Ettore Majorana – Genialità e mistero – intervista a Antonino Zichichi

gennaio 28, 2007

A cento anni dalla sua nascita nessuno ancora è riuscito a scalfire il mistero che avvolge il majorana.pngdestino di Ettore Majorana.

L’ultima testimonianza è quella di un passeggero del traghetto della Tirrenia che da Palermo doveva riportarlo a Napoli, dove era professore di Fisica all’Università. Ma a Napoli non risultò traccia del suo arrivo. Delle ultime ore restano tre lettere ed un telegramma.

Nella prima lettera, inviata  al suo collega, il Prof. Carrelli, scrive: Caro Carrelli, Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti…dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo. 

In un’altra lettera inviata ai familiari annota: Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all’uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi.

Il mistero è reso più nebuloso dalla decisione di Majorana  di inviare sempre al Prof. Carrelli un telegramma in cui lo invita a non tenere conto di quanto scritto nella lettera precedentemente inviata, a cui però fa seguito una ulteriore lettera: ..Spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna, viaggiando con questo stesso foglio. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli.letteramajorana.jpg

Ma di Majorana si perde ogni traccia. Lo stesso Mussolini propone una ricompensa di 30.000 lire in cambio di notizie utili al ritrovamento.

E’ il 1938 ed Enrico Fermi dice di lui: “Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fan del loro meglio ma non vanno molto lontano. C’è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galilei e Newton. Ebbene, Ettore Majorana era uno di questi.”

Scompare a soli 32 anni lasciando però alla scienza una eredità non ancora completamente sperimentata a causa della ritrosia a pubblicare quanto scoperto. Diversi suoi colleghi hanno raccontato che al culmine di conversazioni particolarmente interessanti Majorana era solito tirar fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette Macedonia, di cui era un accanito consumatore sul quale erano scritte, con una calligrafia microscopica, formule e tabella di risultati numerici.

Al termine della discussione e fumata l’ultima sigaretta, era sua abitudine accartocciare il pacchetto e gettarlo via.

Il Professore Antonino Zichichi, aprendo le Celebrazioni del Centenario della nascita zichichi.jpgall’Accademia delle Scienze di Bologna, ha ben illustrato il contributo del fisico al progresso della ricerca. Così ha risposto ad alcune domande:  

Prof. Zichichi, tra le varie ipotesi avanzate i questi anni c’è stata quella del suicidio, che opinione si è fatta al riguardo? 

Ho seri dubbi in proposito. Ettore era anzitutto un cattolico entusiasta della sua fede. Poi bisogna considerare che la settimana prima della scomparsa aveva ritirato i suoi risparmi in banca. L’ipotesi condivisa dai familiari e dai pochissimi che ebbero il privilegio di conoscerlo, tra queste Laura Fermi , è che si fosse ritirato in un convento. La testimonianza su Majorana credente l’ho avuta da monsignor Riccieri, suo confessore, il quale mi disse che aveva crisi mistiche e che secondo lui era da escludersi il suicidio.  

Un carattere probabilmente molto schivo non ha favorito le indagini sulla sua sorte

Quando formulava nuove teorie non le pubblicava, anzi si rammaricava di non averle intuite prima. Era un genio, però, che faceva di tutto per non lasciare tracce della sua genialità in quanto, risolto un problema, considerava il lavoro fatto totalmente banale. Ne sono prova la scoperta del “neutrone”. Majorana ebbe per primo l’intuizione che lo portò all’interpretazione corretta dell’effetto che era scoperto in Francia dai coniugi Curie: deve esistere una particella pesante come il protone ma priva di carica elettrica. Questa particella è l’indispensabile neutrone. Senza i neutroni, infatti, non potrebbero esistere i nuclei atomici. Fermi esortò Majorana a pubblicare subito quell’interpretazione della scoperta fatta in Francia ma Ettore, seguendo la sua linea in base alla quale tutto ciò che si riesce a capire è banale, non lo ascoltò. Quindi  la scoperta del neutrone venne giustamente attribuita a Chadwick nel 1932. È stata la signora Laura Fermi a raccontarmi questo episodio.

Ricorda altri episodi?12872_3d_ettore_majorana_s_cycle_.jpg

E’ altrettanta famosa la circostanza in cui  Majorana va da Fermi e scrive su un foglio la sua interpretazione dell’equazione di Dirac. Fermi, memore della mancata attribuzione della scoperta del neutrone, questa volta scrive di suo pugno un articolo e lo invia alla rivista scientifica Il Nuovo Cimento, firmandolo Ettore Majorana. Senza questa azione di forza da parte di Fermi non avremmo saputo nulla dei neutrini di Majorana.

