L’era della Roboetica

dicembre 30, 2006

Il rapporto della World Robotics prodotto dalla United Nations Economic Commission for Europe (UNECE) stima in oltre un milione i robot utilizzati nel mondo per uso domestico, a partire dai robot elettrodomestici  (l’aspirapolvere comune), per arrivare ai robot da intrattenimento. bicentennial_man.jpg
Di fronte ad un’economia globale e allo sviluppo di nuove realtà industriali, l’Italia ha una grande e positiva tradizione nel campo della robotica, in particolare in quella industriale è al quinto posto mondiale.

La rivoluzione robotica, che introdurrà negli uffici, negli ospedali, nelle case, nei nostri spazi vitali una infinità di macchine dotate di intelligenza artificiale, sempre più simili all’uomo, pone inevitabilmente degli interrogativi sugli effetti che si potranno avere sulla società contemporanea.

Per Gianmarco Veruggio, Presidente del CNR-Robotlab, “I robot sono fra noi e ne derivano domande con cui non possiamo più fare a meno di confrontarci: un robot potrebbe fare delle cose “buone” e “delle cose cattive”? Quali sono gli obiettivi ed i valori che la robotica intende perseguire? Quali interrogativi etici derivano dallo sviluppo della robotica? Quale l’impatto sociale provocato dall’introduzione di robot nella nostra vita? Quali sono, o potrebbero essere, le regole o  i criteri per un impiego etico dei prodotti della robotica?”
Come rispondere a questi interrogativi?  “E’ fondamentale – continua Veruggio – il contributo di esperti provenienti da tutti i settori delle scienze, naturali ed umane. Per questo mi sono impegnato con la mia Scuola di Robotica in un progetto di livello europeo con l’obiettivo di produrre – a seguito di un’intensa settimana di dibattito fra scienziati robotici, ma anche giuristi, filosofi e teologi – una vera e propria Roadmap della Roboetica, che consegneremo alla Commissione etica dell’Unione Europea. “
Ma quando avremo dei robot capaci non solo di comprendere ma anche di decidere?

Per Verruggio “La realtà di oggi nel campo della robotica è che siamo già molto vicini a foto_gianmarco_veruggio.gifquesta prospettiva. Per questo il discorso va capovolto. I robot, come ogni sistema di automazione intelligente, sono già in grado di decidere, nel senso che sono in grado di percepire ed interpretare l’ambiente e di agire autonomamente per portare a termine il compito che è stato loro assegnato. Questo però non significa che siano in grado di “comprendere” nel senso umano del termine. Su questo punto il dibattito è aperto, perché coinvolge la “coscienza”, uno dei problemi più complessi dell’Intelligenza Artificiale.”
In base ai recenti progressi tecnologici è ovvio che per impedire alle macchine intelligenti di fare del male non bastano più le Tre Leggi della Robotica ipotizzate da Asimov nel 1942 ( 1. Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purchè questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge).

Come si delinea, allora, il concetto di responsabilità per le azioni e le scelte compiute dal robot?

“Questo è appunto uno dei problemi che ci siamo posti nel corso delle nostre discussioni nell’ambito dell’Atelier” – risponde Veruggio –  “ed è una questione importante che la società dovrà affrontare forse prima di quanto si possa immaginare. La responsabilità, in senso umano, infatti, presuppone la capacità di comprendere e la libertà di decidere; prendiamo il caso di un cane: anche se la responsabilità ricade sul padrone, talvolta le conseguenze possono ricadere anche sul cane medesimo. Nel caso delle macchine, la responsabilità può essere del progettista, del costruttore, del venditore, del proprietario o dell’utente, a seconda dei casi. Nel caso dei robot, cioè macchine intelligenti e dotate di autonomia, il problema è ancora aperto e si dovranno trovare soluzioni socialmente accettabili.”
Il desiderio di dotare queste macchine di sembianze umane è sempre stata molto sentita dalla scienza. Chi non ricorda il film “Io e Caterina” con Alberto Sordi? Questo antropomorfismo applicato ai robot potrebbe comunque sottintendere una coerenza tra l’aspetto estetico e lo scopo per cui sono stati programmati.

Veruggio tende però a sottolineare che sebbene “in futuro tutte le macchine diventeranno robot: ci saranno robot di ogni forma e dimensione, per  adattarsi a moltissime funzioni diverse, gli umanoidi saranno in realtà soltanto una nicchia, numericamente parlando,  ma saranno l’applicazione robotica più visibile, in quanto progettati per funzioni in cui è più importante l’interazione con gli esseri umani, come l’assistenza ai disabili e agli anziani .”
Sul rapporto fra antroporfismo e robotica interviene anche lo scienziato giapponese Atsuo Takanishi, specializzato in robotica umanoide e cyborg. Sue creature sono WF (Wasada Flutist), il robot che suona il flauto, WE (Waseda Eye), che simula le espressioni dell’emozione e WT (Waseda Talker), che riproduce meccanicamente i suoni della lingua giapponese.

Takanishi sostiene “che le sembianze umane non debbano oltrepassare un certo limite. Mentre da un lato è condivisibile la necessità che un robot con funzione da medico, biologo o infermiere abbia sembianze sempre più umane, d’altra parte si ritiene che per la cura dei bambini o degli anziani sia meglio che i robot abbiano le caratteristiche simboliche dell’essere umano, come i cartoni animati, affinchè sia ben chiara la differenza fra uomo (es: mamma) e robot.”
Sicuramente il futuro ci riserverà una progressiva integrazione di componenti elettromeccaniche classiche con nuove componenti elettrochimiche. I robot saranno dotati per esempio di muscoli artificiali e potrebbero essere sviluppate applicazioni con componenti organiche.

kevin-warwick.jpgKevin Warwick, del Dipartimento di Cibernetica dell’Università di Reading, in Gran Bretagna, è famoso per essersi fatto impiantare un microchip nel braccio, diventando così il primo cyborg della storia: “Con gli organi artificiali e con gli studi sugli umanoidi fatti di materiali biologici, le distanze si stanno accorciando. Si può immaginare uno scenario in cui nasce una nuova specie: un superuomo migliorato dalla tecnologia, con potenzialità superiori all’uomo biologico”.
La definizione usata da Warwick, però, evoca facilmente la paura di un nuovo eugenismo, subito però elusa da José Maria Galvan, teologo dell’Università Santa Croce di Roma: “Non sembra, allo stato attuale della scienza. Se lo sviluppo della robotica è adeguato, succederà come con ogni novità tecnologica: più le macchine si sviluppano, più si nascondono, cioè sono meno percepibili. Adesso, per esempio, ci rendiamo conto dell’esistenza dell’elettricità soltanto quando manca. Lo sviluppo dei robot porterà a chiarire ancora di più la differenza fra loro e l’uomo. Se ci saranno problemi come l’eugenismo sarà colpa dell’uomo, non dei robot.”

Annunci