Il giusto tempo

gennaio 4, 2008

Non sempre anticipare la vita scolastica dei propri figli rappresenta un vantaggio. I dati emersi dallo studio dell’ Institute for Fiscal Studies affermano anzi decisamente il contrario. La società di ricerche indipendente britannica ha analizzato i rendimenti di due milioni di studenti fra i sei e i diciotto anni d´età, giungendo alla conclusione che una buona parte di quelli avviati precocemente alla scuola non riescono a stare al passo nel proseguimento dei programmi. scuola.jpg

L’anno scolastico inglese inizia i primi di settembre e basta aver compiuto 5 anni per accedervi. Le differenze emergono chiaramente già in terza elementare, dove solo il 47 per cento dei bambini più piccoli ottiene dei buoni voti, contro l´80 per cento dei compagni di classe più grandi. Durante il percorso scolastico si verifica un lieve recupero ma il divario rimane e non è irrilevante: a 18 anni, i bambini della “generazione agosto” che ottengono buone pagelle sono il 44 per cento, contro il 50 dei più grandicelli.  Il divario è più marcato fra le femmine.Una delle autrici dello studio, Lorraine Deaden, ha dichiarato al quotidiano britannico The Guardian: “Il mese in cui si nasce ha conseguenze significative su tutto il corso scolastico, siamo rimasti sorpresi nel constatare una netta differenza anche fra studenti di diciotto anni. Spesso gli insegnanti e anche i genitori non si rendono conto di quanto sia grande l´impatto che l´età ha sui risultati”.  

Per Giuseppe Bertagna, direttore del Centro di Ateneo per la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento dell’Università di Bergamo, “le scienze cognitive, nonostante i grandi passi in avanti condotti in questi anni, non sono ancora in grado di dare una risposte definitive sull’argomento. Infatti, se paragoniamo la mente umana al traforo del Monte Bianco, resta ancora una galleria da esplorare per il 90 per cento della sua lunghezza”.

Probabilmente la scelta di molti genitori che scolarizzano prima i propri figli, convinti di far guadare loro un anno, è frutto di un modello sociale che impone al proprio figlio il dovere sociale del bambini.jpgsuccesso scolastico come passaporto per future, gloriose performances professionali. “I dati disponibili, tuttavia, confermano due persuasioni storiche della pedagogia: la prima avverte che la natura non fa salti, per cui saggezza educativa sarebbe praticare sempre il ‘giusto momento’, non anticipando e non posticipando; la seconda informa che, siccome non esiste la bacchetta magica del ‘giusto momento’ per ogni allievo, l’importante è agire onestamente, senza entrare in ansia quando involontariamente si violi questo principio. La natura dell’uomo-bambino è così plastica che non esistono errori educativi irreparabili”.

E’ insomma l’individualità del bambino che deve guidare le scelte riguardanti le attività in genere, la scuola come anche lo sport.

Per le attività sportive infatti – sostiene Raffaele Iosa, maestro e ispettore scolastico – non bisogna anticipare le prestazioni, cosa a cui molti genitori oggi tendono, anche l’attività sportiva esagerata e fatta troppo presto può nuocere. Dal punto di vista neurologico, accelerare troppo provoca dei guasti, bisogna recuperare un po’ di lentezza”. 

Isabella Gasperini, psicologa e psicoterapeuta, consulente delle scuole calcio A.S.D. N. bimbo-calcio.jpgLodigiani e A.S. Futbolclub Roma, sottolinea come “lo sport deve rappresentare per i  bambini un momento di grande libertà in cui ricaricasi, uno spazio in cui mettersi in gioco e sfidare i propri limiti, in cui cercare la vittoria non per appagare manie di successo, ma per arricchirsi della tenacia di non demordere. E può essere, contemporaneamente, un modo per noi grandi di avvicinarci ai bambini ed a noi stessi, imparando da loro a vivere di sensazioni immediate, e facendo in modo che loro assorbano da noi il piacere del gioco.”