E’ facile quindi immaginare la considerazione che Enrico Fermi aveva del suo allievo

Le racconto una testimonianza della stima straordinaria che Fermi nutriva per Ettore. Si tratta di un episodio vissuto nella realizzazione del Progetto Manhattan, quello che nel giro di appena quattro anni trasformò una scoperta scientifica, la fissione nucleare, per cui nuclei atomici troppo pesanti si possono rompere producendo enormi quantità d’energia, in ordigno di guerra.Il vertice era composto da Oppenheimer, il Direttore del Progetto, due scienziati, Fermi e Wigner e un generale.Ci furono tre momenti di crisi. Nella riunione di vertice per risolvere la prima crisi, Enrico Fermi, rivolto a Wigner, il padre del Teorema del Tempo, disse: «Qui ci vorrebbe Ettore». Alla seconda crisi, quando il Progetto sembrava essersi incanalato su un binario morto, Fermi ripetè: «Ci vorrebbe Ettore!». Dopo la riunione “top-secret”, il generale decise di chiedere al grande Professore Wigner chi fosse questo “Ettore” e Wigner rispose: «Majorana». Il Generale chiese se era possibile sapere dove potesse trovarsi per cercare di portarlo in America. Wigner rispose: «Purtroppo è scomparso tanti anni fa».

Professore,  in qualità di Presidente della Fondazione Ettore Majorana, non ritiene che la sua figura non sia stata valuta adeguatamente?

Quando si parla di Majorana ci si riferisce troppo spesso al mistero della sua scomparsa ma non si divulga abbastanza quanto abbia fatto per il progresso scientifico. Ebbene, quest’uomo era stato dimenticato da tutti quando, nel 1962, venne istituita, a Ginevra,
la Scuola Internazionale di Fisica, con sede a Erice, la prima delle centoventi scuole di cui oggi consta il Centro di Cultura Scientifica che porta il suo nome.


L’era della Roboetica

dicembre 30, 2006

Il rapporto della World Robotics prodotto dalla United Nations Economic Commission for Europe (UNECE) stima in oltre un milione i robot utilizzati nel mondo per uso domestico, a partire dai robot elettrodomestici  (l’aspirapolvere comune), per arrivare ai robot da intrattenimento. bicentennial_man.jpg
Di fronte ad un’economia globale e allo sviluppo di nuove realtà industriali, l’Italia ha una grande e positiva tradizione nel campo della robotica, in particolare in quella industriale è al quinto posto mondiale.

La rivoluzione robotica, che introdurrà negli uffici, negli ospedali, nelle case, nei nostri spazi vitali una infinità di macchine dotate di intelligenza artificiale, sempre più simili all’uomo, pone inevitabilmente degli interrogativi sugli effetti che si potranno avere sulla società contemporanea.

Per Gianmarco Veruggio, Presidente del CNR-Robotlab, “I robot sono fra noi e ne derivano domande con cui non possiamo più fare a meno di confrontarci: un robot potrebbe fare delle cose “buone” e “delle cose cattive”? Quali sono gli obiettivi ed i valori che la robotica intende perseguire? Quali interrogativi etici derivano dallo sviluppo della robotica? Quale l’impatto sociale provocato dall’introduzione di robot nella nostra vita? Quali sono, o potrebbero essere, le regole o  i criteri per un impiego etico dei prodotti della robotica?”
Come rispondere a questi interrogativi?  “E’ fondamentale – continua Veruggio – il contributo di esperti provenienti da tutti i settori delle scienze, naturali ed umane. Per questo mi sono impegnato con la mia Scuola di Robotica in un progetto di livello europeo con l’obiettivo di produrre – a seguito di un’intensa settimana di dibattito fra scienziati robotici, ma anche giuristi, filosofi e teologi – una vera e propria Roadmap della Roboetica, che consegneremo alla Commissione etica dell’Unione Europea. “
Ma quando avremo dei robot capaci non solo di comprendere ma anche di decidere?

Per Verruggio “La realtà di oggi nel campo della robotica è che siamo già molto vicini a foto_gianmarco_veruggio.gifquesta prospettiva. Per questo il discorso va capovolto. I robot, come ogni sistema di automazione intelligente, sono già in grado di decidere, nel senso che sono in grado di percepire ed interpretare l’ambiente e di agire autonomamente per portare a termine il compito che è stato loro assegnato. Questo però non significa che siano in grado di “comprendere” nel senso umano del termine. Su questo punto il dibattito è aperto, perché coinvolge la “coscienza”, uno dei problemi più complessi dell’Intelligenza Artificiale.”
In base ai recenti progressi tecnologici è ovvio che per impedire alle macchine intelligenti di fare del male non bastano più le Tre Leggi della Robotica ipotizzate da Asimov nel 1942 ( 1. Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purchè questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge).

