non riuscendo a riportarlo nella condizione precedente la malattia, ha fallito?

A un paziente che giunge in un reparto di terapia intensiva si possono aprire tre scenari :  la sopravvivenza con un completo  o comunque accettabile recupero della funzionalità, l’indebito prolungamento del processo del morire, bloccato nel suo compiersi dalle tecniche rianimatorie (accanimento terapeutico) o, infine,  l’evoluzione verso una condizione di disabilità  più o meno severa che nel suo livello più grave configura lo stato vegetativo. Basta   avere come scopo il solo mantenimento in vita per iniziare e mantenere un trattamento rianimatorio od occorre un previo giudizio di qualità sull’esito del nostro intervento? Il nostro agire trarrebbe legittimità solo da un successo globale? Un esito rappresentato da una più o meno grave compromissione dello stato di coscienza sarebbe comunque da considerarsi un fallimento da evitare in qualunque modo,  anche con la morte del soggetto? Non penso che il successo di un intervento medico sia definito dal recupero totale.

Se la guarigione completa fosse lo scopo del nostro agire e il criterio per stabilirne la bontà gran parte dei nostri interventi non avrebbe senso. Conosco molte persone che sono rimaste in vita, anche con deficit funzionali gravi, che sono felici di esser ancora vivi, che hanno saputo ricostruire un esistenza assolutamente dignitosa a partire da quel poco o tanto che è rimasto funzionalmente integro.

I suoi pazienti le hanno mai chiesto di morire?

Non voglio più chiamare coloro che assito pazienti, non li considero dei malati, ma piuttosto dei disabili, dei gravissimi disabili.  Nel libro che  ho scritto dedico un capitolo intero a questo aspetto perché apre delle prospettive completamente differente nel percorso di presa in carico dello stato vegetativo. Ovviamente le persone di cui mi prendo attualmente cura non comunicando non mi hanno mai potuto chiedermi di lasciarli morire.

Ma in questi dieci anni nessuno dei loro parenti mi ha mai fatto una tale richiesta perché  se hai la possibilità di sperimentare una condivisione, un sostegno anche se vivi una condizione di grave fatica come è  lo stato vegetativo, questa condizione diventa meno pesante da portare e lo sguardo che porti su chi ancora ami è diverso , non so come dire, ma sai accettarlo ed amarlo anche in quello stato.

Come considera quello che una certa corrente di pensiero sostiene, ossia che una vita senza qualità non è più vita?

Tutti oggi più o meno siamo vittime di una concezione utilitaristica della vita per cui questa vale in relazione  alla capacità di godimento che ti dà. Se sei un disabile, sei malato, se la tua condizione non ti consente di godere appieno di quanto la società ti offre in termini di piacere automaticamente la tua vita vale di meno, fino a non valete più nulla se di tutte queste cose non sei capace di godere. Ma è veramente questo il senso del nostro vivere? Se fosse così tre quarti dell’umanità non sarebbe degno di vita o, come si dice oggi, non sarebbero delle persone.

Il portavoce Care presso il Comitato ristretto sull’etica medica della Camera dei Lord diritti-uomo.jpg(1994) ha detto: “i disabili sono generalmente più soddisfatti della loro vita di quanto individui fisicamente abili si aspetterebbero di essere se soffrissero della stessa menomazione. La persona sana non opera le medesime scelte della persona malata”.  Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo l’individuo è riconosciuto oggetto di diritti per come è, senza alcun riferimento a qualsiasi elemento che attenga alla qualità della sua vita, è titolare di diritti per il fatto stesso di esistere.  

Nello stesso ordinamento giuridico quindi  non si da alcun rilievo alle qualità contingentemente presenti in quel soggetto per riconoscerne la sacralità e l’inviolabilità.   L’introduzione del concetto di ‘vita degna di esser vissuta’   muta radicalmente il modo di concepire le relazioni.     Alla base della relazione che io instauro con te, chiunque tu sia, qualunque sia la condizione nella quale ti trovi, non c’è più una gratuità, che è una capacità di accoglienza della tua persona e di condivisione del bisogno di cui puoi essere portatore, ma un preventivo giudizio sulla tua capacità di mostrare  caratteristiche particolari che possano andarmi bene. 
Oggi si preferisce coniare nuovi termini, per esempio “persona” prende il posto di “essere umano” e “prodotto del concepimento” sostituisce “embrione”.  A cosa è dovuta questa operazione di lifting sostantivale?