Dunque, nell’era della globalizzazione, della conoscenza, della multicultura e della crisi della famiglia, il modello a cui inspirarsi per avviare a qualsiasi attività i propri figli, per essere positivo, non può essere fondato sull’uniformità e l’omologazione. “Come diceva don Milani – afferma Bertagna – non c’è giustizia peggiore che fare parti uguali tra disuguali. Per creare giustizia educativa ed eguaglianza dei risultati formativi bisognerebbe personalizzare molto l’offerta“.

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Baby malati

ottobre 6, 2007
Allergie, asma, disagi psicologici…le statistiche parlano di aumenti vertiginosi in età pediatrica. Ma spesso sono i genitori a eccedere in allarmismo, in prescrizioni e a trasferire sui figli le loro paure

pillole.gifNell’immediato dopoguerra i bambini sperimentavano per le strade giochi rudimentali, formandosi a colpi di contusioni ed ecchimosi. Gli anni del terrorismo li costrinsero tra le mura di casa o nel gruppo del muretto: il timore era farsi male sul serio. Negli anni ’90 l’industria scopre che grazie allo sboom demografico i bambini rappresentano ottimi clienti a cui piazzare (oltre che vestiti, merendine, etc.) videogiochi solitari, che però si scoprono essere ben più nocivi, almeno a livello mentale. Oggi è l’industria farmaceutica a vedere nei ragazzini il target di un nuovo business: integratori, medicine e psicofarmaci possono essere venduti non solo ai genitori, ma anche ai figli.
Un mercato potenziale ragguardevole: in Italia i pazienti in età pediatrica, al di sotto dei 14 anni, sono 8.103.000. Un mercato supportato da studi e statistiche secondo cui i nostri bambini stanno sempre peggio: non moriranno certo di tubercolosi o di malaria, ma sono dei malati cronici. Una ricerca pubblicata sul Journal of the American Medical Association afferma che il 9 per cento dei piccoli americani soffre di asma, il 6 per cento di ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività) e il 18 per cento è da considerarsi obeso.
cavagni.jpgQuello delle allergie è certamente il fenomeno più diffuso: “Attualmente il 30 per cento dei bambini italiani ne soffre e il fenomeno è in crescita, basta pensare che il 10 per cento della popolazione infantile è affetto da asma allergica” afferma Giovanni Cavagli, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Allergologia Pediatrica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Secondo lo studio Sidria le affezioni allergiche più diffuse fra i 6 anni e i 15 anni, a parte l’asma, sono la dermatite atopica (circa 20 per cento), le riniti (18 per cento) e le intolleranze alimentari (7 per cento)”. Allergie “da pollini, da polvere domestica, da cibi, da animali domestici, da muffe, da veleni di insetti”, prosegue Cavagli, e “fra le emergenti quella da lattice di gomma, impiegato per biberon e succhiotti”.
albani.jpgMa veramente i bambini malati sono aumentati? Risponde il pediatra Roberto Albani, collaboratore dell’inserto ‘Salute’ del Corriere della Sera e di riviste e programmi televisivi, esperto del rapporto tra genitori e figli. “Dalla metà degli anni ’70 non mi sono accorto dell’aumento di malattie di cui si parla. Le allergie respiratorie, per quanto mi riguarda, sono invariate e prima o poi colpiscono più dell’ottanta per cento delle persone, ma è insolito che siano gravi. Anche le allergie alimentari, contrariamente a quanto molti miei colleghi affermano senza produrre prove convincenti, non sono in aumento e colpiscono ancora solo il 2-3 per cento di bambini e adulti. Tuttavia, il gran parlare che si fa di queste e altre patologie scatena preoccupazione nei genitori, facendo percepire loro rischi e pericoli dappertutto e inducendoli a un ‘consumismo medico’ ingiustificato e pericoloso”.