Come si delinea, allora, il concetto di responsabilità per le azioni e le scelte compiute dal robot?

“Questo è appunto uno dei problemi che ci siamo posti nel corso delle nostre discussioni nell’ambito dell’Atelier” – risponde Veruggio –  “ed è una questione importante che la società dovrà affrontare forse prima di quanto si possa immaginare. La responsabilità, in senso umano, infatti, presuppone la capacità di comprendere e la libertà di decidere; prendiamo il caso di un cane: anche se la responsabilità ricade sul padrone, talvolta le conseguenze possono ricadere anche sul cane medesimo. Nel caso delle macchine, la responsabilità può essere del progettista, del costruttore, del venditore, del proprietario o dell’utente, a seconda dei casi. Nel caso dei robot, cioè macchine intelligenti e dotate di autonomia, il problema è ancora aperto e si dovranno trovare soluzioni socialmente accettabili.”
Il desiderio di dotare queste macchine di sembianze umane è sempre stata molto sentita dalla scienza. Chi non ricorda il film “Io e Caterina” con Alberto Sordi? Questo antropomorfismo applicato ai robot potrebbe comunque sottintendere una coerenza tra l’aspetto estetico e lo scopo per cui sono stati programmati.

Veruggio tende però a sottolineare che sebbene “in futuro tutte le macchine diventeranno robot: ci saranno robot di ogni forma e dimensione, per  adattarsi a moltissime funzioni diverse, gli umanoidi saranno in realtà soltanto una nicchia, numericamente parlando,  ma saranno l’applicazione robotica più visibile, in quanto progettati per funzioni in cui è più importante l’interazione con gli esseri umani, come l’assistenza ai disabili e agli anziani .”
Sul rapporto fra antroporfismo e robotica interviene anche lo scienziato giapponese Atsuo Takanishi, specializzato in robotica umanoide e cyborg. Sue creature sono WF (Wasada Flutist), il robot che suona il flauto, WE (Waseda Eye), che simula le espressioni dell’emozione e WT (Waseda Talker), che riproduce meccanicamente i suoni della lingua giapponese.

Takanishi sostiene “che le sembianze umane non debbano oltrepassare un certo limite. Mentre da un lato è condivisibile la necessità che un robot con funzione da medico, biologo o infermiere abbia sembianze sempre più umane, d’altra parte si ritiene che per la cura dei bambini o degli anziani sia meglio che i robot abbiano le caratteristiche simboliche dell’essere umano, come i cartoni animati, affinchè sia ben chiara la differenza fra uomo (es: mamma) e robot.”
Sicuramente il futuro ci riserverà una progressiva integrazione di componenti elettromeccaniche classiche con nuove componenti elettrochimiche. I robot saranno dotati per esempio di muscoli artificiali e potrebbero essere sviluppate applicazioni con componenti organiche.

kevin-warwick.jpgKevin Warwick, del Dipartimento di Cibernetica dell’Università di Reading, in Gran Bretagna, è famoso per essersi fatto impiantare un microchip nel braccio, diventando così il primo cyborg della storia: “Con gli organi artificiali e con gli studi sugli umanoidi fatti di materiali biologici, le distanze si stanno accorciando. Si può immaginare uno scenario in cui nasce una nuova specie: un superuomo migliorato dalla tecnologia, con potenzialità superiori all’uomo biologico”.
La definizione usata da Warwick, però, evoca facilmente la paura di un nuovo eugenismo, subito però elusa da José Maria Galvan, teologo dell’Università Santa Croce di Roma: “Non sembra, allo stato attuale della scienza. Se lo sviluppo della robotica è adeguato, succederà come con ogni novità tecnologica: più le macchine si sviluppano, più si nascondono, cioè sono meno percepibili. Adesso, per esempio, ci rendiamo conto dell’esistenza dell’elettricità soltanto quando manca. Lo sviluppo dei robot porterà a chiarire ancora di più la differenza fra loro e l’uomo. Se ci saranno problemi come l’eugenismo sarà colpa dell’uomo, non dei robot.”