Se non partiamo dall’idea che ogni individuo è persona semplicemente perché appartiene alla specie umana, se pensiamo che persona sia un titolo di merito che si acquista ad un certo punto della vita o che si perde in certe condizioni perché non abbiamo più una qualità, una caratteristica o da una funzione, apriamo inevitabilmente la strada ad una nuova tragica antropologia che ha come esito finale la disponibilità di ogni vita umana che non corrisponda a determinati standard.

Questo è anche tragicamente testimoniato dalla storia del secolo scorso quando il criterio della razza o dell’appartenenza ad un apparato o  anche semplicemente il portare gli occhiali, sapere di storia o di filosofia, o possedere un Bibbia erano motivi sufficienti per la tua eliminazione. 

È in atto soprattutto nelle nostre società il tentativo  di imporre questa nuova antropologia, che non è più funzionale alla ricerca di un significato che sia risposta agli interrogativi che ci costituiscono, ma funzionale ad un potere. Fondamentalmente ad un potere economico che usa dell’uomo.  Per cui tu vali nella misura in cui puoi produrre e sai consumare. Ecco se tu non produci e non consumi ti sei giocato il diritto ad esistere, non sei appunto una persona. È triste, ma è così.  Tutto ciò è cominciato  quando l’uomo ha deciso di far fuori la ricerca del significato totale di sé.


Finis vitae. Is Brain Death still Life? La morte celebrale è la fine dell’individuo?

dicembre 20, 2006

Il caso della morte cerebrale costituisce un tipico esempio di quella confusione del piano scientifico con quello etico e con quello filosofico in cui spesso rimane imbrigliata la discussione, anche di parte cattolica,  sui temi della bioetica. finis_vitae.jpg

Il libro “Finis vitae. Is Brain Death still Life?”, raccoglie gli interventi di autorevoli medici, giuristi e filosofi, europei e americani sul tema della morte, riguardo al quale è mancato, nell’opinione pubblica e tra gli studiosi, un dibattito scientifico e culturale analogo a quello che negli ultimi anni si sviluppato sulle origini della vita.

Alla presentazione del volume, avvenuta presso la sede del CNR, Roberto de Mattei, vicepresidente dell’ente di ricerca e curatore dell’edizione, ha sostenuto che “La morte non è solo ‘la’, ma anche il ‘fine’ della vita umana. E il progresso scientifico e tecnologico applicato alla medicina ha introdotto nuovi motivi di riflessione: accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia e suicidio assistito, richiesta di sospensione delle terapie, cure palliative e soprattutto prelievo di organi a fini di trapianto”.

Fino agli anni sessanta, la tradizione giuridica e medica occidentale ha ritenuto che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: la respirazione, la circolazione, l’attività del sistema nervoso. Al medico spettava accertare la morte avvenuta, non definirne l’esatto momento.
Nell’agosto del 1968, un Comitato istituito dalla Harvard Medical School propose un nuovo criterio di accertamento della morte consistente in un riscontro strettamente neurologico: la definitiva cessazione delle funzioni del cervello, definita “coma irreversibile”.

Solo qualche mese prima il chirurgo sudafricano Christiaan Barnard aveva effettuato il primo trapianto di cuore e tale circostanza alimentò il sospetto che i criteri di ridefinizione della morte del Comitato di Harvard rispondessero ad esigenze prettamente utilitaristiche quali quella del reperimento di organi per i trapianti.