Basta una linea di febbre e la mamma non ci pensa due volte a propinare lo sciroppo. Tra il ’99 e il 2000 negli Usa sono state prescritte 11 milioni di cure per l’otite sotto i 15 anni. L’abuso di antibiotici ha generato la moltiplicazione di batteri resistenti: il 30 per cento dei ceppi di streptococco, principale causa della polmonite, risultano ormai indifferenti ai macrolidi, una delle classi di antibiotici più somministrate negli ultimi anni. E c’è il rischio che un giorno infezioni anche banali non possano essere più curate. Negli Stati Uniti i Centers of Disease Control di Atlanta hanno lanciato una campagna di informazione al motto de ‘A volte la migliore terapia è la pazienza’. Aspettare che passi senza ricorrere a terapie esagerate. “Anche da noi sarebbero opportune delle linee guida. Molte volte la prescrizione è voluta dai genitori. Più è alto il livello culturale, minore è la richiesta” dice chiodo.jpgMarta Ciofi dell’Istituto superiore di sanità. Concorda Francesco Chiodo, infettivologo e pediatra all’università di Bologna: “Purtroppo l’antibiotico viene confuso da molte mamme come antifebbrile. Questo impiego inappropriato, unito al dosaggio errato, ha favorito la selezione di ceppi resistenti ad alcuni farmaci”. Si dimentica che sotto i 5 anni l’80 per cento delle infezioni sono virali, quindi non andrebbero curate con gli antibiotici. “Tenete sotto osservazione il bambino per due giorni. Se continua a mostrarsi sofferente nonostante la temperatura sia calata con gli antipiretici chiamate il medico, toccherà a lui distinguere”.
“E’ colpa dei genitori se sono malati” estremizzano alcune associazioni secondo cui “con qualsiasi vaccino si destabilizza la flora batterica intestinale, le immunoglobuline, squilibrio tra le funzioni Th1 e Th2, quindi si crea immuno deficienza acquisita”, a causa “di una guerra batteriologica instaurata con i vaccini e gestita dalle multinazionali dei farmaci”.
Insomma: sarebbero soprattutto le ansie genitoriali e materne a determinare la medicalizzazione di sintomi a volte passeggeri e tipici dell’età. Nulla di strano, perciò, che proprio i disturbi causati da ansia crescano vertiginosamente in età pediatrica: per l’Organizzazione Mondiale della Sanità la depressione rappresenta la quinta causa di malattia in Europa nei minori di 14 anni. Nel nostro paese un adolescente su due dichiara sofferenza psichica, secondo una indagine Eurispes, mentre secondo il Ministero della Salute almeno 730.000 bambini soffrirebbe di turbe psichiche e disagi mentali e per testa.jpgl’Istituto Mario Negri 35.000 sono sotto trattamento antidepressivo. L’Istituto Superiore della Sanità fornisce però dati molto meno preoccupanti: la depressione avrebbe una prevalenza dello 0,3 per cento in età prescolare, del 2 per cento nella scuola primaria, del 4–8 per cento nell’adolescenza, quando la prevalenza nelle femmine è doppia rispetto ai maschi. E tra i 14-17enni il 6 per mille dei maschi e l’11 per mille delle femmine prende antidepressivi.
Le cose che preoccupano di più il dott. Albani “sono gli aspetti deleteri del consumismo. Per esempio, l’eccesso di offerta di cibo, sta provocando un forte aumento, questo innegabile, di sovrappeso e dell’obesità. Inoltre il ‘consumismo psicologico’, cioè la grande offerta di psicologia spicciola e cialtrona, impaurisce sempre più i genitori sulle conseguenze dei loro atti di autorità, così quasi tutti rinunciano a una sana azione di contenimento, limitazione ed educazione. I genitori oggi fanno di tutto per risparmiare ai figli le più piccole sofferenze inerenti la vita comune e li rendono incapaci di sostenere difficoltà e sfide e di dar senso alla propria vita.
cantelmi.jpgPer Tonino Cantelmi, docente universitario e presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, “l’ansia dei genitori è fonte di disturbo in quanto inquina la relazione, falsando ed alterando le capacità del bambino di sperimentarsi positivamente e di ricevere ed elaborare feedback in base ai quali crescere, conoscere e costruirsi la sua identità. L’ipocondria e il salutismo esasperato si possono rintracciare nella difficoltà delle famiglie di costruirsi un’identità solida come nucleo, da ricondursi ad esempio alla problematicità di potersi confrontare per con altri genitori o con esperti nella propria esperienza e nel nuovo ruolo acquisito. Il figlio diventa lo specchio delle proprie fragilità, insicurezze e frustrazioni assumendo il ruolo riparatore per le dinamiche psicologiche non risolte o affrontate dal genitore come persona e dalla coppia genitoriale”. 