Finis vitae. Is Brain Death still Life? La morte celebrale è la fine dell’individuo?

dicembre 20, 2006

Il caso della morte cerebrale costituisce un tipico esempio di quella confusione del piano scientifico con quello etico e con quello filosofico in cui spesso rimane imbrigliata la discussione, anche di parte cattolica,  sui temi della bioetica. finis_vitae.jpg

Il libro “Finis vitae. Is Brain Death still Life?”, raccoglie gli interventi di autorevoli medici, giuristi e filosofi, europei e americani sul tema della morte, riguardo al quale è mancato, nell’opinione pubblica e tra gli studiosi, un dibattito scientifico e culturale analogo a quello che negli ultimi anni si sviluppato sulle origini della vita.

Alla presentazione del volume, avvenuta presso la sede del CNR, Roberto de Mattei, vicepresidente dell’ente di ricerca e curatore dell’edizione, ha sostenuto che “La morte non è solo ‘la’, ma anche il ‘fine’ della vita umana. E il progresso scientifico e tecnologico applicato alla medicina ha introdotto nuovi motivi di riflessione: accanimento terapeutico, testamento biologico, eutanasia e suicidio assistito, richiesta di sospensione delle terapie, cure palliative e soprattutto prelievo di organi a fini di trapianto”.

Fino agli anni sessanta, la tradizione giuridica e medica occidentale ha ritenuto che l’accertamento della morte dovesse avvenire mediante il riscontro della definitiva cessazione delle funzioni vitali: la respirazione, la circolazione, l’attività del sistema nervoso. Al medico spettava accertare la morte avvenuta, non definirne l’esatto momento.
Nell’agosto del 1968, un Comitato istituito dalla Harvard Medical School propose un nuovo criterio di accertamento della morte consistente in un riscontro strettamente neurologico: la definitiva cessazione delle funzioni del cervello, definita “coma irreversibile”.

Solo qualche mese prima il chirurgo sudafricano Christiaan Barnard aveva effettuato il primo trapianto di cuore e tale circostanza alimentò il sospetto che i criteri di ridefinizione della morte del Comitato di Harvard rispondessero ad esigenze prettamente utilitaristiche quali quella del reperimento di organi per i trapianti.

“I criteri di Harvard sono stati pubblicati senza nessun dato clinico-statistico relativo ai pazienti rivela Paul A . Byrne – In realtà la morte cerebrale non è la vera morte.”
Byrne critica anche l’uso del termine ‘irreversibile’: “che non è un concetto empirico e non può essere empiricamente determinato. Per mero interesse – continua il neonatologo americano – si è sviluppato un nuovo criterio per dichiarare morte le persone. Per ottenere un cuore sano da destinare al trapianto non ci sono altri modi che prelevarlo da un paziente vivo. E rimuovere un organo vitale sano da un soggetto dichiarato a termini di legge cerebralmente morto, ma non biologicamente tale, sotto il profilo etico è inaccettabile. Donne in gravidanza morte cerebralmente, opportunamente assistite, sono sopravvissute fino a partorire un bambino normale. Io personalmente nel 1975 ho curato un neonato, in ventilazione artificiale da sei settimane, il cui elettroencefalogramma era compatibile con la morte cerebrale. Mi fu suggerito di scollegarlo dal respiratore ma decisi di non farlo. Ora fa il pompiere.”

Quasi tutti i paesi sviluppati, nonostante un ridotto consenso degli studiosi, adottarono prontamente la definizione di morte suggerita dal Comitato di Harvard.
In Italia la legge del 29 dicembre 1993, n. 578, recita all’art. 1 “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello” demattei.jpg
Rosangela Barcaro, bioeticista del CNR, racconta come lo stesso metodo di accertamento non è lo stesso in tutti i paesi:“in Gran Bretagna i medici fanno riferimento alla funzionalità del solo tronco encefalico e non impiegano accertamenti strumentali a conferma della valutazione clinica. Al contrario in Italia ci si riferisce alla funzionalità dell’intero encefalo e per legge è obbligatorio l’esamo ellettroencefalografico”.

Il neurologo pediatrico Alan Shewman ha dimostrato come le lesioni cerebrali non causano la perdita della capacità, ma soltanto delle funzioni esercitate dal tronco encefalitico.
Josef Seifert, rettore dell’accademia internazionale di filosofia del Liechtenstein, ha osservato come definire morto un essere umano in coma irreversibile non è di per se una tesi medica, ma una tesi filosofica.