“I criteri di Harvard sono stati pubblicati senza nessun dato clinico-statistico relativo ai pazienti rivela Paul A . Byrne – In realtà la morte cerebrale non è la vera morte.”
Byrne critica anche l’uso del termine ‘irreversibile’: “che non è un concetto empirico e non può essere empiricamente determinato. Per mero interesse – continua il neonatologo americano – si è sviluppato un nuovo criterio per dichiarare morte le persone. Per ottenere un cuore sano da destinare al trapianto non ci sono altri modi che prelevarlo da un paziente vivo. E rimuovere un organo vitale sano da un soggetto dichiarato a termini di legge cerebralmente morto, ma non biologicamente tale, sotto il profilo etico è inaccettabile. Donne in gravidanza morte cerebralmente, opportunamente assistite, sono sopravvissute fino a partorire un bambino normale. Io personalmente nel 1975 ho curato un neonato, in ventilazione artificiale da sei settimane, il cui elettroencefalogramma era compatibile con la morte cerebrale. Mi fu suggerito di scollegarlo dal respiratore ma decisi di non farlo. Ora fa il pompiere.”

Quasi tutti i paesi sviluppati, nonostante un ridotto consenso degli studiosi, adottarono prontamente la definizione di morte suggerita dal Comitato di Harvard.
In Italia la legge del 29 dicembre 1993, n. 578, recita all’art. 1 “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello” demattei.jpg
Rosangela Barcaro, bioeticista del CNR, racconta come lo stesso metodo di accertamento non è lo stesso in tutti i paesi:“in Gran Bretagna i medici fanno riferimento alla funzionalità del solo tronco encefalico e non impiegano accertamenti strumentali a conferma della valutazione clinica. Al contrario in Italia ci si riferisce alla funzionalità dell’intero encefalo e per legge è obbligatorio l’esamo ellettroencefalografico”.

Il neurologo pediatrico Alan Shewman ha dimostrato come le lesioni cerebrali non causano la perdita della capacità, ma soltanto delle funzioni esercitate dal tronco encefalitico.
Josef Seifert, rettore dell’accademia internazionale di filosofia del Liechtenstein, ha osservato come definire morto un essere umano in coma irreversibile non è di per se una tesi medica, ma una tesi filosofica.

“Da un punto di vista medico – sostiene Seifert – non si può dire che poiché il cervello non funziona, permanendo invece tutte le altre funzioni vitali, una persona umana dotata di corpo non è più viva. Ogni medico che ne parla lo fa come medico che fa della filosofia e non come dottore.
Anche Peter Singer, la cui antropologia filosofica è certamente antitetica a quella di Seifert ha sostenuto l’inconsistenza scientifica del concetto di morte cerebrale.
Secondo il filosofo australiano la scelta di utilizzare criteri neurologici per accertare il decesso non si fonda su una base scientifica, ma su una scelta etica: pur essendo organismi umani viventi, i pazienti in condizione di morte cerebrale sono trattati come se fossero morti e possono diventare donatori di organi se in vita avevano manifestato il consenso alla donazione. Singer ritiene che un malato può essere soppresso se ciò è utile alla società e uccidere un bambino neonato non equivale moralmente a uccidere un essere razionale e autocosciente. Ma per soddisfare queste utilità non c’è bisogno, a suo avviso, di costruire una fittizia definizione di morte cerebrale: è preferibile assumersi la responsabilità di una decisione “etica”, sia pure contraria alla tradizione religiosa dell’Occidente, che applica il principio di precauzione morale anche all’uomo di cui non è definitamente accertata la morte. I casi puramente naturali, non miracolosi, di ritorno alla vita di persone che presentavano tutte le caratteristiche della vera morte (assenza di pulsazioni e di respirazione, mancanza assoluta di sensibilità, ecc) dimostrano che, fra il momento della morte apparente e l’istante in cui essa avviene realmente, esiste sempre un periodo di tempo, più o meno lungo, di vita latente. Essi dimostrano che l’uomo può tornare alla vita dopo essere rimasto intere ore in uno stato di morte apparente, in cui risultano assenti manifestazioni vitali come la coscienza, le onde cerebrali, i movimenti muscolari, la respirazione, la pulsazione cardiaca. Il teologo domenicano spagnolo Antonio Royo Marin nella sua “Teologia de la salvacìon” scrive che “E’ molto meglio trattare un morto come se fosse ancora vivo, piuttosto che trattare un vivo come se fosse già morto”.