Psicofarmaci pediatrici, una vittoria delle lobby

luca-poma.jpgLa polemica sull’uso dei psicofarmaci in età pediatrica è sempre rovente dopo che l’Agenzia italiana del farmaco ha autorizzato nello scorso marzo l’uso del Prozac in età pediatrica. “L’iniziativa non è delle autorità sanitarie pubbliche, ma della Ely Lilly Co., il produttore del farmaco, che ha  avanzato richiesta in tal senso ed ha attivato i  propri potenti mezzi di lobby”  denuncia Luca Poma, portavoce di ‘Giù le Mani dai  Bambini’. Pietro Panei del Dipartimento di ricerca e valutazione dei farmaci dell’Istituto Superiore di Sanità illustra il punto di vista dell’istituto. “Il Prozac è un’antidepressivo SSRI registrato per uso pediatrico dall’Agenzia regolatoria europea del farmaco (EMEA). L’Italia è obbligata a recepire tale decisione come paese membro dell’Unione e l’autorizzazione all’uso del Prozac è positiva perché indica quale antidepressivo utilizzare tra i tanti finora usati off label, cioè senza indicazione autorizzata. Si tratta di inserire questo farmaco in un piano terapeutico.iss.jpg
Preoccupato per l’abuso degli psicofarmaci è invece lo psichiatra Marco Quintiliani, esperto di tematiche adolescenziali: “La terapia farmacologica può essere utile, non bisogna essere oscurantisti, ma solo in determinati casi. In realtà per questi problemi una terapia famigliare o semplicemente l’appoggio ai genitori, o addirittura una terapia agli stessi genitori, risolvono i sintomi del bambino senza bisogno di terapia farmacologica. Dipende tutto dalla corretta diagnosi”. Per Quintiliani, il numero sempre maggiore di bambini ‘malati’ si spiega col fatto che “l’ambiente fisico in cui viviamo è sempre meno adeguato, inoltre un’informazione ideologica e non corretta crea ansia genitoriale, per cui il sintomo infantile diventa una richiesta di visibilità come singolo individuo e una richiesta di attenzione e aiuto psicologico”. La risposta ‘chimica’, dunque, come scorciatoia gradita al marketing per una famiglia dove i genitori non sono in grado di ascoltare i propri figli, dare risposte adeguate e disponibili a fare un percorso non sempre facile, ma che permette di crescere e far crescere.

Meno pillole, più sport

calcio.gifLo sport può essere la giusta risposta per far crescere sani i propri figli, spiega Isabella Gasperini, psicologa e psicoterapeuta del Bambino Gesù di Roma e collaboratrice della Scuola Calcio Cisco-Lodigiani. “Lo sport permette ai bambini di mettersi in gioco in un contesto dove i genitori sono lontani, consentendo anche di sperimentare modalità reattive alle situazioni ansiogene: la sconfitta, il sentirsi ai margini, affrontare i bambini più spavaldi, sono stimoli che portano il bambino a ‘emanciparsi’ e ad accorgersi di aver fatto dei progressi, facendolo sentire più sicuro di se stesso.
Lo sport praticato dai bambini può essere utile anche ai genitori eccessivamente allarmisti?
“Lo sport garantisce al bambino di crescere più forte, essendo più esposto a cambiamenti di clima e di temperatura e attraverso una sana alimentazione. La circostanza che il proprio figlio disputi una partita magari sotto la pioggia può aiutare il genitore esagerato a diventare meno morboso”.
Qual è l’atteggiamento con cui i bambini devono praticare lo sport?
“L’atteggiamento adeguato è per lo più sconosciuto ai genitori. Si iscrive un bambino in palestra per evitare che giochi alla play station tutto il pomeriggio o per cercare un futuro campione. Lo sport è invece una metafora della vita stessa. L’ atteggiamento adeguato è permettere al bambino di esprimersi, inducendolo a seguire l’istruttore (il bravo istruttore!), a divertirsi e a non demordere”.