“Da un punto di vista medico – sostiene Seifert – non si può dire che poiché il cervello non funziona, permanendo invece tutte le altre funzioni vitali, una persona umana dotata di corpo non è più viva. Ogni medico che ne parla lo fa come medico che fa della filosofia e non come dottore.
Anche Peter Singer, la cui antropologia filosofica è certamente antitetica a quella di Seifert ha sostenuto l’inconsistenza scientifica del concetto di morte cerebrale.
Secondo il filosofo australiano la scelta di utilizzare criteri neurologici per accertare il decesso non si fonda su una base scientifica, ma su una scelta etica: pur essendo organismi umani viventi, i pazienti in condizione di morte cerebrale sono trattati come se fossero morti e possono diventare donatori di organi se in vita avevano manifestato il consenso alla donazione. Singer ritiene che un malato può essere soppresso se ciò è utile alla società e uccidere un bambino neonato non equivale moralmente a uccidere un essere razionale e autocosciente. Ma per soddisfare queste utilità non c’è bisogno, a suo avviso, di costruire una fittizia definizione di morte cerebrale: è preferibile assumersi la responsabilità di una decisione “etica”, sia pure contraria alla tradizione religiosa dell’Occidente, che applica il principio di precauzione morale anche all’uomo di cui non è definitamente accertata la morte. I casi puramente naturali, non miracolosi, di ritorno alla vita di persone che presentavano tutte le caratteristiche della vera morte (assenza di pulsazioni e di respirazione, mancanza assoluta di sensibilità, ecc) dimostrano che, fra il momento della morte apparente e l’istante in cui essa avviene realmente, esiste sempre un periodo di tempo, più o meno lungo, di vita latente. Essi dimostrano che l’uomo può tornare alla vita dopo essere rimasto intere ore in uno stato di morte apparente, in cui risultano assenti manifestazioni vitali come la coscienza, le onde cerebrali, i movimenti muscolari, la respirazione, la pulsazione cardiaca. Il teologo domenicano spagnolo Antonio Royo Marin nella sua “Teologia de la salvacìon” scrive che “E’ molto meglio trattare un morto come se fosse ancora vivo, piuttosto che trattare un vivo come se fosse già morto”.

La cessazione della funzione cerebrale può essere, ma non necessariamente, uno stadio nel processo del morire. Ma la linea che separa la vita e la morte è complessa e indefinita. Quale sia il momento della morte, un punto comunque è certo: la vita della persona umana non è legata alla esplicitazione delle sue facoltà.
L’equivalenza fra morte cerebrale e morte dell’uomo appare dunque come frutto di dottrine filosofiche diverse che non considerano l’essere persona come una caratteristica ontologica propria di ciascun individuo umano, indipendentemente dal venir meno delle attività cerebrali.
“In dubio pro vita – reputa De Mattei – nel dubbio bisogna presumere di trovarsi di fronte a un individuo vivo e astenersi dal compiere un omicidio. E’ questo l’insegnamento della Chiesa, che anche il non credente ha sempre condiviso, nel corso dei secoli, come il più idoneo a tutelare e garantire i diritti della persona umana.” 