La cessazione della funzione cerebrale può essere, ma non necessariamente, uno stadio nel processo del morire. Ma la linea che separa la vita e la morte è complessa e indefinita. Quale sia il momento della morte, un punto comunque è certo: la vita della persona umana non è legata alla esplicitazione delle sue facoltà.
L’equivalenza fra morte cerebrale e morte dell’uomo appare dunque come frutto di dottrine filosofiche diverse che non considerano l’essere persona come una caratteristica ontologica propria di ciascun individuo umano, indipendentemente dal venir meno delle attività cerebrali.
“In dubio pro vita – reputa De Mattei – nel dubbio bisogna presumere di trovarsi di fronte a un individuo vivo e astenersi dal compiere un omicidio. E’ questo l’insegnamento della Chiesa, che anche il non credente ha sempre condiviso, nel corso dei secoli, come il più idoneo a tutelare e garantire i diritti della persona umana.” 


I due volti dell’ambientalismo – intervista a Antonio Gaspari

dicembre 10, 2006

A due anni dalla presentazione del primo capitolo, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicano “Le bugie degli ambientalisti 2” in cui riaffermano il proprio dissenso rispetto a gran parte degli assiomi formulati dal mondo ambientalista.penguins_meet_global_warming_by_brenlez.jpg

Un libro fuori dal coro, che si inserisce nella controversia in atto fra quelli che potremmo chiamare “catastrofisti”  ed “eco-ambientalisti” che sta travalicando gli argini della difesa dell’ambiente per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due diversi sistemi di pensiero. La concezione biocentrica ed ecocentrica viene così ad infrangersi contro lo scoglio dell’etica antropologica travolgendo tutti i temi di pubblico interesse.

Ne parliamo con Antonio Gaspari, direttore del Dipartimento Uomo e Ambiente del CESPAS e del Master in Scienze Ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è tra i fondatori dell’agenzia quindicinale di informazione ambientale “Greenwatch News” e cura l’edizione in italiano dell’agenzia quotidiana “Zenit”.  

1) Ultimamente al  concetto di sviluppo sostenibile è stato affiancato quello di impronta ecologica. Cosa esprimono questi termini?
Sviluppo sostenibile e impronta ecologica sono delle terminologie che vengono utilizzate per porre severi limiti allo sviluppo dei Paesi emergenti.
“Sviluppo sostenibile” è una traduzione impropria del termine inglese “sustainable development” che intende condizionare i processi di sviluppo secondo variabili quali la crescita demografica, il prodotto interno lordo, la disponibilità di materie prime.
Il pregiudizio nasce dall’idea che lo sviluppo è esclusivamente inquinante e per questo va fortemente condizionato. Questa idea è conseguente alla concezione neomalthusiana di uomo come mero consumatore, secondo cui la crescita demografica ed economica delle nazioni è il peggiore dei mali .
Si tratta di una deformazione ideologica del concetto di sviluppo, imposta dagli inizi degli anni ottanta. Nei decenni precedenti le stesse Nazioni Unite parlavano di “développement durable” cioè sviluppo durevole, indicando nel superamento del sottosviluppo la via per vincere la fame, la povertà e garantire il risanamento ambientale.film-warming.jpg
La concezione di sviluppo durevole contrapposta a quella di sviluppo sostenibile è stata fortemente indicata nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite di Johannesburg svoltasi nel 2002. La totalità dei paesi in via di sviluppo e gran parte di quelli avanzati hanno indicato nel progresso tecnologico, scientifico, economico e morale la via per innalzare il livello di vita  dell’umanità  nel pieno rispetto e sviluppo della natura.
L’impronta ecologia è una barzelletta, inventata con l’intenzione di spaventare le persone al fine di limitare lo sviluppo. Secondo i parametri indicati dai sostenitori dell’impronta ecologica, ogni persona per non inquinare il pianeta dovrebbe abitare in una casa al massimo di 30 metri quadri, senza acqua corrente né elettricità, dovrebbe diventare vegetariana e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra, dovrebbero muoversi solo a piedi o al massimo in bicicletta
.

2) E’ vero che la natura inquina più dell’uomo?
Ma certo!. Basta pensare ai vulcani in attività che secondo gli ultimi dai sarebbero 1500 in tutto il pianeta. In una sola eruzione il Monte Merapi in Indonesia ha distrutto una città e emesso una colonna di fumo alta più di tremila metri. In Ecuador il Tungurahua ha lanciato tonnellate di cenere fino a 12.000 metri. Altro che emissioni delle auto o Pm10. Ci si preoccupa delle allergie, dimenticandosi che per più della metà dipendono dai pollini delle piante. Pensiamo ai rifiuti organici. Ogni animale dal più piccolo insetto fino all’elefante ed alla balena. mangia in proporzione al peso molto di più degli uomini e anche in rifiuti non scherza. All’inizio del 900 a New York c’erano 1 milione e 200 mila cavalli, considerando che ogni giorno un cavallo produce almeno nove chili tra escrementi e urina, si capisce bene perché i rifiuti erano maggiori di quelli odierni. Si ha paura delle radiazioni, dimenticandosi che noi viviamo di “radiazioni” grazie ad una piccola stella, il sole, che è una esplosione termonucleare continua. Il suo raggio all’equatore è pari a più di 100 volte quello della Terra e la sua massa è 743 volte quella totale di tutti i pianeti che gli girano attorno. Tutto questo mostra che la concezione di “inquinamento” normalmente utilizzata è inadeguata e ideologicamente finalizzata solo a criminalizzare le attività e il lavoro umano.

3) Nel libro è descritta una iniziativa europea denominata “Diplomazia Verde”. Può spiegarci in cosa consiste e qual è il suo scopo?
Le istituzioni internazionali così come molti governi nazionali sono pesantemente condizionati da una “lobby verde” la cui ideologia è pesantemente contraria alla crescita demografica ed allo  sviluppo scientifico ed economico. In questo momento l’Unione europea, così come nel passato l’amministrazione Clinton, utilizza la diplomazia verde per imporre misure commerciali “protezioniste” e impedire ai paesi emergenti di arrivare con le proprie merci sui mercati più ricchi.
Tale diplomazia verde sta penalizzando pesantemente anche l’Italia, basta dire che il ministro degli esteri Massimo D’Alema dice si al “nucleare civile” del dittatore iraniano Mahmud Ahmadinejad, ed è però contrario alla costruzione di impianti nucleari in Italia.

4) Alcuni paesi emergenti sostengono che talvolta le argomentazioni ecologiste vengono utilizzate strumentalmente per limitare il loro sviluppo. Quanto c’è di vero in questa tesi?
I Paesi emergenti parlano apertamente di “ecoimperialismo”, cioè l’utilizzazione dell’ideologia verde per limitare il loro sviluppo, mantenere posizioni di privilegio nel mercato e imporre forme di ingiustizia economica e produttiva.
Tanti i casi eclatanti, tra cui il divieto di utilizzare il DDT per combattere la malaria che ogni anno infetta  trecento milioni di persone e ne uccide un milione e centrmila, e la richiesta sempre più vasta di contadini che intendono utilizzare sementi OGM.
La denuncia dell’ecoimperialismo è sostenuta tra gli altri da movimenti per i diritti civili americani e da ricercatori e contadini africani.

5) Perché in Italia i rifiuti sono un problema mentre in Europa costituiscono una risorsa?
Perché a forza di diffondere paure irrazionali le comunità locali sono spaventate e confuse. La cattiva informazione e l’opposizione preconcetta contro i termovalorizzatori sta favorendo solo i gruppi che non vogliono risolvere il problema e pensano di fare grandi affari speculando sulle discariche esistenti.
Di questo passo, noi italiani pagheremo la raccolta rifiuti sempre di più, senza mai averne un benché minimo beneficio.
I tedeschi ridono di noi perché siamo l’unico paese che paga il biglietto del treno ai rifiuti, che poi vanno a produrre energia per la Germania.
Tutti in Europa utilizzano e costruiscono termovalorizzatori. In Austria il termovalorizzatore di Spittelau fornisce acqua calda a 200.000 famiglie ed è inserito nei tour turistici della città.
Mentre nella nostra bella Italia, continuiamo a raccogliere rifiuti e portarli in discarica.libri.jpg

6) Mentre la Chiesa individua l’uomo come custode responsabile del creato un certo ambientalismo lo considera come un ospite indesiderato. Al concetto di capitale umano viene contrapposta la visione dell’uomo come cancro del pianeta. Cosa determina una differenziazione ideologica e ontologica così marcata?
La concezione biocentrica o ecocentrica delle maggiori associazioni ambientaliste è simile alle concezioni pagane precristiane. Per placare le ire di Gaia chiedono sacrifici, limitando le nascite e impedendo lo sviluppo.  Dal punto di vista etico poi è drammatico constatare che la “nuova etica animalista” che filosofi come Peter Singer propongono prende origine e propaganda tesi eugenetiche.