Mezze stagioni, intere bugie

novembre 22, 2006

0.jpg“La storia passata delle convinzioni umane dovrebbe metterci in guardia. Abbiamo ucciso migliaia di nostri simili perché credevamo che avessero firmato un patto col diavolo e fossero diventati streghe… Dal mio punto di vista c’è un’unica speranza perché l’umanità emerga da quello che Carl Sagan chiamava “il mondo infestato dai demoni” del nostro passato.Quella speranza è la scienza”. Con questo messaggio Michael Crichton chiude il suo ultimo romanzo “Stato di paura”. Lo stato di paura è quella condizione di vita in cui certe associazioni ambientaliste vorrebbero farci vivere.Teorie sempre più catastrofistiche date in pasto ai media da pseudo-scienziati predicono per esempio che il surriscaldamento globale, oltre a modificare la rotazione terrestre, porterà ad una diminuzione della durata delle giornate, oppure che lo scioglimento della Groenlandia causerà l’innalzamento del livello dei mari di circa sei metri, per non parlare della “bomba demografica” che nei prossimi anni provocherà una immane carestia. Potremmo riempire della pagine di simili congetture.A proposito della tesi sul riscaldamento globale occorre fare innanzitutto due precisazioni. È vero che in una piccola parte dell’Antartide stiamo greenhouse.jpgassistendo ad uno scioglimento del ghiaccio, ma è pur vero che la superficie di questo continente è grande una volta e mezzal’Europa e lo spessore del ghiaccio è in aumento, raggiungendo in alcuni punti un’altezza di 10 km.Peraltro, lo stesso dato registrato sullo scioglimento è il frutto di misurazioni riguardanti ben seimila anni. Al riguardo,
Teodoro Georgiadis, fisico dell’atmosfera all’Istituto Ibimet – Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna – è molto chiaro: «Chiariamo che gli allarmi
lanciati su isole prima ricoperte dai ghiacci che ora vedono il loro scioglimento non hanno ragione di essere utilizzati a dimostrazione degli effetti del riscaldamento globale dovuto all’azione antropica. Nel corso dei secoli le temperature sono sempre variate e i ghiacci si sono sempre modificati: basti pensare alla Groenlandia (Grün land, terra verde) così chiamata dai tempi di Erik il Rosso per i suoi verdi pascoli e oggi, ripeto oggi, coperta daighiacci». Le nuove teorie sui cambiamenti climatici sembrano inoltre sconfessare quei modelli che prevedono il clima come un’entità statica, con dei trend di lungo periodo, dimostrando come invece il nostro continente si sia alternativamente raffreddato e riscaldato in modoanche brusco e repentino.4_georgiadis2.jpg«I record storici – precisa Georgiadis – ci permettono però di evidenziare in modo molto preciso l’esistenza di un effetto di “carico-scarico” della massa glaciale. Si riesce, infatti, a dimostrare molto chiaramente che i trend di aumento e diminuzione delle temperature siripetono con frequenze cicliche. Questi fenomeni sono evidentissimi se si considerano gli ultimi 450mila anni di vita del nostro pianeta. Il record di temperatura ottenuto dalle carote glaciali di Vostok mostra infatti un continuo susseguirsi di bruschi aumenti e lente discese della temperatura».Il cosiddetto fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai, andrebbe quindi considerato in una ottica allargata che consideri anche l’eco-sistema i cui tali fenomeni assumono consistenza.«Infatti – prosegue
Teodoro Georgiadis – per quanto riguarda i ghiacciai continentali, troppo spesso si fa riferimento diretto al “riscaldamento globale” senza tenere conto che altri effetti possono avere enorme importanza sul loro arretramento. Ad esempio, come suggerito
da Kaser e altri autori nel 2004, l’arretramento del Kilimangiaro non sarebbe dovuto a un aumento di temperature ma a una rapida diminuzione del contenuto di umidità atmosferica avvenuto attorno al 1880. I regimi dei ghiacciai rispondono, infatti con una estrema lentezza ai cambiamenti dell’ambiente circostante. I ghiacciai alpini, che hanno subito profondi global-warming.jpgarretramenti, risentono direttamente dell’influenza delle isole di calore delle zone a loro prospicienti caratterizzate ormai da una elevatissima urbanizzazione: questo effetto però ha molto poco a che spartire con l’aumento della C02».I catastrofisti, a supporto della loro teoria, riportano dati comprovanti un aumento negli ultimi trent’anni delle temperature, mettendo in relazione questo fenomeno con una tendenza alla crescita dell’anidride carbonica.Da questo assunto parte la teoria dei gas serra che ha dato vita al Protocollo di Kyoto, condizionando la produttività industriale di alcuni fra i paesi più industrializzati del mondo.Ma quello dello scioglimento delle calotte polari è uno degli aspetti più controversi del riscaldamento globale.Secondo molti ricercatori sarebbe evidente un progressivo riscaldamento dei poli e ancora più evidente sarebbe il sempre più marcato assottigliamento dello spessore del ghiaccio al Polo nord: sarebbe variato, secondo le stime più citate, di un valore compreso tra il 10 ed il20% negli ultimi anni. Questo pilastro del cambiamento globale viene però oggi messo in forte discussione dalla  revisione delle misure condotte da satellite. Sembra, infatti, che queste misure soffrano di un sistematico errore di sovrastima della diminuzione dei ghiacci non riuscendo a “penetrare”in modo efficacie il pack. Se questo fosse accertato, sarebbe un altro piccolo tassello diretto alla revisione delle stime dei cambiamenti globali che prevedono per il 2100 una variazione della temperatura media superficiale fino a 8°C. I dati sperimentali rappresenterebberoquindi l’unica possibilità di valutare correttamente l’operato dei modelli che fino ad oggi non hanno dimostrato di potere offrire degli scenari persuasivi per il futuro generando altresì del panico immotivato. In particolare, nelle aree polari caratterizzate da una forte suscettibilità ambientale le misure sono importanti proprio perché lì le eventuali variazioni dovrebbero essere particolarmente amplificate. È quindi necessario garantire un continuo monitoraggio e continuità a questo tipo di ricerche che ci permettono di testare i modelli chevengono poi utilizzati alle nostre latitudini. L’Italia partecipa alle ricerche polari con il proprio programma Pnra (piano nazionale di ricerche antartiche) mediante gli Enti di ricerca più accreditati a livello internazionale Cnr, Enea ed Università.E come i modelli climatici possano condizionare la vita economica di un paese lo spiega Federica Rossi, ecofisiologa, primo ricercatore e responsabile di Ibimet-Cnr Bologna: federica.jpg«Negli anni ’60 i vantaggi competitivi dell’Italia nel settore ortofrutticolo risiedevano fondamentalmente proprio nella spiccata vocazionalità climatica. In questo contesto – continua Rossi – è molto chiaro come l’impatto di cambiamenti climatici potrebbe portare aconseguenze molto forti su buona parte dell’economia nazionale, in particolare per il settoreortofrutticolo. Sono numerosi gli esempi che mostrano come la corretta gestione di un territorio e del microcosmo sociale a esso collegato esaltano la vitalità di entrambi, proprio grazie al legame indissolubile che si crea tra territorio stesso e la sua attitudinealla produzione di una tipicità.Per creare a mantenere l’eccellenza agro-alimentare, e favorire le strategie di ri-qualificazionedel prodotto nazionale, le previsioni basate sui modelli climatici devono essere quindi fornite con un alto livello di precisione. Altrimenti si rischia di fornire scenari climatici incompatibili con la fisiologia della vegetazione che, oltre a produrre allarmi potenzialmente immotivati, possono portare a scelte tecniche dequalificanti e a pianificazioni di pratiche colturali scorrette, che potrebbero mettere in pericolo quantità ma soprattutto qualitàdei prodotti in un mercato estremamente aggressivo».E se i presupposti ipotizzati fossero errati? Se l’aumento della temperatura non fosse legato a quello della C02? E chi l’ha detto che più anidride carbonica porti un danno al pianeta?In base a tali presupposti, gli eco-pessimisti divulgano modelli climatici che illustrano comesarà la temperatura da qui a mille anni.Viene da chiedere se tali modello non abbiano la stessa affidabilità di un oroscopo,dato che, attualmente, è quasi impossibile prevedere se tra dieci giorni pioverà certamente.Luigi mariani.jpgMariani, docente all’Università degli Studi di Milano – Dipartimento Produzione Vegetale, sulle cause del riscaldamento globale avanza una tesi alternativa:«A tale riguardo esiste anzitutto la necessità di districarsi nell’enorme groviglio di cause ed effetti che regge il clima del pianeta, anche valutando in modo sereno le diverse ipotesi in campo e che cercano di fornire spiegazioni in merito alla variabilità del clima. A tale riguardodevo dire che quella dei gas serra è solo una delle ipotesi in gioco, fra le altre ricordo quella solare o quella dei raggi cosmici proposta dal fisico israeliano Shaviv.Concordo con quegli studi che mostrano come il mutamento del clima non è di solito graduale ma si manifesta invece con brusche transizioni (salti) da una fase climatica all’altra. Uno dei salti che è più familiare a noi europei è quello nel regime delle correnti occidentali, quelgrande fiume d’aria che scorrendo da ovest verso est alle medie latitudini determina gran parte dei caratteri del clima europeo e mediterraneo. Infatti all’ultimo di tali “salti”, verificatosi intorno alla fine degli anni 70, è da attribuire la lamentela secondo cui non nevica più comeuna volta». «È a questi cambiamenti di fase – prosegue Mariani – di cui, il più spettacolare e cruciale per la stessa sopravvivenza della nostra civiltà è senza alcun dubbio la transizioneda regime interglaciale a regime glaciale, che abbiamo l’assoluta necessità di prestare più attenzione cercando modelli in grado di descriverli e se possibile di prevederli».Mai come in questi ultimi tempi, però, gli scienziati e i ricercatori rivendicano l’indipendenza della scienza dalla politica. «A tale proposito – afferma Mariani – voglio precisare che non è tanto in discussione la necessità di mitigare l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi, in quantosolo un cieco può non cogliere l’importanza di ciò.Spaventa invece vedere che anziché richiamarsi ad indicatori di impatto oggettivi(esempio l’urbanizzazione, la desertificazione, la massiccia riduzione della biodiversità) sifaccia invece ricorso all’indicatore più difficile ed aperto al dubbio, quello climatico. Viene allora il sospetto che sia molto più facile e demagogico concentrarsi su un tema come quello del clima, in cui le responsabilità precise sono difficilmente individuabili se non in termini di “civiltà occidentale” o “governo americano” o “Stato imperialista delle multinazionali”che non porre l’attenzione su aspetti molto più concreti e che dietro alle responsabilitàhanno nomi e cognomi. Da questo punto di vista a mio parere la responsabilità dei movimentiecologisti è veramente enorme. Alla luce di ciò la vulgata alla “professor Sartori” (politologocon velleità di climatologo, come attestano alcune infelici sortite dal fondo del “Corrieredella Sera”) secondo cui un clima per sua natura stabile sarebbe stato instabilizzato dalla perfida azione dell’uomo, appare francamente un po’ debole. Proprio perciò – conclude LuigiMariani – un ricercatore onesto non può a mio parere piegarsi a questo che io considero un gioco al massacro e deve viceversa mantenere quell’indipendenza di giudizio che tuttavia oggi deve pagare pesantemente in termini di finanziamenti alla proprie ricerche». 