7) Cosa serve per sconfiggere il catastrofismo di certe major ambientaliste?
Smettere di credere alle loro bugie e provare a vedere che esiste un mondo reale fatto di persone che lavorano, ricercano e propongono soluzioni anche per i problemi ambientali.
Dopo tanti anni di ricerche posso assicuravi che la realtà è molto più avvincente e affascinante degli scenari catastrofici disegnati dai profeti di sventura.


Catastrofisti vs Eco-ottimisti

novembre 29, 2006

Attualmente la comunicazione ambientale si divide in due grandi filoni che possiamo denominare ‘catastrofista’ ed ‘eco-ottimista’.Il primo individua nell’uomo l’ospite indesiderato del pianeta terra. Secondo tale teoria l’inquinamento di origine antropica e lo sviluppo demografico stanno provocando una rottura dell’equilibrio climatico e una scarsità delle risorse energetiche e alimentari. In cronachecatastrofe.jpgquesto filone si inserisce “Cronache da una catastrofe” il cui sottotitolo recita: “Viaggio in un pianeta in pericolo: dal cambiamento climatico alla mutazione della specie”.  L’autrice, Elizabeth Kolbert, giornalista statunitense, partendo dall’assunto che “i modelli del clima terrestre elaborati al computer suggeriscono che ci stiamo avvicinando a una soglia critica”, racconta i segnali di pericolo che la natura sta inviando raccolti viaggiando personalmente in giro per il mondo.Annalisa Cicerchia nel suo “Leggeri sulla terra”, sottotitolato “L’impronta ecologica della vita quotidiana”, dimostra come il capitale naturale sia sottoposto ad un tasso di sfruttamento delle risorse e di generazione dei rifiuti ormai insostenibile. Se l’impronta ecologica corrisponde a quanta natura ci serve per soddisfare le nostre necessità, il cittadino terrestre medio ha una impronta di 2,8 ettari globali. “Purtroppo – scrive la Cicerchia – di ettari globali ne sono disponibili solo 2 a persona e anche le altre specie hanno bisogno di risorse”.19_leggeri.jpgIn questo scenario che fa del catastrofismo il gusto corrente un libro fuori dal coro è “Le bugie degli ambientalisti 2”. A due anni dalla pubblicazione del primo capitolo dell’inchiesta, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, si pongono l’obiettivo di smontare tutti “i falsi allarmismi dei movimenti ecologisti” diffusi in questi ultimi decenni.  I due autori, basandosi sul dato scientifico, mettono in dubbio la fondatezza delle teorie adottate da chi prefigura prossime catastrofi. Riguardo l’attendibilità dei modelli matematici per la previsione del clima viene opposta la considerazione che: “è difficile non essere scettici quando si nota che i maggiori propugnatori della tesi del riscaldamento globale sono gli stessi che non molto tempo fa agitavano lo spettro del raffreddamento globale”.tornaimmagine.jpgFra le altre verità poco conosciute che il libro intende svelare c’è quella riguardante il concetto di impronta ecologica, alla cui origine vi sarebbe il pregiudizio ideologico verso lo sviluppo economico ed il terrore da parte di alcuni guru ambientalisti no global che altri paesi, come la Cina, possano svilupparsi adottando il tanto vituperato modello occidentale. Gli altri temi affrontati, l’eco-imperialismo, il nucleare possibile, il problema dei rifiuti, la necessità di recuperare una antropologia cristiana, introducono ulteriori spunti di riflessione e discussione in questa infinita disputa fra i propugnatori del fare e quelli del non fare.

http://www.almanacco.rm.cnr.it/