Le bugie degli ambientalisti

novembre 19, 2006

Il catastrofismo è ormai il gusto corrente. Lo scienziato americano Gregory D. Foster in un articolo pubblicato sul World Watch Institute Magazine, rivista edita dall’omonima “multinazionale” ambientalista, dichiara che  «i disastri ambientali provocati dai cambiamenti climatici minacciano il futuro dell’ umanità in misura enormemente più grave rispetto al terrorismo.  Dal 1968 i gruppi eversivi hanno ucciso 24 mila persone, ogni anno invece ne muoiono 240 mila per i danni del clima».

E la catastrofe è dietro l’angolo.

Secondo Foster, l’attuale surriscaldamento del nostro pianeta sta provocando dei cambiamenti climatici che provocheranno, in una sorta di tragico effetto domino, «un mondo futuro di Stati in guerra tra loro per la sopravvivenza», una sorta di guerra planetaria che vedrà l’umanità scontrarsi militarmente per aver accesso alle derrate alimentari.

E non finisce qui, se proprio qualcuno fosse sopravvissuto a tale babele, dovrà fare i conti con il riscaldamento della massa terrestre, che darà luogo a catastrofi ambientali sempre più frequenti e che saranno l’anticamera di una nuova era glaciale.Chi inizia ad aver dubbi sulla fondatezza degli allarmi lanciati dalle major ambientaliste, può leggere un libro molto interessante, fuori dal coro, che parla di eco-ottimismo: “Le bugie degli ambientalisti 2”.tornaimmagine.jpg

I due autori, Riccardo Cascioli  e Antonio Gaspari, smontano, pezzo per pezzo, tutti i falsi allarmi a cui abbiamo dovuto dar ascolto in questi ultimi decenni.  Tanto per gradire: è stato detto che la popolazione mondiale sta per raddoppiare e questo condurrà gran parte di noi ad una morte sicura per fame. In realtà non è possibile prevedere un contemporaneo aumento della popolazione e della mortalità. Tale concetto nasce da due processi contrari che non possono coesistere: aumento della  popolazione non significa aumento della mortalità.  La popolazione riesce a svilupparsi solo se le condizioni di vita e l’alimentazione lo permettono.

E’ stato detto che ogni giorni scompaiono dalla faccia della terra 30 km di boschi, ma nel libro si legge che le rilevazioni satellitari hanno mostrato che dal 1982 al 1999 le aree boschive sono aumentate del 6%.E’ stato detto che questo benedetto riscaldamento della terra è causato dalle crescenti emissioni di CO2 prodotte dalle industrie, mentre è stato scientificamente dimostrato che l’uomo incide solo per il 4% sul totale delle emissioni.Il dato più importante che emerge dalla lettura del libro è quello rappresentato dallo stretto collegamento fra alcune associazioni ambientaliste e le società di eugenetica inglesi ed americane, finanziate da ricchi magnati, che cercano, in sostanza, di combattere la povertà eliminando (fisicamente) i poveri.

A conferma di quanto detto ci sono tutte le battaglie finora promosse dalle più potenti associazioni ambientaliste del pianeta. L’opposizione agli OGM, i messaggi terroristici sul riscaldamento globale, la presunta sparizione delle foreste, la promozione delle “domeniche ecologiche” e delle targhe alterne, hanno come denominatore comune il voler dimostrare che la sovrappopolazione della terra mette a rischio la natura e quindi è necessario ricorrere a tecniche di riduzione delle nascite (da attuare, naturalmente, nei paesi poveri).

L’ecologismo dunque diventa esso stesso una religione in cui viene eliminata ogni differenza ontologica tra uomini e altri esseri viventi. La stessa natura diventa una divinità: Gaia. Ed in nome di Gaia sacrificheremo l’uomo celebrando il trionfo del matrimonio di interessi fra Eugenetica ed Ecologismo sul modello di Sparta: loro rincorrevano la perfezione della razza eliminando i più deboli, noi proteggiamo la nostra terra eliminando le popolazioni povere.